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Che cosa ci chiede la povertà — Il Cantiere del Welfare
Povertà

Che cosa ci chiede la povertà

Il paradigma PA-P, che cosa dicono le evidenze e che cosa lasciano ai servizi italiani.

Andrea Gollini, in unarticolo su Secondo Welfare, sul tema dellapovertà come una violazione dei diritti umaniapre con una scena.

Una donna di cinquant'anni chiede un aiuto economico. L'operatrice le propone un corso sulla gestione del bilancio familiare. La donna risponde che sa già amministrare il poco che ha, e che a mancare è il reddito.

Una scena famigliare per quanti operano nel welfare sociale. L'operatrice propone ciò che il servizio ha da offrire. La scena inventata eppure usuale non racconta un errore di tecnica o la malafede di chi lavora nei servizi, ma ciò che accade quando un servizio ha una sola risposta e la applica a una domanda diversa.

La tesi di questo articolo è che ilPoverty-Aware Social Work (PA-P)non sia un modo nuovo di parlare alle persone, ma un modo diverso di organizzare i servizi e che le evidenze dicano che cosa di questa organizzazione funziona e che cosa no.

Una povertà che i servizi non sono organizzati per incontrare

La donna della scena chiede reddito e riceve un corso. Prima di giudicare l'operatrice, conviene chiedersi che povertà abbia davanti. Quella che i servizi italiani incontrano oggi è più estesa, più lunga e più intrecciata di quanto le loro risposte, spesso una per volta, riescano a trattare.

È anzitutto una povertà stabile. Secondo l'Istat, nel 2024 sono in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie (l'8,4%) e 5,7 milioni di persone (il 9,8% dei residenti). Il dato è fermo sul 2023, ma sul livello più alto dal 2014: tra i minori l'incidenza arriva al 13,8%, il massimo della serie. Nel decennio 2014-2024, ricorda l'ultimoReport statistico di Caritas Italiana, le famiglie in povertà assoluta sono cresciute di circa il 50%, e di oltre il 90% al Nord. Non è un'emergenza che passa.

Non è nemmeno solo mancanza di reddito. Nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone, il 48% in più rispetto al 2015. Il 78,1% ha un problema economico, ma il 44,2% ha problemi di lavoro, il 23,7% di casa, il 15,2% di salute, il 13,9% di famiglia. E i problemi si sommano: tra chi ha un problema di salute il 59,7% è in difficoltà in almeno tre ambiti (contro il 21,1% di chi non lo ha), quota che sale al 79,9% quando c'è una sofferenza mentale; tra chi vive una grave esclusione abitativa è il 63,3%. Reddito, casa, salute e relazioni si aggravano a vicenda.

La povertà vista dai centri di ascolto Caritas, 2025

24%delle persone accompagnate lavora (nel 2015 era il 13,3%)
28,1%è seguito da almeno cinque anni; gli incontri annui medi per persona sono passati da 4,2 (2012) a 8,7
8%è in carico ai servizi pubblici territoriali: 1,2% al Sud, 15% nel Nord-Est

Fonte: Caritas Italiana, Report statistico nazionale 2026. La rete Caritas non rappresenta l'intera popolazione povera: i dati descrivono chi la incontra.

Lavorare, poi, non basta più: secondo i dati OCSE citati nel Report, le retribuzioni reali italiane sono calate dell'8% tra il 2019 e il 2024. E dura: sono storie che non si chiudono con una prestazione.

Il dato sull'8% va letto con cautela, proprio perché Caritas non rappresenta tutta la popolazione povera. Dice comunque che una parte rilevante di questa povertà multidimensionale al servizio pubblico non arriva, o arriva dopo anni. Mettiamo i pezzi insieme. Se la povertà è un intreccio di lavoro, casa, salute e relazioni che dura anni, un servizio organizzato per rispondere a un bisogno alla volta, con una prestazione per sportello e un progetto a scadenza, tenderà a dare la risposta che ha, anche quando è quella sbagliata. È il corso sul bilancio. Il problema allora non è la buona volontà di chi lavora nei servizi, ma il modo in cui i servizi sono organizzati. È qui che entra il PA-P, e perciò vale la pena chiedersi che cosa cambi davvero, e con quali risultati.

