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L’innovazione sociale italiana sa replicarsi?

Nelle ultime settimane ho scritto tre articoli sull’innovazione sociale aperta, tutti e tre costruiti attorno al volume diAlessandro Sancinoe colleghi pubblicato inopen accessda Milano University Press[1].

Un libro che ha il pregio di partire daicasiper arrivare allateoria: sedici esperienze concrete, molto diverse tra loro per settore e collocazione geografica, da cui emergono elementi comuni che il gruppo di ricerca trasforma in un modello analitico.

Nel primo articolo ho cercato di rispondere a una domanda che mi porto dietro: perché certe esperienze di innovazione sociale durano e crescono, e altre muoiono? La risposta sta negliecosistemi.

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Nel secondo ho descritto cosa rende lavia italianaall’innovazione sociale diversa dai modelli esteri: più lenta e faticosa, ma anche più radicata e difficile da smontare.

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Nel terzo ho guardato dove ilmodello si inceppa: leadership solitarie, fragilità della co-progettazione e misurazione dell'impatto ridotta a pura burocrazia.

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Tre articoli, un filo comune: il libro di Sancino vale la pena leggerlo. Vale la pena discuterlo.

Ed è esattamente per questo che, rileggendomelo, mi sono postoaltre domandeche il testo apre.

Perché quelle domande mi sembrano cruciali per chiunque voglia davvero fare qualcosa con l’innovazione sociale.

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La parola che manca: gemmare

Gemmazionenon viene dal volume diSancino.

È una distinzione che emerge con forza da un’altra tradizione di pensiero sull’innovazione sociale italiana— quella diPaolo VenturieFlaviano Zandonai[2].

VenturieZandonaida anni lavorano sul tema delluogocome categoria non solo geografica ma epistemologica, e che nel loro lavoro sulneo-mutualismo territorialehanno sviluppato un’idea diversa di come le innovazioni si diffondono.

La distinzione è semplice ma potente.

La letteratura internazionale sul tema ha mostrato da tempo che la scalabilità delle innovazioni sociali non è mai automatica[3]: ciò che funziona in un contesto può fallire in un altro non perché il modello sia sbagliato, ma perché lerelazioni fiduciarieche lo sostenevano non eranotrasferibili.

Scalare significa crescere replicando una forma.Gemmaresignifica trasferire un principio generativo — qualcosa di vivo che si adatta al luogo in cui attecchisce, non una copia né una franchise.

Perché questa distinzione mi sembra importante?

Ilmodello OSIche proponeSancinodescrive l’innovazionecomeflusso di conoscenzatra attoriporosi: PA, Imprese, Terzo Settore.

"L'innovazione sociale non può più essere intesa come l'output di un singolo attore eroico, ma come il risultato di un'intelligenza collettiva distribuita, resa possibile dalla porosità delle organizzazioni che accettano di scambiare conoscenza per un fine pubblico."

Alessandro Sancino,Innovazione sociale aperta, Milano University Press (2026)

L’innovazione sociale aperta (OSI)è intesa come la capacità di governareecosistemi territoriali complessidove attori pubblici, imprese e terzo settore co-producono valore attraverso lo scambio sistematico di conoscenza e risorse.

"Il ruolo dell'orchestratore territoriale non è quello di dirigere in modo gerarchico, ma di agire come un catalizzatore di connessioni, capace di trasformare frammenti di valore locale in ecosistemi di impatto sistemico."

Alessandro Sancino,Innovazione sociale aperta, Milano University Press (2026)

Un modello che funziona bene perspiegarecome le innovazioninasconoe si consolidano dentro unecosistema.

Quante volte abbiamo chiamato“scalabilità”quello che in realtà era solostandardizzazione[4]?

È una domanda che riguarda concretamente chiunque abbia provato a replicare un’esperienza riuscita in un contesto diverso.

Ma rischia di  essere meno efficace per rispondere a una domanda diversa:come si trasferisce un principio generativo da un territorio a un altro senza che perda la sua vitalità nel tragitto?

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Mappe dello stesso territorio

Mi pare cheSancinofornisca lameccanica: ci spiega come iflussi di conoscenzadevono circolare per superare l’isolamento dei singoli progetti, come si costruiscegovernance collaborativa, come simisura l’impattoin modo che diventi linguaggio comune dell’ecosistema. È la mappa che serve per non perdersi nellaframmentazione.

Venturi e Zandonai ci ricordano soprattutto che senzaradicamento nel luogoe senzaintenzionalità collettiva, la mappa resta un disegno astratto.

