Il possibile adiacente come postura del lavoro sociale
Appunti per un welfare territoriale generativo
πάντα ῥεῖ (panta rei), tutto è in continuo cambiamento e trasformazione. Ciò che esiste ora rende possibile ciò che può esistere subito dopo: il possibile adiacente.
La biosfera muta di continuo da quattro miliardi di anni e così facendo crea nuove possibilità nell’universo. Stuart Kauffman introduce con un esempio il concetto di possibile adiacente: un blocco motore può essere usato come fermacarte e per la durezza dei suoi spigoli anche come strumento per aprire una noce di cocco.
Una teoria, quella introdotta daKauffman, applicabile ad altre dimensioni e scienze, perché mostra un fatto elementare e tuttavia poco considerato: dall’uso di una cosa per uno scopo non si può dedurre l’uso che ne verrà fatto per un altro.
Inbiologia evolutiva, il possibile adiacente è l'insieme di specie molecolari, organismi e nicchie ecologiche che possono essere raggiunti tramite una singola mutazione, una nuova reazione chimica o un nuovo accoppiamento simbiotico. Questa teoria suggerisce che le biosfere, in media, entrano nel loro possibile adiacente con la stessa rapidità con cui riescono a sostenere la nuova complessità, creando di fatto le opportunità in cui poi diventano.
L’innovazione, in questa prospettiva, procede per ricombinazione di ciò che esiste e le ricombinazioni possibili non sono calcolabili in anticipo.
Il possibile adiacente designa l’insieme di ciò che si trova a un passo da ciò che è già dato. Pievani ne ha dato una formulazione particolarmente chiara:il possibile è sempre più ampio del reale.
La nozione presenta un’evidente affinità con i problemi che il welfare territoriale conosce bene, quello di come si generi cambiamento in sistemi complessi, frammentati e vincolati.
Tre riusi nell’organizzazione dei servizi
Un post di Flaviano Zandonaiaccosta tre esperienze apparentemente eterogenee. Una cartella sociale informatizzata che cessa di essere un mero adempimento di rendicontazione e diventa uno strumento per capire se la vita delle persone è davvero cambiata, senza chiedere un clic in più agli operatori. I pulmini e i volontari di singoli Comuni e associazioni che smettono di viaggiare a silos lungo le stesse strade. Le rilevazioni di clima aziendale già attive nelle cooperative, armonizzate per intercettare il sovraccarico di chi cura.
Ciò che le accomuna non è l’invenzione di qualcosa di nuovo. In tutti e tre i casi un elemento già presente nell’organizzazione, un adempimento, una flotta, un questionario, viene riorientato verso una finalità diversa da quella originaria. È la stessa logica della ricombinazione descritta da Kauffman, trasposta nei servizi alla persona.
Luoghi, strumenti, forme giuridiche
Lo stesso meccanismo si può osservare non soltanto nelle pratiche ma in esperienze consolidate del welfare italiano, riconducibili a tre famiglie.
La prima è quella deiluoghi.Le Case del Quartiere di Torinosono nate in edifici già destinati ad altro: bagni pubblici, garage, immobili industriali. Oggi otto spazi che compongono una rete di laboratori sociali e di welfare comunitario. La prima,Cascina Roccafranca, ha aperto nel 2007 su un complesso in abbandono e la Rete ha assunto personalità giuridica nel 2017. Nessuna programmazione aveva previsto una casa di quartiere in un edificio di bagni pubblici: a renderla possibile è stata la concomitanza di un patrimonio dismesso, di un Comune proprietario, di associazioni radicate e di un finanziatore disposto a rischiare.
La seconda famiglia riguarda glistrumenti. Il welfare aziendale, concepito per i dipendenti, viene oggi descritto,nella sua versione territoriale, come evoluzione comunitaria di se stesso. A Cuneoun’azione di sistema della Fondazione CRC, avviata nel 2023, ha condotto nel 2024 a una convenzione tra 27 enti del territorio.A Sienaun tavolo di imprese e Terzo settore ha formato welfare manager con la funzione di raccordare fornitori e bisogni locali. Una pratica nata nell’impresa viene così aperta ai servizi della comunità.
La terza famiglia attiene alleforme giuridiche.L’Impresa Sociale Girasolea Lecco è una società mista costituita nel 2019 dai Comuni dell’Ambito per dare assetto istituzionale a una collaborazione con il Terzo settore già decennale. Una forma ideata per altri scopi diventa l’ossatura di un welfare di comunità.
