Nell’articolo che chiude la mia serie suSancinoho lasciatoquattro domande aperte.
Laprimariguarda ilpoterenell’innovazione sociale.
Non è la domanda più tecnica. Non è nemmeno la più nuova. Ma è quella che, riletta a distanza, mi sembra reggere le altre tre — e quindi quella da cui ha senso partire.
Perché dietro ogni modello diinnovazione socialec’è sempre qualcuno che ha deciso cosa conta come innovazione. E quella decisione non è mai neutrale.

Una domanda tecnica che nasconde una domanda politica
Quando diciamo che vogliamo“gemmare”un’innovazione sociale—trasferire non la forma ma il principio generativo che la anima—chi decide cosa vale la pena trasferire?
Chi stabilisce che una certa esperienza è“innovazione replicabile”e non semplicemente un’anomalia locale, un miracolo irripetibile legato a un momento storico e a persone che non ci sono più?
La risposta ovvia è: gli esperti, i ricercatori, i valutatori. Ma questa risposta mi convince sempre meno.
Perché dietro ogni selezione tecnica c’è unaselezione politicache la precede e la orienta. E quella selezione non è mai neutrale — anche quando si presenta come tale.
La ricerca sul welfare, sullagovernancecollaborativa, sull’innovazione sociale ha prodotto negli ultimi vent’anni strumenti sofisticati per valutare l’impatto, mappare gli ecosistemi, identificare le pratiche trasferibili.
Ma chi ha accesso a questi strumenti? Chi ha il tempo, le competenze e le risorse per usarli? E soprattutto: chi finanzia la valutazione — e quindi orienta, anche solo indirettamente, le domande che essa pone?
Il momento della selezione è il momento del potere
Criteri difendibili. Trasparenti. Costruiti su una letteratura solida. Ma pur sempre criteri.
E ogni criterio include ed esclude — non per malevolenza, ma per necessità logica.
Cosa succede alle esperienze che hanno prodotto valore reale per una comunità ma che non hanno mai misurato il proprio impatto — perché nessuno aveva le risorse o il tempo per farlo?
Cosa succede alle innovazioni nate in territori dove la“quintupla elica”è semplicemente impensabile come architettura, perché mancano due o tre degli attori?
Cosa succede a quelle esperienze guidate da soggetti che non parlano il linguaggio della ricerca accademica — e che quindi difficilmente finiscono nei radar di un progetto PRIN?
Non le vediamo. Non perché non esistano. Ma perché non rientrano nei criteri con cui le cerchiamo.
E questo non è un problema metodologico minore. È una questione politica fondamentale: la mappa dell’innovazione sociale che produciamo dipende dagli strumenti che usiamo per disegnarla. E quegli strumenti non sono neutri.
Chi tiene in mano i criteri? E con quale mandato?
Nelwelfare italiano, gli incentivi che orientano l’innovazione — e quindi implicitamente selezionano ciò che conta come innovazione — li determinano prevalentementetresoggetti.
Ilprimoè la pubblica amministrazione, attraverso gli appalti, le co-progettazioni, i criteri dei piani di zona. Ilsecondosono le fondazioni bancarie, attraverso i bandi e le priorità strategiche dei loro programmi. Ilterzosono i fondi europei, attraverso i criteri di ammissibilità, gli indicatori di risultato, i format di rendicontazione.
Nessuno di questi soggetti è neutro. Hanno storie istituzionali, culture organizzative, sistemi di valore sedimentati nel tempo. E tendono — non per malafede ma per inerzia cognitiva e istituzionale — a selezionare le innovazioni che riescono già a riconoscere: quelle che assomigliano a ciò che hanno già finanziato, già valutato, già legittimato in passato.
Non perché i partecipanti siano in malafede. Ma perché chi ha più risorse, più reputazione, più accesso ai canali istituzionali, arriva al tavolo con un vantaggio strutturale che la buona volontà di tutti non è sufficiente a neutralizzare.
Questo vale anche — e forse soprattutto — quando il tavolo si chiama“ecosistema di innovazione aperta.”
Focus — Quando adattarsi al committente diventa sopravvivenza
DiMaggio e Powell nel 1983avevano già descritto il meccanismo conprecisione chirurgica.[3]Le organizzazioni non convergono verso lo stesso modello perché sono stupide o prive di visione. Lo fanno perché operano nello stessocampo istituzionalee rispondono agli stessi meccanismi di legittimazione.
Tre forze spingono in questa direzione: 1. la coercizione— le organizzazioni si adattano ai requisiti di chi le finanzia; 2. il mimetismo— in condizioni di incertezza si copia chi sembra avere successo; 3. la pressione normativa— chi è formato nelle stesse istituzioni tende a portare gli stessi schemi interpretativi.
Il risultato è quello che DiMaggio e Powell chiamano"gabbia di ferro": organizzazioni sempre più simili tra loro, sempre più efficienti nel rispondere ai criteri del campo, sempre meno capaci di uscirne.
