Innovazione sociale

Il valore pubblico si costruisce sul territorio

Le proposte di Sancino su Vita.it

A febbraio ho dedicato una serie di articoli aInnovazione sociale aperta, il volume di Alessandro Sancino e colleghi e a quattro domande che il libro lasciava aperte: chi seleziona il seme, come nasce l’orchestratore, se la gemmazione replichi le disuguaglianze, perché non sappiamo sbagliare bene.

Il libro è pubblicato in open access:Innovazione sociale aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale(Sancino et al., 2026).

Ora Sancino torna sul tema con un articolo suVita.it,«Il valore pubblico abita nella società».

Vita.it · Alessandro SancinoIl valore pubblico abita nella societàLe innovazioni sociali mostrano che il valore pubblico nasce anche fuori dalle istituzioni.Leggi il pezzo su Vita

Valore pubblico?

Ilvalore pubblicoper Sancino riguarda la qualità della vita delle persone, le opportunità delle comunità e la capacità dei territori di costruire il proprio futuro. Il criterio per poterlo stabilire (e osservare concretamente) è l’effetto e non l’adempimento: non conta quanti documenti si producono, ma che cosa cambia nella vita delle persone.

Da qui discendono tre sottolineature. La prima:il valore pubblico parte da valori condivisi, che in Italia trovano nella Costituzione un ancoraggio fondamentale,si traduce in priorità politiche, prende forma nellerelazionie si manifesta neiluoghi. L’esempio che Sancino sceglie è l’ultimo negozio di alimentari che chiude in un piccolo paese: scompaiono un servizio di prossimità e un luogo di incontro, non soltanto un punto vendita.

La seconda:«pubblico non significa necessariamente statale». Un’impresa sociale che dà lavoro a persone svantaggiate, una cooperativa che riapre un negozio in un paese che si spopola, un’organizzazione che restituisce alla comunità uno spazio abbandonato possono creare valore pubblico, e può farlo anche un’impresa privata. Ma non ogni attività economica lo è automaticamente: occorre distinguere e valutare quali attività producono benefici collettivi, per chi e a quali condizioni.

La terza: il valore pubbliconon è neutralee non coincide con la somma delle iniziative individuali. Richiede scelte democratiche sulle priorità e attenzione a chi rischia di restare escluso.

Ne risulta un ruolo diverso per le istituzioni. Pur restando responsabili di diritti, equità e servizi, sono chiamate ad evolvere, perché oltre a erogare servizi e distribuire risorse devono riconoscere e far crescere le energie sociali che producono benessere collettivo, senza rivendicare il monopolio della creazione di valore pubblico.

Se alcune soluzioni nascono nella società e rispondono a bisogni reali, che cosa imparano le istituzioni?

E per la PA italiana?

Per una pubblica amministrazione italiana parlare di valore pubblico significa rifarsi all'art. 3 del decreto del Ministro per la PA n. 132/2022, quello che fissa il contenuto del Piao: l’incremento del benessere economico, sociale, educativo, assistenziale e ambientale a favore dei cittadini e del tessuto produttivo.

Il concetto era entrato prima, con le Linee guida n. 1/2017 del Dipartimento della Funzione Pubblica: il punto di riferimento ultimo della performance è l’impatto sulla società, cioè il miglioramento del benessere sociale ed economico di utenti e stakeholder. Dal 2021 è un obbligo. Il Piao nasce con il DL 80/2021 (clicca qui) e ogni amministrazione deve indicare nella sezione «Valore pubblico, performance e anticorruzione» gli obiettivi di valore pubblico che considera prioritari. I piani si pubblicano su un portale unico della Funzione Pubblica (clicca qui).

In pratica un ente deve dichiarare quale benessere intende produrre, per chi e come lo misura: con indicatori di impatto, non soltanto di attività. Da lì discendono gli obiettivi strategici, quelli operativi e la valutazione della performance. L’Autorità nazionale anticorruzione, nel Piano nazionale anticorruzione 2022, chiede di dare al concetto un significato ampio: qualità della vita e benessere economico, sociale e ambientale delle comunità di riferimento. Prevenzione della corruzione e trasparenza servono a proteggerlo.

La definizione dice che cosa deve aumentare, non chi lo crea. Nella pratica è l’amministrazione a dichiararlo, programmarlo e misurarlo nei propri documenti. È su questo passaggio che si innesta l’allarme di Sancino.

