Il Cantiere delWELFAREVoci, strumenti e riferimenti per il cambiamento
Progetto di Vita
Condividi questo articolo
Disabilità·24 agosto 2026

Riforma disabilità: come si stanno attrezzando le Regioni?

Un bilancio a pochi mesi dall’entrata a regime nazionale, tra progetto di vita e valutazione multidimensionale su base ICF.
Davide Vairani
24 agosto 2026
20 min di lettura

Il 1° gennaio 2027 non è una data come le altre per chi lavora nel welfare territoriale.

Nel 2027 infatti la riforma che ridisegna il sistema di accertamento della disabilità e introduce il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato dovrà applicarsi su tutto il territorio nazionale. La lunga fase sperimentale che dura ormai da due anni dovrebbe concludersi: tre ondate di estensione, prima 9 province dal gennaio 2025, altre 11 dal settembre 2025 e ulteriori 40 dal marzo 2026, per un totale di quasi 60 territori coinvolti1

I sistemi regionali sono pronti a reggerla?

Il Fondo per l’implementazione dei progetti di vita ha una dotazione di 25 milioni di euro annui a partire dal 2025 ed è ripartito ogni anno tra le Regioni sulla base dei fabbisogni territoriali dichiarati2. È l’obbligo che accomuna tutte e venti le Regioni, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno prodotto un proprio atto organico: ogni anno, entro il 28 febbraio, ciascuna Regione deve dichiarare al Governo quanti progetti di vita prevede di dover sostenere.

Sulla congruità di quella cifra il dibattito è aperto da prima ancora che la sperimentazione iniziasse. La FISH — la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap — l’ha definita“assolutamente non congrua”a realizzare le finalità dichiarate dal decreto, chiedendo già in sede di legge di bilancio 2025 un incremento di 100 milioni di euro: emendamento ripreso da più gruppi parlamentari, ma non approvato18.

Il termine di paragone più immediato è il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, che affronta bisogni in parte assimilabili con una dotazione di 913,6 milioni di euro nel 2024, già ripartiti tra le Regioni19: quasi 37 volte la dotazione del Fondo progetti di vita.

I 300 milioni di euro annunciati per il programma “Vita e Opportunità” in vista del 2027 allentano ma non risolvono la sproporzione, perché coprono finalità più ampie — lavoro, autonomia abitativa, tempo libero — e non hanno la natura strutturale, annua e vincolata del Fondo ex art. 3120.

Sul fronte tecnico-scientifico, la regia resta statale: il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità ha già garantito quasi cento giornate formative nazionali, con altre decine programmate per i primi mesi del 20263, mentre lo stesso decreto fissa l’adozione delle classificazioni ICD e ICF come base uniforme per la valutazione su tutto il territorio nazionale4.

È a valle, nella presa in carico e nel progetto di vita, che si misura la differenza tra una Regione e l’altra.

La griglia di lettura

Di fronte a venti amministrazioni diverse che rispondono allo stesso obbligo normativo, il rischio è appiattire tutto su un’unica domanda — “la Regione ha fatto qualcosa o no?” — che non distingue chi si è limitato al minimo indispensabile da chi ha costruito un modello proprio.

Per evitarlo, ho applicato a diciannove Regioni cinque dimensioni di analisi, pensate per separare l’adempimento formale dall’attuazione sostanziale:

  1. Governance dedicata— non basta che qualcuno, in Regione, segua la riforma per competenza d’ufficio: conta se esiste una cabina di regia o un gruppo tecnico multi-attore costituito esplicitamente per questo scopo, con un mandato riconoscibile e soggetti chiamati a sedersi allo stesso tavolo — Comuni, ASL, Terzo Settore, INPS.
  2. Atto di indirizzo organico— molte Regioni si limitano a recepire il decreto nazionale con un atto amministrativo che ne ripete i contenuti. Questa dimensione distingue quel recepimento passivo da un atto che va oltre, e definisce scelte proprie: come si compone l’UVM, chi è il titolare del procedimento, quali strumenti valutativi si adottano.
  3. Estensione volontaria— il calendario ministeriale impone un perimetro minimo di province coinvolte nella sperimentazione. Questa dimensione verifica se la Regione si è fermata lì, o ha scelto di allargare la sperimentazione oltre l’obbligo, assumendosi un rischio organizzativo maggiore prima del termine.
  4. Risorse aggiuntive— il Fondo statale per i progetti di vita è lo stesso per tutti. Questa dimensione cerca stanziamenti regionali propri, ulteriori rispetto a quel Fondo: è la differenza tra applicare la riforma con le risorse che lo Stato mette a disposizione e investirci risorse proprie.
  5. Trasparenza rendicontabile— l’ultima dimensione non riguarda cosa la Regione ha fatto, ma cosa ha reso pubblico e verificabile. Una Regione può aver lavorato molto senza che questo lavoro sia documentato in atti reperibili; un’altra può pubblicare meno ma farlo in forma tracciabile. È una misura di accountability, non di merito amministrativo.

