Né poveri né tutelati
6 aprile 2026
Né poveri né tutelati. Il welfare pubblico e chi resta nel mezzo
C'è una famiglia che i servizi sociali non vedono. Non è in povertà assoluta — quella soglia l'ha superata, di poco. Non ha un ISEE abbastanza basso da aprire le porte dei servizi gratuiti. Non ha redditi alti abbastanza da comprare sul mercato quello che le serve. Paga le tasse, talvolta in due, e arriva a fine mese con un margine che si assottiglia ogni anno. Ha un genitore anziano da assistere, o un figlio con bisogni che non raggiungono la soglia della presa in carico istituzionale. Esiste, in numeri rilevanti. Nel welfare sociale pubblico italiano, non ha un posto.
1. Chi entra nel welfare, e come
Il welfare sociale territoriale italiano funziona su un principio implicito che raramente viene detto con questa chiarezza: interviene su chi è identificabile come"bisognoso"attraverso criteri selettivi combinati.
Serve un ISEE sotto sogliaeun'appartenenza a una categoria riconosciuta. Anziani non autosufficienti certificati, minori in condizioni di rischio, persone con disabilità accertata, nuclei in povertà documentata. L'Assegno di Inclusione — la principale misura di contrasto alla povertà — è accessibile con un ISEE massimo di 10.140 euro dal 2025, e richiede che nel nucleo vi sia almeno un componente in condizione di disabilità, minorenne, ultra-sessantenne o in condizione di svantaggio certificata.1
La spesa dei Comuni per i servizi sociali nel 2023 si è attestata a194 euro pro capite— in crescita rispetto ai 148 euro del 2016, ma ancora lontana dagli standard del centro-nord europeo.2
La sua distribuzione racconta già molto: il 36,9% va a famiglie e minori, il 25% a persone con disabilità, il 15,9% agli anziani, il 12,2% all'area povertà ed esclusione adulti.3
Le categorie sono definite. Il territorio fuori da quelle categorie, nella contabilità del sistema, non esiste.

2. La zona grigia: chi sta fuori e di cosa ha bisogno
La soglia di povertà assoluta ISTAT misura la capacità di acquistare un paniere minimo di beni e servizi essenziali. Chi sta sopra quella soglia — anche di poco — non compare nelle statistiche sulla povertà.
Ma "non essere poveri" non significa stare bene.
L'Alleanza contro la Povertànel suo rapporto 2026 introduce una distinzione più utile: le famigliequasi povere(consumi tra il 100% e il 120% della soglia di povertà relativa) sono l'8,2% delle famiglie italiane, quelleappena povereun ulteriore 6%. Insieme, il14,2% delle famiglie italianegravita attorno alla linea di povertà.4
La zona grigia si estende più in alto. L'Istat nella rilevazione EU-SILC 2025 documenta che il 22,6% della popolazione — circa13,2 milioni di persone— è a rischio di povertà o esclusione sociale: una misura multidimensionale che include chi ha redditi bassi, chi vive in famiglie a bassa intensità lavorativa, chi è in grave deprivazione materiale.5
Un indicatore indiretto ma potente: larinuncia alle cure sanitarie. Nel 2024, il9,9% degli italiani— circa 5,8 milioni di persone — ha rinunciato a una visita o un esame diagnostico per motivi economici, liste d'attesa o difficoltà di accesso. Era il 7,5% nel 2023, il 6,3% prima della pandemia.6La classe di età più colpita è quella tra i 45 e i 54 anni, dove la rinuncia raggiunge il 13,4%, con un picco del 15,6% tra le donne.7
3. Il lavoro non basta più
C'è un dato che rompe una certezza che il welfare italiano ha dato per scontata per decenni: avere un lavoro protegge dalla povertà. Non è più così.
Nel 2024, il10,2% degli occupati italiani— tra i 2,3 e i 2,4 milioni di persone — è classificabile comeworking poor: lavoratori con un reddito disponibile inferiore al 60% del mediano nazionale, nonostante abbiano un contratto.8
Tra chi lavora a tempo pieno il dato è al 9% — più che doppio rispetto alla Germania (3,7%) e quattro volte superiore alla Finlandia (2,2%).9
Per i lavoratori indipendenti non imprenditori né professionisti la quota sale al 17,2%.10

Quello che rende questo dato rilevante per il welfare territoriale è una domanda specifica:questi lavoratori accedono ai servizi sociali?
