
Dal posto letto alla presa in carico: la proposta piemontese sulle RSA
È da almeno vent'anni che conosciamo la curva demografica italiana: i nati nel boom demografico hanno superato o stanno per superare i sessant'anni e nell'arco di una generazione diventeranno la fascia più fragile della popolazione.
Il 31 agosto 2026 l'ISTAT ha reso ufficiali le nuoveprevisioni della popolazione: nello scenario mediano l'Italia perde oltre 13 milioni di residenti entro il 2080, passando dai 58,9 milioni del 2025 ai 55,0 milioni nel 2050 fino ai 45,8 milioni nel 2080. Va detto con chiarezza: quelle dell'ISTAT non sono previsioni nel senso comune del termine, cioè un numero che “dice come andrà”. Sono unoscenario medianoricavato da un metodo semi-probabilistico — 3.000 simulazioni stocastiche, calibrate sul giudizio di 108 esperti — che restituisce anche gli intervalli di confidenza entro cui il fenomeno può muoversi.
Questo significa che ognuno può leggerle come vuole, più o meno pessimista, più o meno cauto: ma la base tecnica su cui si costruisce qualunque lettura resta quella, solida e trasparente nel metodo.
Il dato che mi interessa non è la contrazione demografica in sé, ma la sua composizione interna.
La quota di grandi anziani (gli over 85) passa dal 4,1% di oggi a oltre il 7% nel 2050, fino all'8,4% nel 2080: più del doppio. Nello stesso arco di tempo le persone sole over 75 salgono da 3 a 4,7 milioni, e la loro incidenza sul totale di chi vive solo passa dal 29,5% al 40,3%. Tra trent'anni, insomma, quattro persone sole su dieci saranno grandi anziani.
| Indicatore | 2025 | 2050 | 2080 |
|---|---|---|---|
| Popolazione residente | 58,9 mln | 55,0 mln | 45,8 mln |
| Quota grandi anziani (85+) | 4,1% | oltre 7,0% | 8,4% |
| Persone sole over 75 | 3,0 mln | 4,7 mln | — |
| Incidenza over 75 sul totale persone sole | 29,5% | 40,3% | — |
Dietro questi numeri c'è una popolazione che oggi già esiste, e la domanda a cui il Paese non ha ancora risposto è chi se ne sta prendendo cura, e a quale prezzo.
Le stime più recenti dell'ISTAT sugli aiuti informali (report del 21 luglio 2026) parlano di 12,3 milioni di adulti — quasi un quarto della popolazione — che assistono familiari o persone care anziane, non autosufficienti o con disabilità. Se si restringe il campo a chi presta un'assistenza intensiva a persone in condizioni di grave non autosufficienza, la cifra più citata è di circa 7 milioni di caregiver familiari, a fronte di poco più di un milione di badanti che coprono un terzo degli over 75 non autosufficienti. Il resto del bisogno — la parte più larga — ricade sui familiari, e per il 71% su donne.
Questo è, credo, il punto che l'Italia non può più permettersi di trattare come un tema settoriale: la non autosufficienza degli anziani non è un problema che riguarda le famiglie che ci si imbattono per caso, è una delle grandi transizioni strutturali del Paese — al pari della denatalità o della sostenibilità del sistema pensionistico — perché intreccia insieme demografia, mercato del lavoro (soprattutto femminile, dato lo squilibrio di genere nella cura), tenuta del welfare pubblico e finanza pubblica. Ogni anno che passa senza una regia nazionale su questo fronte non è un anno neutro: è un anno in cui il carico si sposta ulteriormente dai servizi pubblici alle famiglie, senza che nessuno lo abbia deciso esplicitamente.
Ed è un carico che non si distribuisce in modo uniforme, né nel tempo né tra le persone. Non esiste un confine netto tra chi assiste occasionalmente e chi lo fa in modo totalizzante: esiste una scala continua, che va dall'aiuto saltuario alla presenza continuativa, spesso in sostituzione di servizi che semplicemente non arrivano. È dentro questa scala — non a lato — che vanno lette tutte le proposte di riforma, compresa quella di cui parliamo in questo articolo.
