Che cosa vogliamo farne?
I minori stranieri non accompagnati arrivano a sedici o diciassette anni. La legge li tutela come bambini, i Comuni pagano il conto e nessuno ha deciso dove devono arrivare.
Quando si parla di immigrazione si pensa subito agli sbarchi, ai centri e ai numeri complessivi. Dentro quel tema complesso ce n’è uno più piccolo e quasi sconosciuto: quello deiminori stranieri non accompagnati (MSNA), ragazzi che arrivano in Italia senza genitori né adulti di riferimento e ai quali la legge garantisce accoglienza e tutela (art. 2 della legge 47/2017).
Stiamo parlando di17.011 persone(fine 2025) equasi otto su dieci arrivano in Italia con età tra sedici o diciassette anni.
Formalmente sono minori, nei fatti sono quasi adulti. La legge li protegge come bambini, ma tra l'arrivo e il diciottesimo compleanno restano pochi mesi per costruire un futuro.
A trovarseli davanti sono i Comuni, che non decidono quanti ne arrivano e quando e devono accoglierli con le risorse che hanno.
Crema, poco più di 34.000 abitanti nel cremonese verso Milano. Iminori stranieri non accompagnati (MSNA)seguiti dal Comune sono passati da 58 nel 2025 a 100 nel 2026. L’amministrazione ha dovuto inserire in variazione di bilancio 597mila euro in più. La spesa dell’anno 2026 è destinata ad arrivare a 1 milione e 616mila euro: nel 2019 la spesa era di 68mila euro. La presidente della commissione Welfare l’ha riassunta con l’espressione«costi obbligati per legge».
Milano, 1,36 milioni di abitanti. A fine 2025 il Comune aveva in carico 1.406 minori stranieri non accompagnati, il numero più alto mai raggiunto: circa uno ogni mille abitanti. Solo 450 sono accolti nei posti SAI, gli altri in comunità, dove le rette sono più alte (Il Sole 24 Ore). L'assessore al Welfare Lamberto Bertolé indica una spesa annuale di circa 10 milioni di euro.
Le dimensioni del fenomeno
Il fenomeno non nasce oggi. Minori che arrivano soli in Italia ci sono dagli anni Novanta, ma per quel decennio non esistono dati sistematici: la figura del «minore straniero non accompagnato» entra nell’ordinamento con ilDPCM 535/1999, in vigore dal 2000, e ilprimo censimento del Comitato per i minori stranieri, a dicembre 2000, registra 8.307 segnalazioni, di cui 5.744 (il 69%) riguardano minori albanesi. Sono segnalazioni e non presenze, quindi non sono confrontabili con i dati di oggi. Negli ultimi cinque anni, invece, la presenza è cresciuta in fretta: in media 8.216 minori nel 2021, circa 16mila nel 2022, 22mila nel 2023.
Chi sono oggi? Al 31 dicembre 2025 (Ministero del Lavoro) l’88,6% è di genere maschile (le ragazze sono 1.934, l’11,4%) e quasi il 79% ha 16 o 17 anni: il 58,5% ha già 17 anni, il 20,3% ne ha 16. I minori fino a 14 anni sono il 14%. Il rapporto non indica un’età media, ma la distribuzione parla chiaro: sono adolescenti prossimi alla maggiore età. Provengono da 70 Paesi diversi, ma cinque cittadinanze coprono circa il 70% delle presenze.
| Paese | Presenze | Quota |
|---|---|---|
| Egitto | 5.159 | 30,3% |
| Ucraina | 2.963 | 17,4% |
| Bangladesh | 1.703 | 10,0% |
| Gambia | 1.114 | 6,5% |
| Tunisia | 932 | 5,5% |
Fonte: Ministero del Lavoro, rapporto semestrale al 31/12/2025. Quote calcolate sul totale di 17.011 presenze.
Gli ucraini sono un caso a parte: il 96% vive presso famiglie private, in due casi su tre di parenti e incide poco sul sistema delle strutture di accoglienza.
Dove sono i MSNA in Italia
Al 31 dicembre 2025, il 46% è collocato nelle Regioni del Sud e Isole, il 40% nel Nord e il 14% nel Centro del Paese (Ministero del Lavoro).