L’integrazione tra le due prospettive avviene, a mio avviso, quando si riconosce che l’orchestratore di cui parla Sancino —quella figura cruciale che fa circolare la conoscenza dentro l’ecosistema— deve anche saper fare quello che Zandonai chiamainfra-imprenditorialità [5]: abitare lospazio intermedio, tradurre linguaggi diversi, tenere insieme tensioni che i soggetti più strutturati tendono a risolvere in modo unilaterale.
È una posizione che risuona con quanto la ricerca sulcapitale socialeha mostrato da decenni[6]: le reti fiduciarie non si costruiscono per decreto.
Focus

Le quattro domande che mi porto dietro

La prima riguarda il potere.

Quando diciamo che vogliamo trasferire un “principio generativo” da un territorio a un altro, chi decide cosa conta come principio generativo? Chi ha il potere di definire cosa vale la pena trasferire e cosa è invece “specificità locale non replicabile”?

Il modello OSI descrive flussi di conoscenza tra attori, ma non dice nulla su come questi flussi siano distribuiti in modo asimmetrico.[7]. Chi ha più risorse, più reputazione, più accesso ai canali istituzionali ha anche più potere di definire l’agenda dell’innovazione.

La seconda riguarda l’orchestratore.

L'innovazione è quasi sempre guidata da individui con una forte motivazione personale, non da architetture istituzionali.

L’orchestratore emerge dall’ecosistema, non lo precede. Ma allora come si costruisce un ecosistema generativo in un territorio dove non esiste ancora nessuno disposto a fare quella fatica? Come si innesca il primo ciclo virtuoso dove il capitale sociale è basso e le istituzioni intermedie sono deboli o assenti?

La terza riguarda le disuguaglianze territoriali.

Se la gemmazione avviene dove le energie locali sono già più forti — dove ci sono già qualche infra-imprenditore, qualche organizzazione radicata, qualche tradizione mutualistica — allora la diffusione dell’innovazione tenderà a seguire la distribuzione esistente del capitale sociale, rafforzando i territori già avvantaggiati e lasciando indietro quelli più deboli.

La letteratura scientifica ha un nome per questo meccanismo:Matthew effect[8] .

Vale la pena chiedersi se il welfare italiano lo stia riproducendo invece di contrastarlo.

La quarta riguarda il fallimento.

Nel mio terzo articolo ho scritto che la misurazione dell’impatto è ancora troppo spesso rendicontazione ex post verso i finanziatori, non apprendimento strategico — ed è una critica che Sancino stesso fa nel volume.

Ma il problema è più profondo: non abbiamo ancora costruito una cultura del fallimento produttivonel welfare italiano.

Non esiste un sistema che permetta alle organizzazioni di documentare e condividere i propri insuccessi senza essere penalizzate per farlo.

Eppure è proprio dall’analisi dei fallimenti — non delle storie di successo — che si impara di più su cosa non funziona e perché.

Nei prossimiquattro articolisvilupperò ciascuna di queste domande, cercando di portare ogni ragionamento fino in fondo.

I prossimi approfondimenti
Articolo 1

Chi seleziona il seme?Il problema del potere nell’innovazione sociale: chi decide cosa vale la pena trasferire, e chi viene escluso dalla conversazione.

Articolo 2

L’orchestratore non si progetta.Come nasce la figura chiave degli ecosistemi, e cosa succede nei territori dove non emerge spontaneamente.

Articolo 3

Il Matthew effect del welfare.Perché la gemmazione rischia di replicare le disuguaglianze invece di ridurle, e cosa servirebbe per invertire la tendenza.

Articolo 4

Sbagliare bene.Perché il welfare italiano non sa ancora imparare dai fallimenti, e come potrebbe cominciare a farlo.

Note e riferimenti bibliografici +

1.Sancino A., et al.,"Innovazione sociale aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale", Milano University Press, 2026. Leggi PDF

2.Ansell C., Gash A.,"Collaborative Governance in Theory and Practice", 2008. DOI

3.DiMaggio P.J., Powell W.W.,"The Iron Cage Revisited", 1983. DOI

4.EURICSE,Economia sociale 2025, p. 14. ISBN 9788894630619. Report

5.Venturi P., Zandonai F.,"Neomutualismo", Egea, 2022.

6.Sancino et al.,op. cit.;Mazzucato M.,"Mission Economy", 2021. Sito

7.Sforzi J., Galera G., Ottobrini B., Tallarini G.,"L'economia sociale nelle aree rurali", in EURICSE 2025, op. cit. Si veda anche la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI): SNAI

8.Salvatori G.,"Un'introduzione al Piano d'azione nazionale per l'economia sociale", in EURICSE 2025, op. cit., pp. 13-22. Il testo del PANES è consultabile su: Lavoro.gov

5.Venturi P., Zandonai F.,"Neomutualismo", Egea, 2022. Per un approfondimento sull'infra-imprenditorialità si veda anche: "Dove, di Venturi e Zandonai"

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