Politiche pubbliche

Mancano luoghi di sociale nuovo

Dopo Milano tutti chiedono più spazi per i ragazzi. Rotelli suggerisce che la domanda è un’altra: spazi di quale sociale, e inventato da chi?

I fatti, in sintesi

Mobilitazione del 17-18 ottobre 2026 e dibattito successivo
17-18 ott.la mobilitazione «Italia in piazza», nata sui social contro il carovita, senza leader riconoscibili
12-14 annil’età dei più giovani coinvolti il secondo giorno a Milano, secondo Rossi-Doria
7-10milaoperatori di strada e a bassa soglia in Italia (stima di Vita)
4-5milaquelli che ne mancherebbero solo per garantire turnover e continuità

In questi giorni le piazze italiane hanno visto una mobilitazione che, come la descrive Virgilio Sapere, non ha un’identità omogenea né una bandiera: tantissimi minorenni, ragazzi di seconda generazione, molti alla prima esperienza di piazza. A Milano in alcuni casi è finita in scontri e saccheggi.

Le analisi si sono moltiplicate in pochi giorni. Quasi tutte, una volta condannata la violenza (sacrosanto), arrivano a convergere in qualche modo almeno su un punto: mancano luoghi.

Tutti chiedono luoghi

Simone Feder, su Vita.it, si chiede dove possano andare oggi i ragazzi per esprimersi e anche sbagliare senza essere subito etichettati, e risponde con spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori nei quartieri: «luoghi in cui la rabbia possa diventare parola». Distingue tre giovinezze (chi protesta in modo pacifico, chi usa la violenza per imporsi, chi fa volontariato) e avverte che confonderle significa non riconoscere il valore della partecipazione. Su un punto è netto: sicurezza ed educazione servono entrambe.

Rossi-Doria, presidente di Con i bambini, nell’intervista a Vita.it sottolinea una dinamica nuova: il secondo giorno a Milano, accanto agli studenti, c’erano bambini delle periferie. Dove mancano spazi e occasioni di parola, dice, il disagio non trova mediazione, e «basta una chiamata sui telefonini» perché diventi mobilitazione. Chiede di tornare a luoghi in cui adulti competenti si mettono d’accordo e parlano ogni giorno con ragazzi e genitori.

La formula più citata è di Stefano Arduini, sempre su Vita.it: «non volevano abbattere il sistema, volevano entrarci». La riprendiamo perché ci serve più avanti.

Quasi tutti chiedono più luoghi come quelli di prima. Ma di quale sociale dovrebbero essere i luoghi?

E dunque?

Rileggevo in questi giorni, quasi per caso, Franco Rotelli in L’istituzione inventata (per la salute mentale, 1/88). È datato 1988, ma il suo punto di vista ci può tornare molto utile oggi.

Mettiamo le mani avanti: servono luoghi, ma non bastano. Il tema è davvero complesso e non ci sono ricette facili.

Rotelli insiste sul concetto di istituzione come funzione del suo oggetto, cioè apparati, saperi e rapporti di potere organizzati attorno a ciò che si decide di vedere. Alla psichiatria ne assegnava due, la «malattia» e la «pericolosità». Cambiare il modo di gestirle senza cambiare l’oggetto è una falsa deistituzionalizzazione: nuovi luoghi e nuovo look non bastano.

Il dibattito sui ragazzi di oggi riproduce questa coppia quasi alla lettera. La pericolosità è il frame dell’ordine pubblico: fermi, presidi, decreti. La malattia è il frame clinico: il bisogno di visibilità, il profilo psicologico, il disagio da prendere in carico.

Entrambi spiegano un comportamento ma non ci aiutano a guardare l’esistenza in rapporto al corpo sociale, che per Rotelli era il vero oggetto.

Le educatrici dell’hinterland milanese intervistate da Altreconomia lo sottolineano a più riprese: i ragazzi lamentano la mancanza di posti dove potersi collocare ed essere accettati. È il terzo oggetto, ed è un oggetto sociale, non individuale.

Per Rotelli, però, non si tratta di inventare un sociale per chi ne è privo. La sua risposta è un’altra:

[Non] occorre cioè un sociale inventato per una socialità altrimenti assente, ma un sociale contaminato, che del massimo di contaminazione viva e che sia luogo di rivalorizzazione di gesti, di fatti, che altrimenti ripiegano a sintomo. L’istituzione inventata, l’istituzione della contaminazione, privilegia l’oggetto povero, ma non solo ad esso è destinata.Franco Rotelli, L’istituzione inventata

E l’«oggetto povero» ha una definizione che Rotelli riprende da Kantor e che vale la pena rileggere per intero:

L’oggetto povero, il povero, è quello privato, sempre, delle funzioni specifiche della vita quotidiana, lo si getta nel bidone della spazzatura. Sta per essere buttato nei rifiuti. È lì sospeso tra l’immondezzaio e l’eternità: il luogo dei rifiuti e l’ultimo scalino della realtà e l’eternità che è l’ultima soglia della vita.Kantor, 1986, citato da Rotelli in L’istituzione inventata

Un dato aiuta a non fermarsi all’impressione. Secondo l’indagine Ipsos Doxa per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, anticipata da Studenti.it in vista della presentazione del 24 ottobre a Milano, la fiducia nell’impegno c’è e convive con la sensazione di non avere posti dove metterlo.