Cinque Regioni accolgono poco meno del 60% dei MSNA presenti in Italia. In Sicilia sono oltre 3mila (22% del totale), in Lombardia oltre 2mila minori (13,5% del totale): seguono Campania con 1.500 minori (circa 11,5%), Emilia-Romagna con 1.100 minori in accoglienza (7,5% del totale) e Lazio con circa mille minori (6,1%).
Dove sono i MSNA: quota sul totale nazionale, 31 dicembre 2025
Per area geografica
Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rapporto semestrale al 31/12/2025 (dati SIM). Quote come riportate nel rapporto. Le altre quindici Regioni hanno ciascuna una quota inferiore a quella del Lazio.
Come funziona l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati
L’accoglienza dei MSNA ha due livelli. Laprima accoglienzaè quella d’arrivo e di breve durata: identificazione, accertamento dell’età, nomina del tutore, prime cure. Si svolge in centri governativi finanziati dal FAMI, nei CAS per minori attivati dalle Prefetture e, dove mancano posti, in strutture che i Comuni improvvisano per non lasciare i ragazzi in strada.Quando le strutture dedicate non bastano, l’accoglienza ricade temporaneamente sul Comune in cui il ragazzo si trova.
Dal 2023 il prefetto può inoltre inserire un sedicenne o un diciassettenne in una sezione di un centro per adulti, per novanta giorni prorogabili di altri sessanta: secondo Save the Children, al 30 settembre 2024 erano252 i ragazzi in strutture per adulti.
Laseconda accoglienzadovrebbe portare i ragazzi all’autonomia. A fine 2025 ilMinistero del Lavorone conta 11.060, il 65% dei presenti, in strutture che ne ospitano in media sette ciascuna: comunità socio-educative, comunità familiari, alloggi ad alta autonomia. Tra le 1.924 strutture che ospitano almeno un ragazzo, il 68% ha un’autorizzazione comunale e il 28% regionale. Fuori dal SAI paga il Comune, che chiede poi un contributo al Fondo nazionale: 115,5 milioni di euro l’anno fino al 2028, distribuiti per trimestre in proporzione alle richieste, perché nel 2023 e nel 2024 le richieste hanno superato le risorse.
Che cos’è la rete SAI
Il SAI, Sistema di accoglienza e integrazione, è una rete di enti locali che realizzano servizi di accoglienza integrata accedendo al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo del Ministero dell’Interno. L’adesione dei Comuni è volontaria, e i progetti sono finanziati per periodi triennali.
Nasce nel 2001 con ilProgramma nazionale asilo, un protocollo tra ANCI, Ministero dell’Interno e UNHCR che finanziò 59 enti locali. La legge Bossi-Fini del 2002 lo trasformò in sistema stabile, lo SPRAR. Nel 2018 cambiò nome in SIPROIMI, escludendo i richiedenti asilo, e nel 2020 diventò SAI. Il Ministro dell’Interno ricordanel Rapportoche i posti finanziati sono passati da circa 1.600 nel 2002 a oltre 44.200 nel 2025.
Funziona in modo particolare. Il titolare di ogni progetto è un ente locale, e nel 2025 sono 732: 641 Comuni, 25 Unioni di Comuni, 15 Province o Città metropolitane e 49 altri enti. Più del 90% di loro si avvale di enti attuatori del privato sociale,538 nel 2025, e la rete impiega circa 25.000 operatori. Il Servizio Centrale, istituito dal Ministero dell’Interno e affidato ad ANCI, supporta e monitora i progetti; tutti operano secondo le stesse Linee guida e lo stesso Manuale operativo. L’89,1% delle strutture sono appartamenti, con funzione socio-educativa e mai socio-sanitaria. I Comuni coinvolti a vario titolo sono 1.991, circa uno su quattro, e il 93% dei grandi Comuni con più di 100.000 abitanti aderisce alla rete.
