
Welfare di comunità: moltiplicatore o sostituto? Due Italie, una parola sola
Due articoli, un problema di fondo
Questa settimanaWelforum.iteSecondo Welfarehanno pubblicato contributi che meritano attenzione. Il primo riprende il dossier diPolitiche Sociali/Social Policiescurato da Mozzana e Polizzi: otto articoli che attraversano le ambivalenze del welfare di comunità in Italia, tra promesse di prossimità e rischi di privatizzazione informale del welfare pubblico.1Il secondo analizza il caso Qubì a Milano e la sua "messa a sistema" da parte del Comune.
Vale la pena leggerli entrambi. Ma vale ancora di più fermarsi su quello che non dicono — o dicono solo implicitamente:il welfare di comunità non è lo stesso oggetto al Nord e al Sud del Paese.
La letteratura sul welfare locale documentava già questa frattura strutturale.2Il dibattito pubblico — anche quello accademico — continua a trattare il welfare di comunità come se fosse un'unica categoria, applicabile con gli stessi strumenti e gli stessi obiettivi a contesti radicalmente diversi. Non è così. E la differenza non è di grado: è di funzione.
| Dimensione | Sistemi di welfare forti | Sistemi di welfare deboli |
|---|---|---|
| Welfare pubblico di base | Strutturato, presente | Assente o sottodimensionato |
| Funzione del welfare di comunità | Moltiplicatore / integratore | Sostituto precario |
| Capacità amministrativa PA | Alta — co-progettazione reale | Bassa — PA spesso assente |
| Spesa sociale comunale pro capite | 203 € (Nord-Est) / 158 € (Nord-Ovest) | 80 € (media Mezzogiorno) |
| Posti letto residenziali ogni 1.000 ab. | 10,5 (Nord-Est) | 3,4 (Mezzogiorno) |
| Rischio prevalente | Istituzionalizzazione senza diritti | Welfare precario senza garanzie |
Cosa intendiamo davvero
Prima di procedere, è utile fissare i termini. Conwelfare di comunitàsi intende un insieme di pratiche, servizi e dispositivi in cui la comunità locale — intesa come soggetto collettivo — partecipa attivamente alla produzione del welfare, affiancando o integrando l'intervento pubblico.3
La letteratura distingue questa categoria da altri concetti vicini: ilwelfare locale(che descrive come i sistemi di welfare si strutturano a livello territoriale) e ilwelfare generativo(che si riferisce alla capacità di produrre valore sociale non solo redistribuendo risorse ma attivando capacità latenti).4
Il welfare di comunità implica un cambiamento nel soggetto produttore del welfare: dalla delega verticale all'istituzione pubblica a una co-produzione orizzontale che coinvolge soggetti privati, del terzo settore e i cittadini stessi.5È una definizione che funziona bene quando il punto di partenza è un welfare pubblico già strutturato. Quando quel punto di partenza non c'è, la co-produzione diventa supplenza.
Il termine "welfare di comunità" è usato in Italia per descrivere fenomeni molto diversi: dalla rete informale di vicinato ai grandi programmi finanziati da fondazioni bancarie, dai servizi di prossimità alla co-progettazione istituzionale.6Questa polisemia non è innocente: consente a chi progetta politiche di applicare strumenti pensati per un contesto a contesti radicalmente diversi.
Il welfare di comunità che funziona: i casi più documentati
L'ecosistema lombardo e del Nord Italia offre i casi più solidi e documentati. Non perché quei territori siano strutturalmente "migliori", ma perché lì esistono lecondizioni strutturaliche il welfare di comunità presuppone per funzionare davvero.
Welfare in Azione(Fondazione Cariplo) è il riferimento più significativo su scala regionale. Quattro edizioni tra il 2014 e il 2018, 37 progetti finanziati, 352 partner pubblici e privati coinvolti, 82,7 milioni di euro di costo complessivo a fronte di 36,5 milioni di contributi deliberati.9La Fondazione ha costruitocomunità di praticatrasversali ai progetti, ha monitorato i territori nel tempo, ha reso le lezioni apprese patrimonio condiviso.
Microaree a Trieste— sviluppato dall'ASS n. 1 triestina a partire dal 2005 — è il caso metodologicamente più rigoroso in assoluto, el'unico con una valutazione epidemiologica vera: studio retrospettivo su oltre 18.000 persone, riduzione del 5% nel tasso di incidenza di ricovero urgente nelle aree di intervento.10
Valoriamo a Leccomostra l'integrazione tra welfare aziendale e welfare territoriale, con governance davvero multi-stakeholder — Distretto di Lecco, tre Ambiti Distrettuali, ATS Brianza, Provincia, sindacati, associazioni di categoria, CSV.11
WILL a Bergamo— il Welfare Innovation Local Lab dell'Ambito territoriale — prova a riformare in profondità il welfare locale comesistema integrato, con il supporto scientifico di Bocconi e Cattolica.12
Dove il sistema non c'è: una storia diversa
Nel Mezzogiorno il welfare di comunità esiste. Ma ha una morfologia completamente diversa — e usare la stessa parola per descriverla è parte del problema.
I numeri di partenza sono impietosi.13Non è un divario congiunturale: èstrutturale, radicato, documentato. Dove il welfare pubblico non ha mai pienamente funzionato, la comunità non amplifica nulla.Gestisce il vuoto.