Perché il corso sembra la risposta giusta

Michal Krumer-Nevo, ideatrice diPAP(poverty-aware social work paradigm), distingue nel suosaggio sul paradigma consapevole della povertàtre modi di leggere la povertà che orientano il lavoro sociale anche quando non sono esplicitamente dichiarati:

ParadigmaDove vede la causaChe cosa propone
ConservatoreNelle carenze della persona: competenze, motivazione, comportamentoCorreggerla: il corso sul bilancio
StrutturaleIn economia, politiche, disuguaglianzeUna lettura critica, con pochi strumenti per l'incontro con la persona
Consapevole della povertàNelle strutture, che producono una violazione di dirittiPratiche di relazione che trasformano le condizioni di vita

Il limite del paradigma strutturale, osserva Gollini, è che anche un operatore con sguardo critico può finire per proporre il corso, perché è lo strumento che ha.

Il PA-P nasce per colmare questo scarto. I riferimenti teorici sono Ruth Lister, che legge la povertà come relazione sociale segnata dal potere e Nancy Fraser, per cui la giustizia richiede insieme redistribuzione e riconoscimento.

Da qui i pilastri: trasformare condizioni di vita e strutture, riconoscere il sapere di chi vive in povertà, rendere esigibili i diritti, schierarsi accanto alla persona. Krumer-Nevo lo chiamastanding-by, restare accanto anche quando non si hanno risposte, mettendo in discussione abitudini e procedure del servizio. Il paradigma conservatore, del resto, è lo stesso che regge il mito della colpa individuale: ne abbiamo scritto parlando dipovertà e salute mentale.

In un articolodel 2021 per EricksonMichal Krumer-Nevo lo chiama Poverty-Aware Social Work Paradigm (PA-P) e nell' utilizzo che ne fa nei programmi di formazione degli studenti del corso di laurea in Servizio sociale dell’Università Ben-Gurion introduce altri due principi.

Quattro sono quelli che Gollini riprende: il sapere esperienziale, l'intreccio tra piano materiale ed emotivo, la riduzione delle alternative reali, la resistenza quotidiana. Due li aggiunge Krumer-Nevo: leggere un comportamento dentro un mondo emotivo più ampio e partire dalla convinzione che è la situazione sociale e non la persona a non andare bene. Chi teme che questo deresponsabilizzi, scrive, sta cominciando a capire perché il principio non è semplice.

Un paradigma che vive di condizioni organizzative

Nato nel 2010 in un programma di tirocinio, dal 2015 il Ministero del Welfare israeliano ha adottato il PA-P in nove programmi e in metà dei dipartimenti dei servizi sociali. Cinque sono stati valutati, tra cuiFamilies First, con circa 14.000 famiglie e 770 operatori (li ricostruisce lareview del 2023). Ciò che li accomunava non erano le tecniche di colloquio ma l'impianto: formazione speciale, supervisione continuativa, carichi ridotti per rendere possibili relazioni intense, un budget personale flessibile per ogni famiglia e una figura nuova, l'«assistente sociale dei diritti», che aiutava i colleghi a orientarsi tra diritti e procedure.

Che cosa dicono le evidenze

La base più ampia è unarapid evidence review del 2023: 25 pubblicazioni su cinque programmi, 14 qualitative, 8 a metodo misto, 3 quantitative, con un solo studio randomizzato.

Il risultato più solido riguarda la relazione. Tutti gli studi indicano un miglioramento del rapporto tra utenti e operatori, anche per i genitori più difficili da raggiungere. Unostudio su 235 utentitrova soddisfazione più alta anche con operatori formati al PA-P che lavoravano con le risorse ordinarie: la postura conta oltre il denaro in più, ma si tratta di soddisfazione percepita, non di esiti.