Il reportEURICSE 2025documenta questo processo con unaprecisione che fa riflettere.[4]La cooperazione sociale italiana ha sperimentato su di sé esattamente questo rischio: nel processo di adattarsi ai criteri della commessa pubblica, ha progressivamente assorbitologiche, linguaggi e forme organizzative proprie del committente. Non per scelta strategica.Per sopravvivenza.
L'abbraccio istituzionale — per usare l'immagine diVenturi e Zandonai[5]— non è ostile. È spesso sincero, ben intenzionato. Ma nel tempocomprime la capacità generativadi ciò che abbraccia.
Il problema non è quindi l'adattamento in sé. È che un campo dominato da un unico modello di legittimazioneperde diversità. E la diversità è la condizione biologica della gemmazione.Non si gemma dove tutto è già uguale.Dove tutto è uguale si replica soltanto. E la replica non è gemmazione: èclonazione.

Istituzionalizzare l'innovazione?
C’è un punto nel capitolo introduttivo del volume di Sancino che trovo straordinariamente onesto — e produttivo proprio per questa onestà.
I ricercatori partono con un’ipotesi normativa chiara: lo Stato può e deve essere orientato all’impatto sociale, orchestrare ecosistemi di innovazione aperta, agire da abilitatore piuttosto che da controllore[6] . È una visione ambiziosa, costruita su una letteratura solida.
Ma i dati dei sedici casi non confermano questa visione. O meglio: la confermano solo in parte, e in modo più complicato di quanto il modello teorico avesse previsto. L’innovazione nei casi studiati è quasi sempre guidata da individui con forte motivazione personale, non da architetture istituzionali.
La misurazione dell’impatto avviene quasi sempreex post, come rendicontazione, non come strumento strategico. Il settore pubblico è presente, ma raramente come vero orchestratore — più spesso come cornice normativa, come finanziatore, come legittimatore passivo.
Ma allora si pone una domanda che il volume apre senza rispondere del tutto: se l’innovazione nasce quasi sempre da individui eccezionali in contesti specifici, e non da architetture istituzionali, cosa significa“istituzionalizzare l’innovazione”? Si può istituzionalizzare l’eccezionalità senza neutralizzarla?
L'economia sociale nelle aree rurali: quando l'assenza diventa materia prima
C’è un capitolo del reportEURICSE 2025che mi sembra fotografare questa tensione meglio di qualsiasi caso di successo costruito a tavolino: quello di Sforzi e colleghi sull’economia sociale nelle aree rurali[7] .
Il tema è semplice, ma le implicazioni non lo sono: nelle aree rurali italiane — e in particolare nelle aree interne classificate come“periferiche”o“ultraperiferiche”nella Strategia nazionale — il mercato e il settore pubblico si sono ritirati da decenni.
Energia, trasporti, rifiuti, servizi postali: dove questi sistemi non funzionano o non arrivano, le organizzazioni dell’economia sociale hanno costruito risposte non perché avessero un progetto di innovazione, ma perché non c’era nessun altro.
È questa la specificità che la letteraturastandardsull’innovazione fatica a catturare:l’innovazione per assenza.
Non innovazione che supera un limite esistente, ma innovazione che riempie un vuoto strutturale. Non“facciamo meglio di prima”, ma“costruiamo quello che non c’era mai stato”.
► Focus — Le cooperative di comunità come risposta all'assenza istituzionale
Lecooperative di comunità nelle aree interne italianenon nascono da un progetto di policy. Nascono quando una comunità realizza che loStato e il mercato non torneranno, e che l'alternativa alla migrazione definitiva è l'auto-organizzazione.
Il reportEURICSEdescrive organizzazioni che gestiscono contemporaneamenteservizi essenziali— dalla distribuzione alimentare al trasporto scolastico — e funzioni di cura sociale che nessun piano di zona ha mai finanziato.Perché nessun piano di zona era mai arrivato a quegli indirizzi.
Il problema non è che queste esperienze non siano "innovative". Il problema è chenon assomigliano a nessuna delle categoriecon cui il dibattito le cerca. Non hanno un orchestratore. Non hanno una rendicontazione d'impatto. Non hanno una quintupla elica.Hanno una comunità che ha deciso di non sparire.
Sarebbe facile leggere questo come una storia eroica e fermarsi lì. Ma sarebbe sbagliato — e controproducente.
Perché queste esperienze hanno anche fragilità strutturali evidenti: dipendenza da poche figure di riferimento, difficoltà disuccession planning, vulnerabilità finanziaria in assenza di finanziamento pubblico stabile. Alcune di quelle cooperative sono scomparse quando il fondatore è andato via o è cambiato l’assessore regionale di riferimento.
Il punto non è mitizzarle. È capire cosa le distingue da quelle cheresistono. Cosa ha prodotto radicamento duraturo, e cosa ha prodotto invece dipendenza fragile da un singolo finanziamento o da una singola persona.