Il rischio: il valore pubblico ridotto a procedura

L’allarme di Sancino è che ilvalore pubblicovenga confinato dentro piani, indicatori e procedure, come il Piao. Il percorso italiano gli dà ragione. Un concetto che per Sancino abita nella società diventa una categoria di programmazione interna: si pianifica, si misura, si protegge dai rischi.

Ne nasce un paradosso. Il valore pubblico è arrivato in Italia come antidoto alla burocrazia della performance. Nel 2019 Deidda Gagliardo, Bigoni, Papi e Gobbo hanno intitolato un loro studio sui ministeriDalla burocrazia della performance alla performance utile(clicca qui). Oggi rischia di diventarne la nuova forma. Lo stesso Piao è presentato in molti documenti come «nuovo adempimento semplificato». È la distanza tra ambizione e adempimento che Sancino chiama rischio.

Le tre proposte di Sancino

1. Imparare dalle innovazioni sociali

Sancino chiede alle amministrazioni di invertire la traiettoria: osservare le soluzioni nate nella società, studiarne effetti e condizioni di successo, valutare come sostenerle. Osserva che in Italia si descrive bene ciò che non funziona e si indaga poco perché alcune esperienze riescano.

A questa proposta aggiungerei una condizione di metodo, che Sancino stesso suggerisce quando ricorda che non tutte le esperienze sono replicabili né producono risultati positivi. Amy Edmondson, nel suo articolo del 2011 suHarvard Business Review, spiega che la maggior parte delle organizzazioni non impara dal fallimento perché lo tratta come colpa (clicca qui). Una sintesi dell’articolo riporta che, secondo i dirigenti da lei intervistati, solo il 2-5% dei fallimenti sarebbe davvero colpevole, ma il 70-90% viene trattato come tale (clicca qui). Non è un dato sul welfare, ma descrive un meccanismo che nei bandi riconosciamo: chi rendiconta un insuccesso rischia la valutazione successiva.

Imparare dalle esperienze che funzionano è il punto di partenza. Perché l’apprendimento sia davvero sistematico, come chiede Sancino, vanno documentate le condizioni e le condizioni si vedono meglio quando accanto ai successi si racconta anche ciò che non è riuscito.

2. Strategie territoriali, non programmi amministrativi

Sancino chiede ecosistemi capaci di agire, non tavoli. Dietro c’è una tradizione che in Italia ci riporta a Fabrizio Barca. Nel rapporto del 2009 per la Commissione europea, definì la politicaplace-basedcome strategia di lungo periodo basata sulla conoscenza locale, con interventi verificabili e sottoposti a scrutinio (clicca quiper il rapporto completo,clicca quiper la sintesi).

Bisogna evitare la logica delle «best practices» e Sancino lo dice con altre parole: il punto non è replicare meccanicamente un modello. Va poi tenuto un equilibrio tra sussidiarietà (flessibilità locale) e condizionalità (obiettivi misurabili e monitorati) (clicca qui).

È l’equilibrio che sta dietro la richiesta di Sancino di «pochi indicatori» e insieme di «cosa cambia nella vita delle persone». Le due cose stanno insieme se qualcuno ha la capacità di costruire indicatori contestuali, non solo di compilare quelli ministeriali.

La formula «ecosistemi capaci di agire» ha anche il merito di evitare una parola vaga. Osborne, Radnor e Strokosch hanno osservato che la co-produzione è diventata una «woolly word», una parola vaga delle politiche pubbliche (clicca qui). Lo stesso rischio corre «ecosistema», se non si dice chi fa cosa e con quali risorse. Dire «capaci di agire» serve a questo.

Anche la distinzione tra scalare e gemmare va in questa direzione. La letteratura sullo scaling sociale distingue strategie diverse. Dees, Anderson e Wei-Skillern mostrano che esistono più vie per diffondere un’innovazione (clicca qui). Westley e Antadze lavorano sulle condizioni in cui lo scaling out non basta e serve un cambiamento di sistema (clicca qui). Venturi e Zandonai, con il neomutualismo, offrono il lessico italiano più preciso (clicca qui).

3. Premiare l’intraprendenza, non la conformità

È la proposta più difficile da realizzare e la condivido per intero. Sancino chiede poche priorità, azioni verificabili e pochi indicatori significativi e persone capaci di vedere possibilità dove altri vedono vincoli.