Sulle condizioni materiali il quadro è più cauto. Lo studio randomizzato sul programma per famiglie a rischio di allontanamento dei figli riporta,secondo la review, questi esiti:

PA-P contro controllo

Studio randomizzato, famiglie a rischio di allontanamento dei figli. Dati come riportati dalla review: gli originali, in ebraico, non sono consultabili.
Condizioni finanziarie migliorate (bambini)43% · 17%
Lavoro iniziato da almeno un genitore20% · 3%
Calo della violenza familiare40% · 24%
Frequenza scolastica98% · 90%

Barra gialla: PA-P. Barra blu: gruppo di controllo.

Unostudio su 159 utentitrova cambiamenti positivi in diverse misure di povertà tra chi ha seguito il programma. Lareviewcollega inoltre l'aumento delle prestazioni sociali ricevute dalle famiglie al lavoro attivo sui diritti.

Poi ci sono i limiti. Dopo due anni le famiglie lavorano di più ma restano fragili e gli autori stessi concludono che un intervento sulla singola famiglia non basta e che servono cambiamenti di politica. Nell'allontanamento dei minori la differenza con il controllo non è significativa. Le relazioni intense pesano sugli operatori e nei primi anni si sono viste tensioni con i colleghi rimasti al paradigma conservatore. Il budget flessibile, pensato per essere semplice, in un programma è stato complicato dalla burocrazia.

Dopo la fine dei programmi, e la solidità della base

45%delle famiglie, due anni dopo, dice di non ricevere l'aiuto necessario
18%è ancora in contatto con il servizio
15 su 25pubblicazioni degli stessi autori del paradigma; derivano da 16 progetti

La base di prova ha dunque dei limiti. Le 25 pubblicazioni non sono 25 prove indipendenti, anche se otto valutazioni sono state commissionate dal Ministero a ricercatori esterni e pubblicate in ebraico come rapporti non accademici. La pandemia ha interferito con la seconda ondata e gli esiti misurati riguardano soprattutto la famiglia e non il sistema dei servizi. Sulla trasferibilità in Italia non esiste alcuna valutazione.

Il PA-P migliora in modo coerente la relazione e sembra aiutare le famiglie a ottenere più reddito e più diritti. Non dimostra di far uscire dalla povertà.

È un esito più modesto di quello che il paradigma promette, ma è anche l'esito di un servizio che smette di essere un ostacolo.

Che cosa ne segue?

Se la tesi regge, le questioni che Gollini lascia aperte sono domande di progettazione.

Prendiamo lacondizionalità. Se la donna della scena rifiutasse un lavoro notturno perché dovrebbe lasciare sola la madre che assiste, per il sistema sarebbe una persona che non vuole lavorare. Per il PA-P, una persona davanti a una scelta impossibile. E la condizionalità abita anche i requisiti di accesso e le aspettative implicite. Quando qualcuno non rispetta un impegno, ci chiediamo che cosa gli è successo o che cosa gli stiamo togliendo? Il tema tocca anche chi resta fuori da ogni misura, lazona grigia del welfare pubblico, dove non si è né poveri né tutelati.

Nellanon autosufficienzala scelta impossibile è quotidiana, tra lavoro e cura, reddito e presenza. Emerge nella valutazione, o solo dopo? E quante volte, per arrivare a un servizio una famiglia si sposta, aspetta, torna, perché un passaggio non era pronto? Krumer-Nevo porta l'esempio di una madre che prende due autobus con il bambino in braccio e trova l'assistente sociale in maternità o il modulo non firmato. Nessuna cattiva intenzione, ma ogni disguido diventa un'umiliazione quotidiana.

Poi il nodo trasoldi e relazione. Se i due piani sono inseparabili, trattarli come percorsi distinti, con tempi e interlocutori diversi, indebolisce entrambi. Il budget flessibile è la risposta organizzativa: nella testimonianza di un'operatrice, una carrozzina nuova portata a una madre ha reso possibile parlare «di un milione di altre cose» (è nellareview). Da noi aiuto economico e accompagnamento hanno spesso canali separati. Che cosa vede la famiglia, un percorso o due sportelli?

