Cosa serve davvero per reggere il carico. Una riflessione sul peso organizzativo della riforma disabilità, sul ruolo dell'intelligenza artificiale come risposta implicita, e sulle condizioni che rendono possibile l'integrazione tra ATS e sociosanitario.
Il D.Lgs. 62/2024 introduce il Progetto di vita personalizzato come diritto soggettivo esigibile. È una scelta culturalmente giusta, fondata su basi scientifiche solide e su oltre vent'anni di elaborazione normativa a partire dalla L. 328/2000. Ma c'è una domanda che il dibattito pubblico tende a eludere: le organizzazioni locali che devono attuare questo diritto — gli Ambiti Territoriali Sociali, le equipe sociosanitarie integrate, i Comuni — sono in grado di sostenere il carico operativo che comporta?
Non è una domanda retorica. È la domanda che chi lavora nei servizi si pone ogni giorno, spesso in silenzio.
Il peso reale di ICF: un problema che non si nomina
L'ICF — International Classification of Functioning, Disability and Health, OMS 2001 — non è uno strumento difficile da comprendere sul piano concettuale. È uno strumento difficile da usare bene, con continuità, in contesti organizzativi che non sono stati progettati per questo. La differenza tra una valutazione ICF strutturata e una scala tradizionale come la SVAMA o la Barthel non è solo di paradigma: è di tempo, di competenze, di coordinamento interistituzionale.
Una valutazione multidimensionale in ottica ICF, costruita per alimentare un Progetto di vita, richiede più incontri con la persona e la famiglia, richiede che operatori di profili diversi — assistente sociale, educatore professionale, psicologo, medico — abbiano lavorato insieme sullo stesso caso con un linguaggio valutativo condiviso, e richiede che i dati raccolti vengano incrociati con strumenti clinici che usano codifiche diverse. Come ha documentato Franco Pesaresi su Welforum, il rischio concreto nella fase attuativa è che il WHODAS 2.0 — lo strumento standardizzato previsto dal D.Lgs. 62/2024 per la valutazione del funzionamento in sei domini — venga progressivamente ridotto a ruolo marginale rispetto alla componente medico-legale, vanificando la portata innovativa della riforma.1
Il problema non è solo strumentale. È organizzativo. Le equipe sociosanitarie integrate — quelle che il D.Lgs. 62/2024 chiama Unità di Valutazione Multidimensionale — esistono sulla carta in quasi tutti gli Ambiti, ma nella realtà sono spesso frammentate, con turn-over elevato, senza accordi operativi stabili tra ATS e ASL. Come ha mostrato la ricerca del Network Non Autosufficienza, la spesa sociale pro-capite varia in Italia da oltre 250 euro nelle Province Autonome a meno di 20 euro in alcune regioni del Sud: quella disuguaglianza non riguarda solo i servizi erogati, ma la capacità organizzativa di chi li deve costruire.2
Questo è il contesto in cui il Progetto di vita deve prendere forma. Non un sistema omogeneo, ma una mappa di disuguaglianze in cui la stessa norma nazionale deve abitare realtà radicalmente diverse.