Applicate insieme, queste cinque dimensioni producono sei profili distinti.

LA GRIGLIA APPLICATA ALLE REGIONI ITALIANEValled'AostaTrentino-A.A.PiemonteLombardiaVenetoFriuliVGLiguriaEmilia-RomagnaToscanaMarcheUmbriaAbruzzoLazioMoliseCampaniaPugliaBasilicataCalabriaSardegnaSiciliaMappa schematica, non in scala. Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige non incluse nell'analisi.
TrainantiStrutturate per ereditàNormative ma opacheFrammentate ma tracciabiliRisorse-firstA regia ministeriale
Diciannove Regioni lette attraverso i sei profili che la griglia produce. Il dettaglio di ciascuna — governance, atto organico, estensione, risorse, trasparenza — è nella colonna a fianco.

Sei profili

Trainanti: governance dedicata, atto organico, disponibilità a rendere conto pubblicamente anche delle proprie difficoltà. È il profilo dell’Umbria5e dellaCalabria. La Calabria ha fatto qualcosa che nessun’altra Regione ha fatto: estendere la sperimentazione a tutte e cinque le province contemporaneamente, non una alla volta secondo il calendario ministeriale6. Sulla dimensione dell’estensione volontaria è la Regione più aggressiva d’Italia; su governance e atto organico è appaiata all’Umbria, anche se mancano dati verificabili sulle risorse aggiuntive.

Focus — velocità non è la stessa cosa di solidità

La tentazione di leggere “5 province insieme” come un premio è forte. Un’estensione volontaria così ampia, in un tempo relativamente breve, pone una domanda che la griglia da sola non risolve: la Calabria ha la capacità amministrativa diffusa per reggere cinque territori contemporaneamente, o ha semplicemente dichiarato un perimetro che la pratica dovrà ancora dimostrare di saper riempire? È un nodo da tenere aperto, non un sospetto.

Strutturate per eredità: capacità attuativa alta, costruita prima e a prescindere dalla riforma. È il profilo dellaToscana: la DGR 1627/2024 e la DGR 1125/2025 sono atti specifici del percorso di attuazione del D.Lgs. 62/20247, innestati su un impianto di Società della Salute e Punti Insieme costruito dal 2017 in poi. IlVenetocondivide lo stesso pattern con un’eredità diversa: non la Società della Salute, ma la UVMD attiva dal 2007, riattivata con le schede SVaMA/SVaMDi già in uso da vent’anni8. In entrambi i casi, l’atto specifico per la riforma esiste, ma il suo compito è aggiornare un’infrastruttura già collaudata, non costruirne una nuova.

Normative ma opache sul raccordoproducono l’atto più visibile sul piano formale, spesso una legge, ma lasciano scoperti i nodi sostanziali.

È il profilo dellaLombardiae merita attenzione perché è l’unico caso in cui la forma dell’intervento normativo è la più solida d’Italia.

Il Testo Unico L.R. 13/2026, approvato dal Consiglio regionale il 4 giugno 2026, resta l’unica legge organica di riordino della materia in tutto il panorama regionale italiano — non una delibera di giunta, ma una legge che abroga e ricompone cinque leggi regionali precedenti, tra cui la L.R. 25/2022 sulla vita indipendente9. A questo si affiancano due atti tecnici di sostanza: la DGR 4140/2025 su Brescia, che definisce composizione delle UVM e modalità di attivazione dell’istanza, e la DGR XII/6320/2026, che introduce l’obiettivo LEPS della presenza dell’assistente sociale d’Ambito nell’UVM unificata. È un lavoro tecnico serio, forse il più articolato tra tutte le Regioni esaminate.