Il soggetto più rilevante èFondazione CON IL SUD, nata nel 2006 per costruire dall'esterno l'infrastruttura sociale che manca. In 18 anni ha sostenuto oltre 1.900 iniziative, coinvolto 5.000 organizzazioni e 280.000 cittadini, fatto nascere le prime 7 fondazioni di comunità meridionali.14Usa esplicitamente la parola"infrastrutturazione sociale": sta costruendo le fondamenta, non l'ultimo piano di un edificio già in piedi.
Primo: nascono quasi sempre periniziativa esterna. Non emergono da un sistema locale consolidato: vengono costruite con risorse che arrivano da fuori.
Secondo: riguardano quasi sempre ilterzo settore e la società civile, raramente gli ambiti distrettuali pubblici come motori attivi.
Terzo — il più rilevante: il welfare di comunità non può appoggiarsi su un welfare pubblico strutturato perchéquel welfare non esiste nelle stesse forme. Come documentano Andreotti e Mingione, un sistema in cui le responsabilità istituzionali sono ben delineate è uno dei presupposti di un welfare locale efficace.17
La distorsione nell'istituzionalizzazione
I contributi di questa settimana mettono il dito su un nodo ulteriore:cosa succede quando il welfare di comunità viene istituzionalizzato dalla PA?
Il casoQubì a Milano— analizzato da Bifulco, Graziano e Mozzana — è paradigmatico. Nasce nel 2019 come iniziativa filantropica di Fondazione Cariplo. Nel 2024 il Comune assume la gestione e avvia la "messa a sistema". Quello che doveva essere un laboratorio di prossimità diventa progressivamente un sistema di governance: tavoli, documenti, linee guida, rendicontazioni.La rete rischia di diventare un fine in sé piuttosto che uno strumento.18
È la stessa tensione che Roberto Sollini descrive inI care: le comunità nate come spazi alternativi e generativi vengono progressivamente ingabbiate in categorie rigide, trasformando le persone accolte in semplici destinatari di prestazioni.19Il vero salto da compiere è verso un servizio su base comunitaria che coniughi la dimensione relazionale e di prossimità con la struttura organizzativa propria dei servizi —senza che la seconda divori la prima.20
La tesi: non è lo stesso modello
Dove il welfare pubblico è strutturato, il welfare di comunità funziona — quando funziona — comemoltiplicatore: amplifica un sistema già presente, aggiunge prossimità e generatività a servizi già esistenti.
Dove quel sistema non c'è, il welfare di comunità è chiamato a fare qualcosa di strutturalmente diverso: funzionare comesostituto parziale e precariodi un welfare pubblico cronicamente sottodimensionato. Non è la stessa funzione. Non richiede gli stessi strumenti. Non produce gli stessi effetti. Enon si può valutare con gli stessi parametri.
Chiamare entrambe le cose "welfare di comunità" è un errore analitico prima ancora che operativo. Ed è un errore che ha conseguenze pratiche:politiche progettate per un contesto replicate altrove senza le condizioni necessarie, obiettivi di co-progettazione imposti a PA che non hanno la capacità amministrativa per sostenerli.
Cosa serve, allora
I contributi di questa settimana convergono su tre condizioni necessarie — e vale la pena nominarle per quello che sono, senza eufemismi.
Finanziamento strutturale, non progettuale.Il welfare di comunità fondato su bandi triennali o risorse filantropiche non costruisce niente di stabile. Costruisce capacità che poi svanisce quando finisce il finanziamento, spesso portando via con séle reti di fiducia che ci hanno messo anni a formarsi.
Responsabilità pubblica non delegabile.La comunità può contribuire alla produzione del welfare. Non può sostituire il ruolo redistributivo delle istituzioni. La sussidiarietà non è semplice decentramento di funzioni, ma un principio dinamico che orienta l'azione pubblica verso il sostegno delle energie sociali presenti nei territori — tenendo fermo il ruolo dello Stato come garante, non come spettatore.21
Trasparenza sulla governance.Chi decide? Chi rappresenta la comunità nei tavoli di co-progettazione? Quali interessi vengono inclusi e quali esclusi? Queste domande non sono burocratiche: sonopolitiche.
Una domanda aperta
Il welfare di comunità non è buono o cattivo in sé. È uno strumento — e come tutti gli strumenti, il suo valore dipende dalle condizioni in cui viene usato e da chi.
La domanda che i dati di questo Paese pongono con forza:siamo disposti a garantire le condizioni perché funzioni davvero — finanziamento stabile, PA capace, diritti garantiti — o lo useremo come risposta a basso costo a problemi che richiederebbero investimenti strutturali?
In certi territori quelle condizioni esistono già in parte. In altri, in larga misura, ancora no.
Finché usiamo la stessa parola per descrivere situazioni così diverse, rischiamo di scambiare la mappa per il territorio. E nel welfare — dove i territori sonopersone— è un errore che ha un costo.
Tre cose da tenere a mente
- Il welfare di comunità non è una categoria unitaria.Dove il welfare pubblico è strutturato funziona da moltiplicatore. Dove non lo è, diventa sostituto precario di qualcosa che non c'è mai stato pienamente.
- Nei sistemi forti il rischio principale è l'istituzionalizzazione senza diritti.Quando la logica procedurale della PA incontra la logica relazionale della comunità, la seconda tende a piegarsi alla prima.
- Nei sistemi deboli il problema viene prima.Non si può co-progettare dove non c'è PA capace di essere partner reale. Non si può amplificare ciò che non esiste.