Perché questo accada, l’intraprendenza ha bisogno di uno spazio in cui non diventi un rischio personale. Chi decide dentro un’amministrazione risponde di regole di rendicontazione e di controlli che oggi premiano la conformità, e chiedere intraprendenza senza accompagnarla significa chiedere al dirigente di rischiare in proprio.

L’ordinamento italiano, però, una strada l’ha già aperta ed è quella che Sancino indica quando parla di collaborazione continuativa. La sentenza 131/2020 della Corte costituzionale ha riconosciuto nell’art. 55 del Codice del Terzo settore una delle più significative attuazioni della sussidiarietà orizzontale, un canale di «amministrazione condivisa» alternativo a quello del profitto e del mercato. Il DM 72/2021 ha poi adottato le Linee guida sul rapporto tra PA e Terzo settore negli artt. 55-57 (clicca qui). Secondo il Rapporto Labsus 2024, anche l’art. 6 del nuovo Codice dei contratti ha recepito il concetto (clicca qui).

Lo strumento esiste e ha copertura costituzionale. Perché venga usato per ciò che è e non come un bando con un altro nome, serve la capacità interna di farlo e la libertà di rischiare. È ciò che Sancino chiede alle amministrazioni.

Il potere e gli esclusi

Sancino scrive che una strategia territoriale non può limitarsi a valorizzare gli attori più forti o più visibili. L'effetto Matthew, coniato da Robert Merton nel 1968 (clicca qui): chi è già riconosciuto accumula ulteriore riconoscimento.

Uno studio del 2018 lo ha misurato nei finanziamenti alla ricerca olandesi. Chi era appena sopra la soglia di finanziamento ha ottenuto nei successivi otto anni più del doppio dei fondi di chi era appena sotto e le cause non erano un maggior merito. Tra i meccanismi, i non vincitori smettevano di partecipare ai bandi successivi (clicca qui). Il contesto è la scienzae non il welfare e non voglio forzare il parallelo. Ma l’ipotesi merita di essere verificata sui bandi sociali: i territori deboli che perdono il primo bando smettono di candidarsi e così il divario cresce.

Qui sta la ragione per cui la cautela di Sancino è fondata. Un sistema che premia chi sa già farsi vedere amplifica le disuguaglianze di partenza. Per correggerlo serve qualcuno che cerchi attivamente i territori che non si candidano e questo è un lavoro di capacità pubblica.

Un passo in più: chi paga la capacità

Sancino indica la direzione: i bandi da soli non costruiscono relazioni durature, e le amministrazioni possono investire nella conoscenza dei propri territori. Resta da dire a spese di chi, con quali strumenti, con quali persone.

È il nodo che discuto nell’articolo sul bando. Un bando finanzia progetti e un progetto finanzia le attività del progetto. La capacità di leggere un territorio, valutare, tenere relazioni nel tempo non è un’attività di progetto: è infrastruttura. Per questo le esperienze restano, come scrive lo stesso Sancino, isolate e dipendenti dall’energia di pochi.

Di conseguenza il bando consuma capacità invece di produrne: istruttorie, graduatorie, rendicontazioni sottraggono risorse alle amministrazioni che dovrebbero poi «imparare». Il passo successivo, per la proposta di Sancino come per il Piao, è trattarla come una voce di investimento.

Servirebbero quattro cose.

  1. La capacità come voce autonoma di finanziamento, non come quota di progetto.
  2. I fallimenti dentro il metodo: casi documentati e condivisi, senza penalità per chi li racconta.
  3. La coprogrammazione per ciò che è, cioè un processo continuativo di lettura dei bisogni e delle risorse, non un bando con un altro nome.
  4. Una responsabilità dichiarata: territorio per territorio, qualcuno che risponda delle priorità e di chi resta escluso.

Sancino ha ragione: il valore pubblico non si misura dal numero di piani scritti, ma da ciò che cambia nei paesi, nei quartieri, nelle vite di chi li abita. Perché cambi, però, qualcuno deve avere il tempo, le competenze e il mandato per leggere un territorio, ascoltare chi ci lavora e tenere in piedi le relazioni oltre la durata di un progetto.

Oggi questo lavoro non ha una voce di spesa. Finché non l’avrà, il valore pubblico continuerà a nascere dove ci sono energie fuori dall’ordinario, e a restare scritto nei piani dove non ci sono.

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