La proposta di Cirio
In unarecente intervista aLa Stamparipresa anche daVita.itil presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ha lanciato una proposta: un modello “uno a cinque”, in cui ogni posto letto accreditato in RSA sia associato a cinque persone assistite a domicilio, attraverso visite private e telemedicina.
Cirio precisa che non si tratta di scaricare sulle famiglie il peso dei più fragili, ma di prendere atto che il modello attuale, così com'è configurato, non regge più. Per ora è soltanto un annuncio e non ci sono budget aggiuntivi, tempistiche, una platea definita in ore o in euro. Comprensibili i dubbi e le perplessità che si sono sollevate.
Quello che mi interessa è ragionare sulla visione e gli intenti annunciati.
Il Piemonte: più posti di chiunque altro, eppure le liste crescono
Il Piemonte è tra le regioni italiane più esposte alla traiettoria demografica appena descritta. L'indice di vecchiaia regionale è 248,3, ottava posizione su venti regioni secondoDivario Italia su base ISTAT, sopra la media nazionale di 233,0 e sopra sia la Lombardia (203,0) sia il Lazio (209,6) — le due regioni di solito prese come riferimento del welfare del Nord.
È inoltre, secondo lo studio Censis realizzato perAssindatcolf, la terza regione italiana per incidenza di persone sole sul totale delle famiglie (quasi 39 ogni 100, dietro solo Liguria e Valle d'Aosta) e la quinta per quota di persone sole che sono anziane (57,6%, ben sopra Lombardia e Lazio).
| Indicatore | Piemonte | Posizione | Prima regione |
|---|---|---|---|
| Indice di vecchiaia | 248,3 | 8° su 20 | Sardegna, 299,7 |
| Persone sole ogni 100 famiglie | ~39 | 3° | Liguria, 42,9% |
| Quota persone sole over 60 | 57,6% | 5° | Umbria, 60,5% |
| Posti residenziali / 1.000 over 65 | 30,1 | 1° tra le regioni ordinarie | P.A. Bolzano, 42,5 |
Quale è la dotazione regionale di posti letto RSA? Secondo latabella ufficiale della Regione, i posti letto RSA accreditati sono 33.025, a cui si aggiungono 2.861 posti tra pipeline autorizzativa e posti già finanziati, per un totale potenziale di quasi 36.000 posti. Secondo l'Annuario statistico del SSN 2023, rielaborato da Lombardia Sociale, il Piemonte è la prima regione a statuto ordinario per dotazione di posti residenziali per anziano: 30,1 ogni 1.000 over 65, davanti a Veneto (28,0) e Lombardia (25,8), a fronte di una media Italia di 15,0.
| Regione | Posti / 1.000 anziani |
|---|---|
| P.A. Bolzano | 42,5 |
| P.A. Trento | 35,8 |
| Piemonte(1° tra le regioni ordinarie) | 30,1 |
| Veneto | 28,0 |
| Lombardia | 25,8 |
| Media Italia | 15,0 |
Eppure, secondo le stime dellaFondazione Promozione Sociale ETS, le persone in attesa di una convenzione RSA con quota sanitaria pubblica in Piemonte sono salite a 12.148, contro le 11.616 di dicembre 2025. È la stessa Fondazione, del resto, a mettere il dito sulla piaga più profonda: serve una fotografia dei dati chiara, uniforme e costantemente aggiornata, perché oggi numeri diversi circolano a seconda della fonte che li cita. Non c'è un sistema informativo unico capace di dire in tempo reale quanti posti ci sono, quanti sono occupati, quante persone aspettano.
Più posti residenziali di chiunque altro, eppure liste d'attesa in crescita. Questo scarto mostra che il problema non è aritmetico: non è una questione di quanti posti letto aggiungere o togliere. È una questione di cosa continuiamo a intendere per posto letto e per RSA.
Tre canali che non si parlano
Ragionare in termini di più posti o meno posti in RSA oggi rischia di sviare rispetto ai nodi critici del sistema pubblico di risposta alla non autosufficienza in Italia.