Credono nell’impegno, non trovano dove metterlo

Indagine Ipsos Doxa per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, dati anticipati il 20 ottobre 2026

La fiducia

credono nel valore della politica per migliorare la società71%
ritengono possibile impegnarsi in prima persona per cambiare la società (18-34 anni)68,6%
vogliono che i principi della Costituzione guidino la politica3 su 4

I muri

percepiscono gli spazi di partecipazione come limitati o inesistentioltre 55%
sentono di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governooltre 62%

Fonte: Studenti.it, 20 ottobre 2026, che riporta l’indagine. Rapporto completo non ancora pubblicato; i dati vanno verificati sul testo originale. Le barre con «oltre» indicano la soglia minima.

Sono percezioni e non parlano di comportamenti. Riguardano soprattutto giovani adulti (il 68,6% è riferito ai 18-34 anni), mentre a Milano il secondo giorno c’erano ragazzi di 12-14 anni. Inoltre conosciamo i dati solo da una sintesi giornalistica. Dicono però qualcosa di coerente con il nostro filo: la domanda non è di intrattenimento né di cura, ma di una scena in cui l’impegno conti. Chi non sente di influire sulle decisioni sta descrivendo, con altre parole, il terzo oggetto.

Una teoria del sociale

Teniamo l’intuizione di Rotelli e sostituiamo la cornice con quattro pezzi, ciascuno con un compito diverso.

Quattro pezzi per leggere il sociale

Una proposta di lavoro, non una teoria consolidata
  • Sociazione (Simmel, Donati). Il sociale non è un settore ma un insieme di forme di relazione che si producono o no. Può mancare anche dove i servizi abbondano.
  • Liminalità senza contenitore (Turner, van Gennep). L’adolescenza è una soglia che un tempo aveva riti e luoghi di passaggio (leva, apprendistato, oratorio, sezioni giovanili). Oggi la soglia c’è e i contenitori no: la piazza nata sui social è communitas spontanea senza struttura.
  • Apparizione e riconoscimento (Arendt, Rancière, Honneth). Il «bisogno di essere visti» non è narcisismo ma domanda di una scena pubblica in cui contare. La piattaforma la offre senza durata né conseguenze.
  • Istituente (Castoriadis). La società si fa istituendosi, non solo replicandosi. È la teoria che sta davvero sotto l’«istituzione inventata».

Da qui quattro modalità di sociale. L’ereditato (oratorio, partito, sindacato) è in erosione. L’erogato (i servizi) tratta per costruzione le persone come destinatarie. Il connesso (Discord, Telegram, TikTok) è ad alta intensità ma senza adulti, durata e mediazione: la polvere di cui parla Bonomi, che si collega senza farsi carovana. L’istituente è quello che manca. Le richieste che abbiamo letto riguardano il ripristino del primo o il potenziamento del secondo.

Il test del Sud

La tesi ha un’obiezione seria e viene da Rossi-Doria: nel Mezzogiorno, in contesti più poveri e di marginalità più duratura, i ragazzi sono scesi in piazza senza la stessa violenza, con forme di solidarietà verso gli autotrasportatori. Se fossero i soli servizi a fare la differenza, ci aspetteremmo l’opposto. La sua ipotesi è che il divario visibile tra centri ricchi e periferie povere sia meno marcato al Sud.

Un’altra lettura, la nostra, è che dove regge il sociale ereditato (reti familiari e di vicinato) la rabbia trovi mediazione anche senza servizi. Nessuna delle due è dimostrata e non abbiamo trovato dati comparati.

Che cosa sarebbe un luogo di sociale nuovo

Rotelli parla di «un sociale contaminato», vivo e «che sia luogo di rivalorizzazione di gesti, di fatti, che altrimenti ripiegano a sintomo».

Non ci serve (tanto) un servizio in più, né un centro giovanile con un’altra insegna. Se l’oggetto resta lo stesso, cambia solo il look. Rotelli chiedeva un sociale contaminato, dove gesti e fatti che altrimenti ripiegano a sintomo vengano rivalorizzati.

Proviamo a tradurlo in cinque domande da rivolgere a qualunque luogo che si dica nuovo.