All’interno del SAI i posti si dividono in tre tipologie: accoglienza ordinaria, MSNA, e persone con disagio mentale o disabilità. Nel 2025 i posti attivi per MSNA sono6.646, in 206 progetti, con équipe multidisciplinari in cui il personale più presente è quello degli educatori. Le strutture per MSNA seguono, oltre alle regole della rete, le norme nazionali e regionali di autorizzazione e accreditamento. Le Linee guida permettono ai ragazzi di restare nel progetto fino a sei mesi dopo i diciotto anni, ed è per questo che nei progetti per MSNA il56,6% dei beneficiari è neomaggiorenne. Questa rete, dopo oltre vent’anni, accoglie circa un quinto dei ragazzi presenti in Italia.
Fonte:XXIV Rapporto annuale SAI, dati 2025. Il dato sul quinto dei ragazzi accolti è del rapporto del Ministero del Lavoro al 31/12/2025.
Chi sono i ragazzi di cui parliamo
Dire «minori» inganna, ma dire «quasi adulti» semplifica a sua volta, perché sotto questa etichetta ci sono almeno tre popolazioni che il sistema tratta come una sola.
La prima è quella dei bambini veri: gli ucraini, 2.963 a fine 2025, il 17,4% dei presenti, per lo più tra i sette e i quattordici anni. Il 96% vive presso privati, due volte su tre da parenti, e pesa pochissimo sulle strutture.
La seconda è fatta di ragazzi che se ne vanno: nel 2025 gli allontanamenti volontari sono stati 6.090, circa il 31% delle uscite. Gli eritrei sono un quarto del totale, gli egiziani il 19,4%, i somali il 12%, l’86% era entrato nello stesso anno e più della metà era accolta in Sicilia, che è la porta d’ingresso con il 48,7% degli arrivi.
La terza popolazione è quella che resta ed è quella su cui si gioca la domanda del giorno dopo. L’82% di chi è entrato nel 2025 aveva più di sedici anni, il 96% erano maschi, le cittadinanze più numerose erano egiziana e bangladese. Per i ragazzi bangladesi, di cui l’85% ha diciassette anni, il viaggio è un mandato familiare, con un debito che gli studi citati stimano tra i 4.000 e gli 8.000 dollari e rimesse da inviare.Sono ragazzi che arrivano per lavorare e mandare soldi a casa e che nei mesi in cui il sistema li accoglie devono soprattutto trasformare il permesso da minore in un permesso da adulto.
Ci sono poi le ragazze, l’11,4% dei presenti, tra le quali il Rapporto SAI registra un 19,7% nel circuito della tratta tra quelle sole accolte nei progetti per MSNA, e i ragazzi con fragilità psichiche o sanitarie.
Anche la composizione cambia in fretta: nel 2025 gli ingressi dall’Egitto sono cresciuti di 2.354 unità e quelli dal Bangladesh di 1.346, mentre la Tunisia ne ha perse 1.610 e il Gambia 1.114.
Ogni anno il sistema trova davanti una popolazione diversa da quella per cui si era organizzato.
Il giorno dopo: che fare?
Per la grande maggioranza di questi ragazzi la via dell’inserimento non passa dalla protezione. Le domande di asilo presentate per MSNA sono state 950 nel 2025 e 2.030 nel 2024, a fronte di 16.228 ingressi nel 2025, circa il 6%. Delle decisioni prese nel secondo semestre 2025, il 62% ha riconosciuto una forma di protezione.
La strada ordinaria è un’altra. Il permesso per minore età scade ai diciotto anni e può essere convertito in permesso per studio, accesso al lavoro o lavoro, ma l’art. 32 del Testo unico sull’immigrazione prevede due sole condizioni. O un parere positivo del Ministero del Lavoro oppure tre anni di presenza in Italia con almeno due di progetto di integrazione.
Chi arriva in Italia a diciassette anni non può averli e dunque l'unica via è il parere. La richiesta può essere presentata non prima di novanta giorni dal compimento dei diciotto anni. Nel 2025 i pareri sono stati 4.367, il 26% in più dell’anno prima. Le uscite per compimento della maggiore età, nello stesso anno, sono state oltre il 66% di 19.268, cioè più di 12.700.