La risposta è quasi sempre no. Il sistema è progettato per riconoscere la povertà come condizione stabile, certificabile, categorialmente identificabile. Il lavoratore povero non corrisponde a nessuna di queste caratteristiche. Ha un contratto, quindi non è disoccupato. Ha un reddito, quindi non è in povertà assoluta. Lavora, quindi non rientra nei percorsi dell'Assegno di Inclusione.
Il dato più inquietante arriva dalla trasformazione nella composizione di chi accede ai servizi di accoglienza Caritas: dieci anni fa gli occupati erano circa il 15% delle persone accolte, i disoccupati il 70%. Oggi le proporzioni si sono quasi pareggiate.11Il lavoro povero entra nei centri di ascolto — non nei servizi sociali territoriali, che continuano a non vederlo.
L'Italia è l'unico paese dell'area euro — insieme alla Grecia — in cui i salari reali sono diminuiti tra il 2000 e il 2024.12Le spese obbligate — abitazione, bollette, sanità, trasporti — assorbono oggi il42,2% della spesa totaledelle famiglie italiane. Sono 1,255 milioni i lavoratori dipendenti con paga oraria inferiore a 8,9 euro: il 10,7% degli occupati pubblici e privati. Tra le lavoratrici la quota è del 12,2%, tra i giovani under 29 quasi uno su quattro.
4. La generazione sandwich: chi accudisce senza essere visto
I7-8 milioni di italianiche si prendono cura abitualmente di un familiare non autosufficiente — il 60% dei quali sono donne, il 35% ha ridotto o lasciato il lavoro, e solo il 10% riceve un aiuto costante da professionisti qualificati13— non sono i poveri del sistema. Sono spesso lavoratori con un contratto, un reddito, una casa. Sono la generazione di mezzo, schiacciata tra figli da crescere e genitori da assistere, con un welfare che guarda ai due estremi e non vede il centro.
L'INAPPnell'European Social Survey Round 11 (2025) documenta che circa il24% della popolazione adulta italianapresta assistenza non retribuita a un familiare — il valore più alto in Europa insieme a Polonia e Slovenia.14Questo dato non è nei bilanci del welfare pubblico: è lavoro invisibile, non contabilizzato, non supportato, non riconosciuto. È il principale ammortizzatore sociale del Paese — e il sistema conta su di esso senza nominarlo.
Per gli anziani la struttura del problema è precisa. Il Servizio di Assistenza Domiciliare pubblico è riservato a chi ha una valutazione formale di non autosufficienza grave e un ISEE compatibile con le soglie comunali. Chi ha un genitore con decadimento cognitivo lieve, una limitazione motoria non ancora certificata come grave, o semplicemente un bisogno di supervisione, non accede. Lo gestisce la famiglia — quando c'è, quando può.
Per i nidi pubblici la copertura è al16,8% dei bambini sotto i tre annia livello nazionale — con punte del 4,6% in Calabria.15Le famiglie con ISEE superiore alle soglie di accesso agevolato pagano rette private che nelle grandi città raggiungono i 400-500 euro mensili.
5. Il sistema sa chi resta fuori?
Questa è la domanda alla quale nessun rapporto nazionale risponde direttamente.
Sappiamo chi entra — c'è una contabilità dei beneficiari. Non sappiamo sistematicamente chi bussa e non viene aperto, chi rinuncia prima di bussare, chi non sa nemmeno che potrebbe bussare. La domanda inespressa non produce dati. Produce solo silenzio — e liste d'attesa che non misurano chi ha smesso di aspettare.
Quello che i dati dicono con sufficiente chiarezza è che il sistema è costruito per riconoscere situazioni già conclamate. Un anziano non autosufficiente grave, certificato, con ISEE basso: entra. Un anziano con fragilità crescente, non ancora certificata, con ISEE appena sopra la soglia: non entra. La distanza tra le due condizioni non è grande. Il tempo che intercorre può essere misurato in mesi. Ma sul piano del sistema, quella distanza separa chi esiste istituzionalmente da chi non esiste affatto.