Dalla cosa al mestiere
Se l’analisi si fermasse ai luoghi, agli strumenti e alle forme, il possibile adiacente resterebbe una categoria descrittiva, buona a leggere a posteriori ciò che è già accaduto. Ma i bagni pubblici di Torino non si sono trasformati da sé: dietro ogni ricombinazione c’è un soggetto che l’ha riconosciuta, l’ha voluta e l’ha resa praticabile.
È qui che la nozione assume valore operativo che il post di Zandonai, nel rivolgersi al Terzo settore, indica in almeno tre ragioni che si lasciano tradurre in altrettante conseguenze per la pratica professionale.
La prima ragione è chenelle reti contano più le relazioni che i nodi. L’innovazione prevalente tende a cercare l’effetto di novità e a moltiplicare servizi, strutture e sigle. Un welfare effettivamente generativo procede nel senso opposto, senza aggiungere sovrastrutture e intensificando le relazioni fra i soggetti che già abitano la comunità. Ne discende una diversa domanda di partenza per il professionista: non che cosa si possa aggiungere, ma quali soggetti già presenti non siano ancora in relazione.Ricerche sul caso venetovanno nella stessa direzione quando leggono le figure storiche del lavoro sociale come broker dell’innovazione, capaci di rendere fluido lo scambio di informazioni tra gli attori e di accrescere pluralismo e governance. L’operatore non è più soltanto l’erogatore di una prestazione, ma colui che mette in connessione risorse già disponibili.
La seconda ragione è chenessun algoritmo può tenere insieme tutto a priori. Lo spazio delle possibilità è troppo ampio per essere pianificato a tavolino e si esplora soltanto sul campo, con criteri rigidi di selezione, con la capacità di dire «non ancora» alle fughe in avanti, con prove minime e con il ricorso alle intelligenze collettive. Questa indicazione di metodo trova il proprio fondamento nella tesi di Kauffman: se l’adiacente non è deducibile non è nemmeno programmabile. Va tuttavia precisato che esplorare non equivale a improvvisare. La sperimentazione leggera è sostenibile solo se sono chiari i criteri in base ai quali una prova prosegue o si arresta, e il «non ancora» configura una forma di rigore, perché evita di consumare un’idea promettente prima che il contesto sia maturo. Chiunque abbia operato in un ente pubblico sa quanto il grande progetto, con il finanziamento già impegnato e il cronoprogramma già definito, induca a pretendere di sapere in anticipo ciò che si potrebbe soltanto scoprire.
La terza ragione riguarda latecnologia, che nel post è indicata come bene comune e non come risorsa estrattiva. In una fase in cui la tecnologia dominante appare orientata alla concentrazione di potere e profitto, con un assorbimento di energie umane e naturali, al Terzo settore è consegnato il compito di una vita onlife che non si esaurisca nell’efficientamento ma estenda il paradigma della cura ai contesti phygital. Anche qui la nozione di adiacente offre un’avvertenza utile. Kauffman osserva che, una volta inventato l’arco, la balestra rientra nel suo possibile adiacente: l’adiacente di una tecnologia comprende tanto la cura quanto l’estrazione. Una cartella sociale o una piattaforma di mobilità, come quelle dei casi iniziali, possono servire a scopi opposti e ciò che le distingue non risiede nella tecnica ma nel soggetto che le governa e nella finalità per cui sono impiegate.Sulle piattaforme del welfare, del resto, Zandonai ha già svolto un’analisi che meriterebbe di essere riletta in questa luce.
Quale direzione?
Il possibile adiacente indica come si giunga a qualcosa di nuovo, ma non verso che cosa e tratta allo stesso modo tutto ciò che è a un passo. Occorre dunque un criterio di orientamento esterno alla nozione.
Venturilo individua nelcodice culturaledell’impresa sociale: l’innovazione deve esplorare, ma con i piedi per terra, perché si alimenta di motivazioni e significati. In questa prospettiva il possibile adiacente è un metodo e non un valore e sono i valori a stabilire quali adiacenti coltivare e quali lasciar cadere.
La riflessione sulwelfare place-based, secondo cui la ricomposizione muove dai luoghi e dalle reti esistenti e quella sulneomutualismo, che non intende ritagliare nicchie al riparo dai fallimenti di Stato e mercato ma generare impatto, forniscono il retroterra entro cui la nozione si colloca.
Il possibile adiacente offre allora un lessico per designare il gesto che queste esperienze hanno in comune.