Non sono la stessa coorte e non si possono sottrarre, ma l’ordine di grandezza mostra la distanza tra chi esce e chi passa da questo strumento. Il Rapporto segnala una forte disparità di accesso tra i territori: il Sud ospita il 46% dei ragazzi e riceve il 14% dei pareri, la Sicilia più di un quinto dei presenti e meno dell’1% dei pareri. Le ragazze sono l’11% dei presenti e l’1% dei beneficiari. Il parere richiede la documentazione di un percorso di integrazione durante la minore età: scuola nel 90% dei casi, formazione nel 46%, lavoro nel 22%.
Il prosieguo amministrativo, che il Tribunale per i minorenni può disporre per mantenere la presa in carico fino ai 21 anni, è l’altro strumento.
L'ultimo Rapporto SAI conta 7.904 neomaggiorenni in prosieguo accolti nella rete nel 2025, quasi il doppio dei 3.965 di due anni prima e un 14,2% dei beneficiari. Save the Children contava 1.601 prosiegui attivi al 17 ottobre 2024. Sono dati diversi per anno e per natura, e non si lasciano confrontare. Gli enti SAI segnalano decreti emessi senza un confronto effettivo con i servizi e senza informare i ragazzi, Tribunali che li negano nonostante le richieste motivate, tempi lunghi per chi arriva a ridosso dei diciotto anni senza titolo di soggiorno da minore. Quanto al dopo, il Rapporto ministeriale registra quanti escono per maggiore età, 11.700 nel 2023 secondo Save the Children e oltre 12.700 nel 2025, ma non riporta che cosa accade loro dopo.
Gli strumenti per entrare nella società
Gli strumenti di inserimento esistono, ma sono progetti e non diritti.
Percorsiè rivolto ai ragazzi dai sedici anni e agli ex MSNA fino a 23: nella sua quarta fase ha avviato 1.493 tirocini in cinque Regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia). Tra i 428 che hanno concluso il tirocinio nella prima finestra, il 52,8% ha avuto un contratto entro sei mesi, il 47,4% tra i MSNA.
PUOI PLUSmette 42 milioni su 6.200 percorsi in cinque anni, per tutti i migranti vulnerabili e non solo per gli ex MSNA, con oltre 1.700 tirocini avviati. Il protocollo con le parti sociali dell’edilizia, rivolto anch’esso ai migranti vulnerabili, tra cui gli ex MSNA, ha prodotto 909 inserimenti su 2.027 beneficiari al marzo 2025, quello del turismo è in fase pilota. Sono strumenti che funzionano, ma 6.200 percorsi in cinque anni sono meno della metà delle sole uscite per maggiore età di un anno, e arrivano a chi trova la finestra aperta, nella Regione giusta e con un ente promotore idoneo.
Per molti ragazzi la vera infrastruttura d’inserimento è un’altra. Una delle storie raccolte nel Rapporto è quella di un ragazzo egiziano che compie diciotto anni dopo tre mesi in comunità, deve uscire senza aver finito la formazione e trova casa e lavoro ad Ancona seguendo un amico. Il contributo OIM ricorda che le reti dei connazionali proteggono e sfruttano nello stesso momento: orientano e ospitano, ma in alcuni casi trattengono una quota consistente dei guadagni, spesso il 30% o più, come compenso per l’intermediazione.
La rete pubblica, intanto, ha una geografia che non coincide con quella degli arrivi. La Sicilia riceve il 48,7% degli ingressi. La Lombardia è seconda con 1.850 ingressi, il Friuli-Venezia Giulia terzo con 1.328: in entrambe i ragazzi arrivano solo per rintraccio sul territorio e non per sbarco. Il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta non hanno nessun progetto SAI per MSNA. A Milano solo 450 dei 1.406 ragazzi in carico stanno in un posto SAI e a Crema la spesa del 2026 arriverà a 1 milione e 616mila euro.
La domanda a monte
Prima di chiedersi quanto costa l’accoglienza, bisogna chiedersi che cosa vogliamo farne. La legge risponde in modo netto: tutelarli, perché sono minori. Ma la maggior parte di questi ragazzi arriva a sedici o diciassette anni e il sistema ha davanti pochi mesi.