Cinque domande da mettere alla prova

Ipotesi di lavoro, non risultati
  • Da dove parte? Da ciò che i ragazzi già sanno fare (convocarsi, produrre contenuti, coordinarsi senza leader), non da attività sostitutive. Il «connesso» che abbiamo descritto come privo di adulti e di durata è anche una competenza.
  • Che cosa fa del conflitto? Lo ammette e lo elabora: si può sbagliare senza essere etichettati, come chiede Feder. Contaminazione non significa assenza di regole: la fermezza sulla legalità resta, e la distinzione tra le tre giovinezze serve a non trattare allo stesso modo chi protesta, chi usa violenza e chi fa volontariato.
  • Chi sta sulla soglia? Gli adulti non stanno al controllo, e prima ancora si mettono d’accordo tra loro: la coalizione di cui parla Rossi-Doria viene insieme al luogo, se non prima.
  • Che cosa produce, e per chi? Valore riconosciuto anche fuori: il laboratorio, non l’ambulatorio. E si accede senza obbligo di consumo, perché una scena pubblica che si paga non è una scena.
  • Quanto dura, e come si capisce se funziona? Per Rotelli un centro è un imballaggio provvisorio, ma provvisorio non vuol dire senza criteri: conviene dire in anticipo che cosa conterebbe come segno positivo (ragazzi che restano, che portano altri, che cambiano qualcosa fuori).

La prima domanda è la più scomoda. Gli educatori che mancano vanno assunti e pagati meglio, e le stime di Vita parlano di migliaia di persone, ma migliaia di educatori in più dentro la stessa forma non cambiano l’oggetto. E la quarta risponde nel modo più diretto al dato da cui siamo partiti: oltre il 62% dei giovani sente di non avere influenza sulle decisioni.

Focus. Firenze alla prova delle cinque domande

Il centro DesTEENazione nel centro commerciale San Donato, raccontato da Vita.it il 12 ottobre 2026

Il caso sembra fatto apposta: 600 ragazzi iscritti in un centro commerciale. Ma non è un luogo nato fuori da ogni progetto. È uno dei centri di «DesTEENazione – Desideri in Azione», iniziativa del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali che finanzia luoghi per ragazzi dagli 11 ai 21 anni (cento previsti, 55 attivi per ora). Firenze è stato il primo ad aprire, il 22 ottobre 2025, e il solo dentro un centro commerciale: uno spazio di 1.300 metri quadrati di proprietà del Comune, che prima ospitava mostre d’arte. Lo gestisce la Società della Salute con enti del Terzo settore in co-progettazione, per un finanziamento triennale.

  • Da dove parte? In parte dai ragazzi: la Sala Chill l’hanno progettata gli studenti di un liceo dopo un sondaggio tra coetanei (tutti volevano una stanza dove rilassarsi), c’è una sala di registrazione per i podcast e la risposta a ogni idea, dicono gli operatori, è «sì». Ma l’offerta quotidiana (laboratori, sostegno allo studio, tirocini, sportello per i genitori) è pensata dagli adulti.
  • Chi sta sulla soglia? La programmazione trimestrale è condivisa con un Comitato di consultazione dei beneficiari. E tra gli adulti la rete c’è: Comune, Società della Salute, consorzi e associazioni.
  • Che cosa produce? Podcast pubblicati, tirocini retribuiti, laboratori proposti anche dal territorio (la Polizia municipale ha chiesto di fare educazione stradale). Quanto sia riconosciuto fuori dal centro, l’articolo non lo dice.
  • Senza obbligo? Chi ha storie difficili può frequentare senza iscrizione formale, e un sedicenne dice che «puoi anche sederti e non fare nulla». Se esista un obbligo di consumo non è documentato.
  • Quanto dura? Tre anni, e poi? L’assessore spera in altre linee di finanziamento e punta sulla rete associativa per tenerlo in vita.

Resta fuori la domanda sul conflitto: il racconto non dice come venga elaborato. E c’è una tensione che Rotelli avrebbe notato: il coordinatore rivendica che il centro sia riconosciuto come «servizio psico-pedagogico vero e proprio», non come uno spot. È una scelta comprensibile per chi deve farlo durare, ma è anche la forma dell’erogato. Il caso va letto con prudenza: è un racconto con le voci di operatori e amministratori, senza valutazione indipendente.

Firenze non dimostra che un luogo di sociale nuovo esista, ma mostra dove sta la partita: un dispositivo nato dall’alto può lasciare spazio ai ragazzi, e la distanza tra «lasciare spazio» e «contaminarsi» si misura su cose precise come le decisioni, i ruoli e il tempo.

Restano due domande. Chi decide che un luogo è nuovo, l’avviso o i ragazzi? E quando finisce il finanziamento, che cosa resta del sociale che si è prodotto?

Cosa ne ricaviamo per i territori

Il welfare locale è abituato a chiedersi «che servizio serve». Qui conviene invertire: che cosa fanno già i ragazzi, e quale istituzione provvisoria può farsi trovare lì? Per Rotelli un centro è un «imballaggio» provvisorio, non una struttura da replicare. Quel che si può trasferire da un territorio all’altro è l’operazione di ripartire dall’oggetto, non la forma.

La co-progettazione con il Terzo Settore è il dispositivo naturale, a patto che l’oggetto non sia già scritto nell’avviso. Altrimenti si riproduce l’istituzione decontaminata con un linguaggio nuovo. Lo abbiamo discusso in Dimmi quali strumenti usi e ti dirò che idea di welfare hai, e sul modo di guardare chi vive in povertà in Poverty-Aware Social Work.

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