Ma proprio questa solidità normativa rende più visibile ciò che manca.

Il D.Lgs. 62/2024 costruisce l’intero impianto valutativo sulla Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (ICF), insieme alla Classificazione internazionale delle malattie (ICD): la definizione di ICF è fissata dall’art. 2 del decreto, i criteri della valutazione di base sono“orientati sulla base dell’ICD e degli strumenti descrittivi ICF”(art. 5, comma 3, lettera a), l’art. 11 ne disciplina l’adozione e gli aggiornamenti, e l’art. 25 fonda la valutazione multidimensionale su un approccio bio-psico-sociale che tiene conto di ICF e ICD.

Nel Testo Unico lombardo, in nessuno dei sei capi compare la sigla ICF: non un richiamo, non un rinvio, non una clausola di raccordo con la classificazione che il decreto nazionale pone a fondamento tecnico-scientifico dell’intero sistema di accertamento10.

È un’assenza che va oltre il nodo di raccordo tra il Fondo statale progetti di vita e il budget di progetto regionale, segnalato anche dagli osservatori del welfare lombardo: la stessa fonte tecnica regionale ha rilevato come, nel capitolo dedicato alla disabilità delle Regole di sistema 2026, non compaia mai nemmeno la parola “desiderio”, perno concettuale sia della L.R. 25/2022 sia del D.Lgs. 62/202411.

Non è un dettaglio lessicale: se la legge regionale che dovrebbe attuare la riforma non nomina né lo strumento tecnico-scientifico su cui la riforma si fonda, né il principio che ne orienta l’applicazione, il rischio è che l’impianto valutativo lombardo prosegua per una strada tecnica propria, parallela a quella nazionale, più che realmente integrata con essa.

La Lombardia dimostra così che un impianto normativo forte non basta, da solo, a garantire che l’applicazione pratica sia coerente con l’impianto tecnico-scientifico su cui la riforma nazionale è costruita.

Frammentate ma tracciabili. RiguardaLazio, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo e Marche: Regioni che producono atti tecnici precisi — determinazioni, circolari, DGR — ma sempre mirati su una singola provincia pilota, senza mai salire al livello di un atto regionale complessivo che tenga insieme l’intero territorio. Il Lazio è il caso più interessante di questo gruppo, perché ha dovuto ripetere lo schema due volte — Frosinone nel 2025, Roma nel 2026 — offrendo la sequenza documentale più fitta e tracciabile tra tutte le Regioni esaminate12. È trasparenza senza organicità: si può seguire ogni passaggio, ma non esiste un disegno regionale unico che li tenga insieme.

Risorse-first. Il profilo più interessante dal punto di vista di chi si occupa di finanziamento del welfare.Sardegna e Liguriasono le uniche due Regioni con un raccordo esplicito, in un atto pubblico, tra la riforma disabilità e un fondo diverso. Il Fondo regionale per la non autosufficienza in Sardegna, per via legislativa e non di semplice giunta13e il D.Lgs. 29/2024 sulla non autosufficienza degli anziani in Liguria, dentro il Piano sociale integrato regionale14. Sulla governance dedicata sono deboli, sulla trasparenza pure, ma sono le uniche a mostrare, con un atto verificabile, che il progetto di vita per la disabilità e la riforma della non autosufficienza non vengono pensati come due mondi separati.

A regia ministeriale, la categoria numericamente maggioritaria.Puglia, Campania, Sicilia, Emilia-Romagna, Piemonte, Molise e Basilicataseguono il calendario nazionale delle province pilota senza produrre — o senza rendere reperibile — un’elaborazione regionale visibile.

Non significa che non stiano facendo nulla: in Emilia-Romagna sono in corso corsi ECM per centinaia di operatori15; in Sicilia circolano vademecum informativi dettagliati16; la Campania ha un impianto di valutazione multidimensionale consolidato da anni (DGR 41/2011, DGR 790/2012) che assomiglia, come impostazione, a quello che Veneto e Toscana hanno riattivato esplicitamente — solo che in Campania non risulta l’atto che lo collega alla riforma17. È lo stesso pattern di “eredità” delle Regioni strutturate, ma senza il gesto amministrativo che lo rende leggibile dall’esterno.