Questa domanda —a quali condizioni l’innovazione nata dall’assenza produce comunità capaci di autosostenersi— mi sembra molto più utile di“questo modello è replicabile?”
Il punto non è mitizzarle. È capire cosa le distingue da quelle cheresistono. Cosa ha prodotto radicamento duraturo, e cosa ha prodotto invece dipendenza fragile da un singolo finanziamento o da una singola persona.
Questa domanda —a quali condizioni l’innovazione nata dall’assenza produce comunità capaci di autosostenersi— mi sembra molto più utile di“questo modello è replicabile?”

Il PANES: una risposta giusta a una domanda che non basta
Il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale — descritto da Salvatori nel reportEURICSE[8] — introduce una novità significativa rispetto a tutti i piani precedenti: un esplicitociclo di apprendimento, con valutazione indipendente e pubblica, report periodici, indicatori che“parlino la lingua dell’economia sociale.”
È una novità reale. Ma per capirla — e per valutarla criticamente — bisogna anche capire come è nata.
Il PANES è arrivato dopo anni di negoziazione politica complessa, di lavoro del Forum Terzo Settore, di ricerca accademica accumulata, di pressione europea attraverso il Piano d’azione comunitario del 2021.
È il risultato di un lungo processo in cui alcuni soggetti — quelli con più voce, più organizzazione, più accesso ai tavoli ministeriali — hanno avuto più peso di altri nel definirne i contenuti. Questo non lo invalida. Ma significa che anche il PANES è il prodotto di una selezione. E quella selezione ha lasciato fuori qualcosa.
Cosa?Principalmente le voci dei territori piùfragili, delle organizzazioni più piccole, di chi non ha la struttura per partecipare a un tavolo nazionale di negoziazione.
Le stesse voci che faticano a entrare nei criteri di selezione delle buone pratiche, nelle ricerche PRIN, nei bandi delle fondazioni bancarie.
Il ciclo di apprendimento che il PANES promette funzionerà davvero solo se riesce a raggiungere anche quelle voci. Se la valutazione indipendente sarà davvero autonoma dai soggetti che il piano finanzia. Se i report periodici produrranno conseguenze sulle scelte future, e non solo documentazione.
Chi garantisce tutto questo? Con quale meccanismo istituzionale? E chi presidia il presidio?
Siamo sicuri di riconoscere un seme quando lo vediamo?
Torno alla domanda da cui sono partito:Chi seleziona il seme?
La risposta più onesta che riesco a dare è: lo selezionano i soggetti che hanno il potere di definire cosa conta come innovazione. E questo potere è distribuito in modo profondamenteasimmetrico— per risorse, per competenze, per geografia, per accesso ai canali istituzionali.
Ma la domanda più interessante non è chi seleziona.
È se i criteri con cui selezioniamo ci permettono di vedere anche i semi che crescono fuori dai recinti che già conosciamo.
È una frase che mi sembra importante. Non perché le politiche pubbliche siano irrilevanti. Ma perché ci ricorda chel’innovazione più vitale tende a nascere prima che qualcuno decida che è innovazione.
Il problema è che quando la riconosciamo —quando ha già il linguaggio giusto, i documenti giusti, gli attori giusti, la collocazione geografica giusta— potrebbe avere già perso qualcosa dell’energia che la rendeva interessante.
E questa tensione, per ora, non so come risolverla. Ma mi sembra importante non smettere di abitarla.
Nel prossimo articolo provo ad affrontare la seconda questione: l'orchestratore non si progetta. Come nasce davvero la figura chiave degli ecosistemi — e cosa succede nei territori dove non emerge spontaneamente.
Note e riferimenti bibliografici +
1.Sancino A., et al.,"Innovazione sociale aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale", Milano University Press, 2026. Leggi PDF↩
2.Ansell C., Gash A.,"Collaborative Governance in Theory and Practice", 2008. DOI↩
3.DiMaggio P.J., Powell W.W.,"The Iron Cage Revisited", 1983. DOI↩
4.EURICSE,Economia sociale 2025, p. 14. ISBN 9788894630619. Report↩
5.Venturi P., Zandonai F.,"Neomutualismo", Egea, 2022. Sito Editore. ↩
6.Sancino et al.,op. cit.;Mazzucato M.,"Mission Economy", 2021. Sito↩
7.Sforzi J., Galera G., Ottobrini B., Tallarini G.,"L'economia sociale nelle aree rurali", in EURICSE 2025, op. cit. Si veda anche la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI): SNAI↩
8.Salvatori G.,"Un'introduzione al Piano d'azione nazionale per l'economia sociale", in EURICSE 2025, op. cit., pp. 13-22. Il testo del PANES è consultabile su: Lavoro.gov↩
9.Venturi P., Zandonai F.,op. cit.;Working Paper AICCON. Paper↩