Limiti e rischi
Servono in ogni caso alcune cautele da osservare perchè il possibile adiancente possa davvero essere una postura efficace.
La prima è ladisuguaglianza territoriale. L’adiacente dipende da ciò che esiste. Un territorio con meno enti, meno relazioni e meno risorse dispone di un possibile più ristretto. Assunta come ricetta valida ovunque, la postura rischierebbe di premiare chi è già ricco di infrastrutture sociali. Per questo sono decisivi i soggetti che allargano il repertorio, come fondazioni, consorzi e reti, e l’esperienza cuneese si muove in questa direzione.
La seconda è ilrapporto con la programmazione. Il welfare territoriale italiano si è costruito sulla programmazione degli esiti, attraverso piani, obiettivi e indicatori e tale impianto entra in tensione con un’idea che nega la deducibilità del nuovo. La risposta non consiste nell’abbandonare la programmazione, ma nel ridefinirne l’oggetto: programmare le condizioni (spazi, dati, regole di sperimentazione, tavoli di confronto) e accettare che gli esiti si scoprano nel percorso.
La terza è ilrischio retorico. A posteriori qualsiasi innovazione può apparire «adiacente», e un concetto che spiega tutto non spiega nulla. I criteri di selezione richiamati sopra servono anche a questo scopo, perché rendono falsificabile ciò che altrimenti resterebbe una narrazione.
La quarta è la possibilefunzione di alibi. Il riuso dell’esistente può essere invocato per giustificare l’assenza di investimenti. Il possibile adiacente non può costituire il pretesto per un welfare che investe meno.
Conclusioni: coltivare l’adiacente
Il contributo del possibile adiacente al lavoro sociale sta in uno spostamento di domanda: dal chiedersi che cosa manchi al chiedersi che cosa già esista e a quale distanza possa diventare altro. Non è un artificio retorico, perché modifica l’ordine con cui un servizio, un ufficio o una cooperativa leggono il proprio territorio. Il bisogno resta il fondamento etico del lavoro sociale, ma non è più l’unico punto di partenza operativo. Si tratta cioè di spostare l'inventario delle carenze per fare posto ad una lettura delle risorse latenti.
Un adiacente, tuttavia, esiste solo per chi lo vede. Un edificio dismesso, un adempimento, una forma giuridica, una relazione interrotta restano oggetti inerti finché una competenza professionale non li riconosce come materiale di costruzione. La postura è dunque, prima di ogni altra cosa, un’educazione dello sguardo e come tale richiede investimenti: formazione, luoghi di confronto, tempo per esplorare. Un welfare che riducesse queste risorse in nome del riuso di ciò che esiste ne vanificherebbe il presupposto.
Ne discende una diversavisione della governancetra soggetti diversi. All’amministrazione pubblica spetta di passare dalla programmazione degli esiti alla cura delle condizioni. Si tratta di investire in processi di resa disponibile di patrimoni e dati, consentire usi diversi da quelli originari, garantire cornici entro cui le prove piccole possano avvenire senza che un fallimento diventi un danno. Conserva, in questo, la funzione che nessun altro può assolvere, quella di assicurare equità tra i territori e responsabilità verso i cittadini. Al Terzo settore tocca custodire la direzione, perché è nel suo codice culturale che si trova il criterio per distinguere gli adiacenti da coltivare da quelli da lasciar cadere, a cominciare dalla tecnologia. Ai professionisti, infine, spetta il lavoro di connessione che rende possibile la ricombinazione: far incontrare ciò che nella comunità già esiste ma non è ancora in relazione. Fondazioni, consorzi e reti hanno una responsabilità ulteriore, quella di allargare il repertorio dei territori che ne hanno meno.
Poiché l’adiacente è moralmente neutro e contiene la balestra accanto all’arco, la postura non può essere separata da un’etica della scelta. Criteri di selezione espliciti, valutazioni trasparenti, disponibilità a rinunciare e pazienza del «non ancora» non sono vincoli che si aggiungono dall’esterno a un’attitudine esplorativa: ne sono la condizione di credibilità.
Il blocco motore da cui si è partiti non diventa schiaccianoci da sé. Occorre qualcuno che lo guardi con attenzione, un contesto che consenta l’uso nuovo e una ragione per cui valga la pena tentarlo. Il welfare dei territori dispone già di molti blocchi motore. La questione è se sapremo riconoscerli e orientarli prima che restino semplici fermacarte.
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