Il paradigma è nato nei servizi pubblici, ma in Italia hanno un ruolo storico anche terzo settore, comunità e famiglie. Gollini cita una ricerca-azione nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, dove il PA-P è stato sperimentato con Caritas parrocchiali, volontari e comunità: se più soggetti accompagnano la stessa persona, chi si schiera accanto a lei e chi risponde delle condizioni materiali?

Resta iltempo, dove evidenze e pratica italiana si incontrano nel modo meno confortante. Lostanding-byrichiede carichi limitati, supervisione, budget e una durata che le valutazioni giudicano già troppo breve a due anni. In Italia molti progetti che finanziano il lavoro territoriale ne durano uno, o meno. Se la relazione è lo strumento, la scadenza è una scelta metodologica: che cosa succede alle persone quando il progetto chiude?

Una questione di organizzazione

Gollini chiude dicendo che il contributo maggiore delPA-Psta forse nel modo di guardare la povertà e chi la vive. Prima di chiedersi che cosa le persone debbano fare per meritare un aiuto, il paradigma invita a chiedersi che cosa sanno della propria situazione, entro quali vincoli decidono e come già resistono. Per lui è un cambiamento culturale, che riguarda chi lavora nei servizi e chi disegna le politiche, e che potrebbe allargarsi alla cittadinanza.

Condivido la direzione. Le evidenze dicono che il paradigma migliora la relazione tra persone e operatori, ma dicono anche da che cosa dipende: formazione, supervisione, carichi sostenibili, risorse flessibili, qualcuno che aiuti il servizio a orientarsi tra diritti e procedure. Lo conferma ilcaso di studio su un dipartimento di servizi socialiche ha cambiato il proprio modo di lavorare in sei anni e larapid evidence reviewlo ribadisce quando segnala i limiti. Poco si sa degli esiti materiali, nulla della trasferibilità. Senza queste condizioni il PA-P rischia di diventare un linguaggio più rispettoso applicato agli stessi percorsi. Per questo lo leggo come una scelta di organizzazione e di governance, non soltanto come una tecnica di colloquio.

La co-programmazione e la co-progettazione prevedono già che istituzioni e Terzo settore decidano insieme bisogni, risposte e responsabilità. I livelli essenziali e il Patto di inclusione sociale danno ai servizi una cornice per accompagnare le persone. Il punto è aper cosavengono usati. Se servono a ripartire procedure e scadenze tra soggetti diversi, producono un sistema in cui ciascuno risponde del proprio pezzo e nessuno della persona. Se servono a decidere chi si schiera accanto a chi, chi risponde delle condizioni materiali e come si garantisce la continuità quando un progetto finisce, allora sono la leva più concreta per portare in Italia ciò che il paradigma chiede. È una domanda di governance prima che di metodo.

Lo stesso vale per la condizionalità. Le valutazioni non la misurano, quindi non posso attribuirne al PA-P una dimostrazione. A mio avviso, però, chiedere impegno come presupposto dell'aiuto, quando la povertà ha già ridotto le alternative, rischia di allontanare proprio chi ha meno margini di scelta e il criterio della scelta impossibile ci permette di riconoscerlo nelle nostre procedure, prima che lo faccia un indicatore. Il paradigma più usato dai servizi è quello che attribuisce la difficoltà alle carenze della persona, cioè in fondo lo stesso che regge ilmito della colpa individuale.

C'è infine una ragione per cui questo non riguarda solo gli operatori. I datiIstate ilReport della rete Caritasdescrivono una povertà stabile (5,7 milioni di persone in povertà assoluta nel 2024) che intreccia lavoro, casa, salute e relazioni. E dura anni. E passa in larga parte fuori dai servizi pubblici: solo l'8% delle persone accompagnate da Caritas è in carico ai servizi territoriali, in quellazona grigiain cui non si è né poveri né tutelati. Nessun servizio, da solo, può rispondere a un problema così, e lo sguardo che Gollini chiede deve potersi esercitare in tutta la rete, compresa la comunità.

La scena iniziale diventa allora una verifica: se oggi una persona rispondesse come la donna di Gollini, in quale punto del nostro servizio la sua risposta sarebbe ascoltata e che cosa avremmo da offrirle oltre al corso?

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