Focus — cosa significa “non classificabile”

“Non classificabile per assenza di fonti pubbliche” non equivale a “la Regione non ha fatto nulla”: significa che, incrociando bollettini ufficiali, portali tematici e stampa specializzata, non emerge un atto indicizzato in forma reperibile. È una differenza che a chi lavora in pubblica amministrazione sembrerà scontata, ma che merita di essere detta ad alta voce quando si scrive per un pubblico più ampio: l’assenza di visibilità è già, essa stessa, un dato sulla trasparenza di quell’amministrazione, indipendentemente dal fatto che l’atto, chiuso in un cassetto, esista davvero.

Lo strumento che manca

C’è una domanda che le cinque dimensioni non pongono direttamente, e che chi lavora nei servizi si fa per primo: quando la persona arriva allo sportello, con quale scheda si scrive materialmente il progetto di vita? Chi la compila, in quale sequenza, con quali sezioni obbligatorie?

Il D.Lgs. 62/2024 non lo dice. L’articolo 18 definisce cosa deve contenere il progetto di vita — strumenti, risorse, interventi, benefici, prestazioni, servizi, accomodamenti ragionevoli — ma non fornisce, né rinvia a, una modulistica nazionale. Il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità ha pubblicato un manuale per i professionisti, pensato per orientare chi legge la norma, non uno strumento compilabile sul campo. Le uniche linee guida ministeriali propriamente dette restano quelle del 2022 su certificato di base e profilo di funzionamento: riguardano la valutazione a monte, non il documento di progetto che ne deriva.

Il format del progetto di vita è, ad oggi, una scelta che il decreto lascia alle Regioni — e non tutte l’hanno ancora fatta.

LaCalabriaè la Regione che si è spinta più avanti: le linee di indirizzo approvate a giugno 2026 disciplinano “in maniera organica principi, ruoli, procedure e strumenti” del progetto di vita24. Ma la stessa delibera annuncia, come passaggio successivo e non ancora compiuto, l’approvazione dei format per gli accordi interistituzionali tra ATS e ASP su Punto Unico di Accesso e UVM: lo strumento operativo di raccordo tra sociale e sanitario, cioè, non c’è ancora, è stato solo promesso. LaLombardia, con la DGR 4140/2025, ha definito composizione dell’UVM e modalità di attivazione dell’istanza9— ma per la sola provincia di Brescia, senza che risulti un’estensione del format all’intero territorio regionale. LaToscanariusa lo schema-tipo di accordo di programma già previsto dal Piano nazionale per la non autosufficienza 2022-202426: uno strumento reale, ma pensato per la non autosufficienza in generale, non costruito per il progetto di vita disabilità.

Focus — un cantiere aperto ovunque, non un’assenza

Non è corretto dire che manca lo strumento: è più corretto dire che ogni Regione, comprese le più organizzate, lo sta ancora costruendo mentre la scadenza del 2027 si avvicina. Anche la Calabria, che ha il testo più organico, non ha ancora il format degli accordi interistituzionali che quel testo stesso annuncia come necessario. La domanda che ne segue non è se il format arriverà, ma se arriverà in tempo per essere testato prima di diventare vincolante su tutto il territorio nazionale.

La seconda domanda riguarda chi materialmente valuta: la UVM che scrive il progetto di vita è un tavolo dove sociale e sanitario siedono davvero insieme, o resta, di fatto, una funzione sanitaria che convoca il sociale quando serve?

Anche qui le strade sono diverse. LaCalabriaha codificato per la disabilità, in modo specifico e non riciclato da altro, una composizione mista: medico del distretto, infermiere, assistente sociale dell’Ambito Territoriale titolare della presa in carico, medico di medicina generale o pediatra25— un’integrazione scritta a fianco, non sopra, alla componente sanitaria. IlVenetoarriva alla stessa integrazione ma da un’altra strada: l’UVMD, attiva dal 2007, prevede da sempre direttore di distretto, medico curante e assistente sociale referente27— coerente con il profilo “strutturato per eredità” già descritto, è un’infrastruttura pensata per la non autosufficienza in generale poi estesa alla disabilità, non una scelta compiuta ora per la riforma 2024.