C'è una ragione strutturale, non solo finanziaria, per cui questo accade. Il welfare residuale funziona per categorie perché le categorie rendono il bisogno misurabile, certificabile, gestibile. La fragilità diffusa non ha un codice diagnostico. Non produce una domanda formale. Non genera una presa in carico. Genera silenzio, rinuncia, auto-gestione fino al punto di rottura. A quel punto, il sistema interviene — con costi molto più alti di quanto sarebbe costato intervenire prima.
6. Uno scenario al 2050: il tempo per non guardare sta finendo

Istat nel rapportoItalia 2050: sfide e prospettive di una società in transizione(2025) delinea uno scenario preciso: entro il 2050 la popolazione scenderà a 54,7 milioni, con una perdita di oltre 4 milioni di residenti rispetto ad oggi.16Gli over 65 passeranno dal 24,3% attuale al34,6%: più di un italiano su tre. La popolazione in età lavorativa si ridurrà dal 63,5% al 54,3%, con una perdita secca di 7,7 milioni di persone.17
La spesa per la long-term care — oggi all'1,7% del PIL — potrebbe salire al 2,5% entro il 2060, e la domanda aggregata di servizi sanitari e assistenziali pubblici potrebbe raggiungere il 9,8% del PIL entro il 2050.18Gli anziani non autosufficienti saranno circa5,4 milioninel 2050 — rispetto ai quasi 4 milioni attuali.19
Il punto critico non sono i numeri — è la rete che li regge. Il sistema informale di cura copre oggi circa l'80% del fabbisogno assistenziale: fatto di famiglie, donne, reti di prossimità. Con meno figli, più donne occupate, nuclei familiari sempre più piccoli (2,03 componenti medi nel 2050, contro i 2,21 di oggi) e una quota crescente di anziani soli (il41,1% delle famigliesarà composto da una persona sola), quella rete si assottiglia proprio mentre la domanda cresce.20
7. Fino a che punto deve spingersi il welfare sociale pubblico?
La domanda sembra tecnica. Non lo è. Nasconde una scelta politica che in Italia non viene fatta esplicitamente ma viene fatta comunque, ogni anno, quando si decide come distribuire 194 euro per abitante tra categorie e priorità.
Due posizioni strutturano il dibattito, raramente dette con questa chiarezza.
Laprimaè la posizioneresidualista difensiva: le risorse sono scarse, meglio concentrarle sui casi più gravi.
La zona grigia è reale ma la risposta sta altrove — nel secondo welfare, nel welfare aziendale, nella fiscalità agevolata per i servizi privati.
Lasecondaè la posizioneuniversalista selettiva: il welfare pubblico deve garantire accesso a servizi essenziali a chiunque ne abbia bisogno, con compartecipazione economica proporzionale al reddito. La zona grigia è una disfunzione del sistema, non un esito fisiologico.
Il sistema italiano dichiara di aderire alla seconda posizione. Funziona come la prima. E lo fa senza dirlo — il che è peggio di una scelta esplicita, perché impedisce il confronto democratico sui suoi effetti.
Un sistema che riconosce il bisogno solo quando è già grave non previene — gestisce l'emergenza a costi più alti. Un sistema che lascia la zona grigia alla famiglia presuppone che la famiglia possa reggere — e abbiamo visto che questa premessa è sempre meno vera. Un sistema che non mappa la domanda inespressa non ha strumenti per cambiare perché non sa cosa non vede.
Gli strumenti esistono già, in parte. Le valutazioni multidimensionali del bisogno previste dalla riforma della non autosufficienza, i Punti Unici di Accesso, il lavoro di comunità, i progetti di prossimità del terzo settore. La questione non è inventare nuovi strumenti — è scegliere di usare sistematicamente quelli che esistono, finanziandoli come struttura permanente e non come progetto a termine.
La domanda che rimane aperta non è se il welfare pubblico debba estendersi o no. È una domanda più scomoda:siamo disposti a costruire un sistema che veda la fragilità prima che diventi emergenza?O continuiamo ad aspettare che la crisi sia abbastanza rumorosa da non poter essere ignorata?
Con la consapevolezza che ogni anno di attesa rende il problema più grande e la soluzione più costosa.
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