L'Osservatorio Long Term Care di CERGAS SDA Bocconi ed Essityfotografa una spesa pubblica per la non autosufficienza degli anziani all'1,18% del PIL nel 2024 a fronte di una popolazione non autosufficiente che ha superato i 4 milioni di persone. Su questa platea, solo il 29,8% riceve un servizio della rete pubblica.
Tre canali che dovrebbero essere i gradini di un unico percorso di cura: restare a casa il più a lungo possibile, poi un sostegno diurno, infine, se necessario, la struttura residenziale. La realtà al contrario ci restituisce un quadro frammentato e disomogeneo, fatto di sistemi di welfare, attori e realtà che faticano ad integrarsi attorno ai bisogni delle persone anziane e dei loro famigliari.
Non solo. Se guardiamo all'intensità e durata dei sostegno pubblici, non possiamo dimenticare, ad esempio, che l'età media di ingresso in RSA è di 83,8 anni, la permanenza media di appena 340 giorni e il 60% degli ospiti ha disturbi cognitivi certificati. La RSA, insomma, non è più da decenni il "luogo di lungo termine", ma sempre più spesso l'ultimo tratto di un percorso già molto avanzato.
Per converso, nonostante la spinta del PNRR, l'intensità di assistenza a domicilio è molto ridotta. Secondo l'Osservatorio Long Term Care CERGAS SDA Bocconi, l'intensità media dell'assistenza domiciliare integrata pubblica si è attestata su appena 14 ore l'anno per assistito. Il SAD dei Comuni, che dovrebbe integrare la componente sociale, resta ancora più marginale e disomogeneo. Secondoun'analisi del Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, solo il 40,1% dei Comuni italiani lo eroga in forma integrata con l'assistenza sanitaria. Il PNRR ha aumentato i numeri della copertura, ma non ha risolto il problema dell'intensità.
I nodi sono tanti e i problemi complessi nel sistema italiano di long-term care. Non c'è una sola soluzione.
Detto questo, l'annuncio del presidente della Regione Piemonte può essere una proposta interessante che permetta di ragionare diversamente sui “posti letto accreditati”, quello su cui ogni Regione costruisce i propri piani di fabbisogno. Per definizione è un conteggio murario: registra ciò che sta dentro le mura di una struttura, non la capacità di quella struttura di prendersi cura di una popolazione.
Il punto non è costruire meno RSA o più RSA: è smettere di costruirle come le abbiamo costruite finora, cioè come luoghi che assorbono budget, personale e competenza clinica per servire esclusivamente chi ne varca la soglia.
Cosa dice già la riforma nazionale
Questa lettura trova conferme nella riforma e nel dibattito tecnico degli ultimi anni. Lalegge delega 33/2023 e il relativo decreto attuativo (D.Lgs. 29/2024)hanno tra gli obiettivi dichiarati quello di potenziare i servizi domiciliari come alternativa al ricovero in RSA. Ma il passaggio più esplicito si trova nelloschema di decreto del Ministero della Salute sui nuovi standard nazionali per le strutture residenziali, trasmesso alla Conferenza Stato-Regioni: il testo dichiara di voler superare la visione dell'assistenza come«semplice gestione dell'ospite»in favore di un«percorso di presa in carico globale, continuo e dignitoso», e introduce la possibilità per le strutture di«articolarsi in moduli con differenti livelli di intensità assistenziale, come cure domiciliari di base e integrate».
Un impianto analogo emerge nella riflessione tecnica diLombardia Sociale sul cosiddetto “Centro Residenziale Multiservizi”: un'unità che accoglie sotto lo stesso accreditamento servizi diversi — RSA Aperta, assistenza domiciliare integrata e sociale, centri diurni, sportelli territoriali — in rete con gli altri servizi del distretto. Anche qui la RSA non si riduce: si allarga, diventando il perno organizzativo di una rete oggi frammentata in rivoli separati.