LaLombardiaoffre qui il contrappunto più interessante rispetto a quanto già scritto sul disallineamento con l’ICF. La DGR 6320/2026 pone la presenza dell’assistente sociale d’Ambito nella UVM/UVM Unificata come obiettivo LEPS9— cioè non è ancora prassi consolidata, è un traguardo che la Regione si dà da qui in avanti. La stessa Regione che ha prodotto il Testo Unico più solido d’Italia sul piano normativo sta ancora, sul piano operativo, costruendo il tavolo dove sociale e sanitario si incontrano davvero.

Focus — un problema che va oltre le venti Regioni

Una lettera pubblicata su Quotidiano Sanità a febbraio 2026, a proposito della riforma della non autosufficienza — che condivide con quella disabilità l’impianto della valutazione multidimensionale unificata — segnala che la mancata piena operatività della valutazione multidimensionale unificata e delle UVM integrate resta un nodo non risolto28: dove l’integrazione è dichiarata sulla carta, la sua reale funzionalità è ancora da dimostrare. Non è quindi solo una questione di quali Regioni hanno scritto la regola giusta, ma di quante UVM — scritte o meno sulla carta — funzionano davvero come tavoli comuni il giorno in cui una persona bussa.

Il nodo che resta

Quando ventuno amministrazioni diverse dovranno applicare simultaneamente le stesse regole di accertamento e di progettazione, le zone grigie di raccordo tra fonti statali e regionali smetteranno di essere questioni per addetti ai lavori. Diventeranno tempi di attesa e disparità di trattamento per le persone con disabilità.

C’è poi una scala del problema che la griglia regionale, presa da sola, non rende visibile. Alla fine del 2026 la sperimentazione avrà coinvolto una sessantina di province sulle 107 del Paese21: significa che circa 47 territori entreranno nella riforma il 1° gennaio 2027 “a freddo”, senza aver mai attraversato una fase di test: nessuna UVM rodata, nessuna curva di apprendimento locale, nessun protocollo già collaudato con Comuni ed enti del Terzo settore21.

È un dato che vale a prescindere dal profilo regionale: anche una Regione trainante come la Calabria, che ha esteso la sperimentazione a tutte e cinque le proprie province, convive con una geografia nazionale in cui quasi metà dei territori italiani formerà le proprie UVM lo stesso giorno in cui la fase sperimentale finisce.

Focus — una scadenza già slittata una volta

Il 1° gennaio 2027 non è la prima data fissata per l’entrata a regime: la riforma sarebbe dovuta partire il 1° gennaio 2026, e la sperimentazione — pensata per durare dodici mesi — è stata prorogata a ventiquattro proprio per i ritardi nell’emanazione dei regolamenti attuativi22. Commentatori giuridici hanno già sollevato il dubbio che anche il regolamento previsto dall’art. 12 del decreto rischi di non essere adottato nei tempi, mettendo in discussione la tenuta stessa della scadenza di gennaio23. Lo stesso filone di critica pone un interrogativo che la lettura “sei profili, sei strade” di questo articolo rischia di trattare come una virtù pluralista più che come un problema: se due persone con la stessa patologia possono ricevere accertamenti diversi a seconda della Regione in cui vivono, non si tratta più solo di legittima differenziazione amministrativa, ma di un possibile vulnus al principio di eguaglianza di trattamento sancito dall’art. 3 della Costituzione — un rilievo che, se dovesse tradursi in un ricorso, sposterebbe la domanda da “quali Regioni sono pronte” a “il sistema nel suo complesso regge al vaglio di legittimità”.

Mancano poco più di quattro mesi al 1° gennaio 2027. La domanda che resta aperta non è più “quali Regioni sono pronte”, ma un’altra: quante delle sei strade descritte convergeranno davvero in un sistema uniforme il giorno dell’entrata a regime nazionale e quante, semplicemente, diventeranno visibili tutte insieme nello stesso momento, costrette a sembrare una riforma sola perché condividono una scadenza?

Nota