Che cosa si può costruire in dieci mesi per un ragazzo che arriva a diciassette anni e due?
Il sistema somiglia a un ponte costruito da una riva sola, con i lavori che si fermano a metà campata perché il giorno del diciottesimo compleanno chiude il cantiere. Un ponte così non serve a nessuno, ma costa quasi quanto uno finito.
Non è un’osservazione nuova. Già l’Autorità garante per l’infanzia, nella sua nota sull’attuazione della legge 47, rilevava che molti arrivano prossimi alla maggiore età e non riescono, nel poco tempo disponibile, a completare il percorso verso l’autonomia. Nel febbraio 2026 la Garante Marina Terragni ha ribadito cheil prosieguo amministrativo funziona davvero solo se accompagnato da interventi calibrati sulla fragilità dei ragazzi, più che sulla sua durata. Il Tavolo Minori Migranti, che riunisce 22 organizzazioni tra cui Save the Children, ricorda cheil prosieguo serve a chi ha avviato un percorso di inclusione e non può interromperlo bruscamente. E la UIL, nel suo documento di febbraio 2026, scrive che lasciare soli i ragazzi a diciotto anni«non è solo ingiusto, è anche miope».
Il dibattito di questi mesi, però, discute quasi solo di durata. Il disegno di legge sull’immigrazione approvato dal Governo a febbraio 2026 propone diportare il prosieguo da ventuno a diciannove anni o di cancellarloe chi lo critica sostiene cheprodurrebbe soltanto nuova irregolarità.
Chi vuole allungare il ponte e chi vuole accorciarlo discutono entrambi di quanto lungo debba essere e nessuno dei due di che cosa debba esserci sopra.
La contraddizione sta qui. Se accogliamo come minori ragazzi che sappiamo diventeranno adulti in pochi mesi e lo facciamo con strumenti pensati per i minori spendiamo risorse senza ottenere ciò che la legge prometteva, cioè una vita autonoma in Italia.
Il ragazzo che a diciotto anni esce senza permesso, senza formazione conclusa e senza casa non scompare, ma resta spesso in condizione irregolare e diventa il volto che alimenta l’ostilità verso tutti gli immigrati. Il costo è doppio: il denaro pubblico speso per l’accoglienza e la fiducia che si perde quando l’accoglienza non produce nulla di visibile.
Che cosa servirebbe
Servirebbe anzitutto una scelta esplicita. Questi ragazzi vanno tutelati in quanto minori e non lo metto in discussione.
Ma una tutela che ignora la loro età reale è una tutela sbagliata. Per i sedicenni e i diciassettenni servirebbe un percorso pensato fin dal primo giorno per quello che sono, cioè ragazzi che dovranno essere autonomi entro pochi mesi: lingua, formazione professionalizzante, tirocinio e un obiettivo chiaro, il permesso di soggiorno da adulto. Non meno tutela, quindi, ma una tutela con una destinazione.
Dentro questo percorso, il diciottesimo compleanno dovrebbe essere un passaggio programmato e non una scadenza. Il progetto di vita andrebbe scritto per tempo, il parere per la conversione del permesso istruito prima del compimento dei diciotto anni e il prosieguo deciso in base alla fragilità e al percorso già fatto, non lasciato alla discrezionalità e ai tempi dei territori. Servirebbe una rete nazionale con posti programmati dove i ragazzi arrivano e si fermano, e non solo dove un Comune ha scelto di aderire; strumenti di inserimento (tirocini, formazione, casa) accessibili in qualunque territorio a chi ha un percorso certificato; una rilevazione che segua i ragazzi dopo l’uscita, perché non si può migliorare ciò che non si misura. E servirebbe un rapporto diverso con le reti dei connazionali e con il terzo settore, per co-progettare con loro l’inserimento, perché sono già, di fatto, il luogo dove molti ragazzi vanno.
Il «costo obbligato per legge» è il prezzo di questa domanda lasciata aperta. Finché non decidiamo che cosa vogliamo farne di questi ragazzi a rispondere saranno i bilanci del Comune in cui il ragazzo è capitato.
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