Il rischio opposto
Va detto con altrettanta chiarezza dove questo ragionamento non deve scivolare, perché il rischio opposto è reale e documentato. Il report ESPAN (European Social Policy Analysis Network), richiamato in un'analisi delCantiere del Welfare, avverte che una riduzione dell'offerta residenziale rischierebbe di indebolire l'intera efficacia del sistema italiano di long-term care. È un avvertimento che rafforza l'impianto qui sostenuto: la questione non è residenzialitàcontrodomiciliarità, con l'una che cresce a spese dell'altra, ma residenzialità che si allarga fino a includere la domiciliarità come propria funzione, non come alternativa a sé.
Un impianto teorico più risalente ma ancora citato dagli operatori, descritto suI Luoghi della Cura a partire dal lavoro del geriatra Fabrizio Giunco, converge sullo stesso punto: lo sviluppo di forme di “residenzialità leggera” — intermedie tra casa e struttura — deve procedere insieme a un forte sviluppo dei servizi domiciliari, in un investimento su una “domiciliarità globale” che, secondo l'esperienza dei paesi del Nord Europa, è l'unica condizione che riduce davvero il ricorso all'istituzionalizzazione. Le RSA di domani, in questa lettura, non sono destinate a scomparire né a moltiplicarsi, ma a specializzarsi sempre di più nella presa in carico degli ultimi due o tre anni di vita, al confine tra geriatria e cure palliative — strutture meno diffuse ma più qualificate, dentro una rete che le circonda e le prolunga fuori dalle proprie mura.
Il precedente più concreto di cosa succede quando questo disegno resta a metà è il modello lombardo di “RSA Aperta” (DGR 856/2013): le strutture accreditate erogano prestazioni infermieristiche, educative e riabilitative anche a domicilio, come alternativa al ricovero. Ma un'analisi tecnica sul sistema segnala il limite strutturale che ne ha impedito la piena maturazione: la contrattualizzazione con le RSA riguarda ancora soprattutto i posti letto, per cui il finanziamento pubblico continua a premiare la logica residenziale anche quando la struttura offre già servizi domiciliari — che restano un'aggiunta commerciale per fidelizzare utenza futura, non il cuore del modello di accreditamento. Non a caso, negli ultimi cinque anni i posti “contrattualizzati” (finanziati dalla Regione) sono in calo, mentre i posti “solventi” — a carico pieno delle famiglie — sono cresciuti di oltre 2.000 unità. Anche il Piemonte aveva già sperimentato, nel 2016, un proprio “Progetto RSA Aperta”, poi rimasto sperimentale senza mai diventare strutturale.
Le RSA non devono diventare né di più né di meno. Devono allargarsi: nell'accreditamento, nel personale, nella missione. È una trasformazione che l'impianto normativo nazionale ha già iniziato a scrivere e che la letteratura tecnica sostiene da anni.
Torniamo però al punto da cui siamo partiti. Tra qui e il 2050 gli over 85 più che raddoppieranno la propria quota sulla popolazione, le persone sole ultrasettantacinquenni cresceranno di un milione e settecentomila unità e la platea di chi oggi tiene in piedi il sistema senza essere mai stato nominato in un piano regionale — 7 milioni di caregiver familiari — non potrà che restringersi, visto che tra loro un quinto ha già più di 65 anni.
Il modello “uno a cinque” di Cirio, i nuovi standard nazionali, il Centro Residenziale Multiservizi lombardo sono tre tentativi di dire la stessa cosa. Il problema è che l'abbiamo già detta, con parole quasi identiche, nel 2013 e nel 2016 e ogni volta l'accreditamento delle RSA è rimasto ancorato al posto letto.
La domanda a cui “uno a cinque” deve rispondere non è quanti posti letto in più servano: il Piemonte ne ha già più di chiunque altro tra le regioni ordinarie. È se il modello intende trasformare l'accreditamento stesso, finanziando la capacità di una struttura di prendersi cura di una popolazione dentro e fuori le sue mura, o se resterà un'addizione di servizi domiciliari accanto a un sistema di posti letto che continua a funzionare come prima.