Il concorso che non basta: il caso degli operatori ATS
Un indicatore concreto di questa distanza tra norma e capacità attuativa è il percorso del concorso nazionale per il rafforzamento degli ATS. Il Ministero del Lavoro, nell'agosto 2024, ha avviato una manifestazione di interesse presso gli Ambiti per ricognire il fabbisogno di personale. Il 30 giugno 2025 ha pubblicato il bando per3.839 unità di personale— funzionari amministrativi, contabili, psicologi, educatori professionali, pedagogisti — su 540 ATS, finanziato con 545 milioni di euro del PN Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027.3Le prove si sono svolte a settembre 2025, le graduatorie sono state pubblicate a dicembre 2025, e le assegnazioni delle sedi sono in corso in queste settimane di marzo 2026.
Non è un risultato irrilevante. È la prima iniziativa di rinforzo strutturale degli organici degli ATS su scala nazionale. Ma tre elementi ne limitano significativamente la portata in relazione alla riforma disabilità.
Ilprimoè il tempo: le assegnazioni avvengono a pochi mesi dal 1° gennaio 2027, data di entrata in vigore generalizzata della riforma. Non c'è margine per costruire equipe integrate, per formare il personale sull'ICF, per stabilire accordi operativi con le ASL prima che il sistema debba essere a regime.
Ilsecondoè la natura del contratto: tre anni a tempo determinato. Un'equipe integrata che lavora con ICF e Progetto di vita richiede continuità professionale, conoscenza del territorio, relazioni consolidate con i servizi sanitari. Un contratto triennale non crea quella continuità: crea personale che deve essere formato e che, alla scadenza, probabilmente lascerà il sistema.
Ilterzoè la composizione: i 954 educatori e i 297 pedagogisti sono figure preziose, ma non coprono il profilo dell'assistente sociale specializzato nella valutazione multidimensionale ICF, che è la figura cardine del Progetto di vita. Il sistema arriva rinforzato, ma non necessariamente rinforzato nel punto di maggiore pressione.
Il caso FVG: cosa serve perché funzioni
Per capire cosa è necessario — non sufficiente, ma necessario — per far funzionare un sistema integrato di valutazione ICF a supporto del Progetto di vita, il caso del Friuli-Venezia Giulia è il riferimento più documentato in Italia.
Il FVG non è arrivato alla riforma del 2024 impreparato. È Centro Collaboratore italiano dell'OMS per la Famiglia delle Classificazioni Internazionali dal 2011, quando ha avviato il progetto "Sviluppo e applicazione di strumenti di supporto alla presa in carico basati su ICF" e ha costruito con Insiel ilFascicolo Biopsicosociale Elettronico— un applicativo web che raccoglie e codifica in modo sistematico informazioni sanitarie e sociali basandosi su ICF e nomenclatori standard.4Un sistema informativo integrato costruito in quindici anni, non in quindici mesi.
La L.R. 16/2022 ha poi riformato in profondità il sistema dei servizi per la disabilità, trasferendo la titolarità dei servizi residenziali e semiresidenziali alle Aziende sanitarie regionali e introducendo il Progetto di vita come strumento centrale già nella norma regionale. La DGR 176/2025 ha disciplinato operativamente le modalità di predisposizione del Progetto di vita, anticipando quanto il D.Lgs. 62/2024 chiede al resto d'Italia di fare entro il 2027.5
Il progettoFuture HUBdi Udine — realizzato da Hattiva Lab con il Comune di Udine, l'EMT del Distretto Sanitario e il Servizio Sociale dei Comuni dell'Ambito Friuli Centrale — è un caso concreto di integrazione ATS-ASL a scala locale: un percorso triennale per giovani adulti con disabilità intellettiva centrato sul Progetto di vita e sulla transizione all'età adulta, costruito dentro un sistema che aveva già un linguaggio valutativo condiviso.6
Non è un caso che Trieste sia tra le nove province pilota della sperimentazione nazionale. Non è fortuna: è il risultato di quindici anni di investimento in un sistema informativo integrato, di una regia regionale forte, e di condizioni istituzionali — incluso lo statuto speciale — che le regioni ordinarie non hanno. Come ho già notato nell'analisi sulla riforma disabilità e il 2027, il FVG è la dimostrazione che riformare l'assetto reale dei servizi è possibile — e che richiede anni, non mesi, e condizioni strutturali che non si replicano per decreto.7
Sappiamo come funziona quando funziona. Il problema è che le condizioni che lo rendono possibile non esistono nella maggior parte d'Italia.

L'IA come risposta implicita: opportunità o cerotto?
In questo quadro — carenza di personale stabile, equipe non integrate, sistemi informativi frammentati, accordi interistituzionali da costruire — l'intelligenza artificiale non entra nel Progetto di vita per scelta strategica. Entra per necessità.
La sperimentazione più avanzata in Italia su questo terreno è quella di Luciano Pasqualotto e Angelo Lascioli dell'Università di Verona, con la piattaforma ICF-ADAT e il GEM disponibili gratuitamente su progettodivita.org. Gli strumenti supportano le equipe nella strutturazione della valutazione ICF e includono, nella versione più avanzata, l'uso dell'IA per processare i dati raccolti e supportare l'operatore nella costruzione del profilo di funzionamento.8Come ho analizzato più diffusamente nell'articolo pubblicato su Culture Digitali, questa sperimentazione rappresenta il livello operativo-professionale più maturo di applicazione dell'IA al welfare sociale italiano.9
È importante essere precisi su cosa fa l'IA in questo contesto: non sostituisce la valutazione professionale, non decide al posto dell'operatore. Aiuta a processare una mole di dati ICF che un'equipe — spesso sottodimensionata, spesso con tempo limitato per la valutazione — faticherebbe a elaborare con la qualità richiesta. Da questo punto di vista è uno strumento con una logica di sostenibilità: rende più governabile un processo che altrimenti rischia di diventare insostenibile.
Ma questa utilità solleva una domanda che è scomodo fare apertamente: stiamo introducendo l'IA nella valutazione multidimensionale per migliorare la qualità del Progetto di vita — per vedere connessioni tra dati che l'operatore da solo non riuscirebbe a cogliere, per ridurre la variabilità tra contesti diversi — o per compensare un sistema che non regge il peso che gli stiamo mettendo addosso?
Le due cose non si escludono. Ma richiedono risposte molto diverse sul piano delle politiche organizzative. Se l'IA entra come potenziamento di un sistema già funzionante — con equipe stabili, accordi interistituzionali consolidati, sistemi informativi integrati come nel FVG — può migliorare la qualità della valutazione. Se entra come compensazione di un sistema fragile, rischia di diventare uno strumento sofisticato poggiato su fondamenta che non reggono. E il rischio specifico è che la tecnologia renda invisibile la fragilità organizzativa sottostante, invece di spingere a risolverla.

Le domande che restano aperte
Quattro domande che chi lavora negli ATS e nei sistemi sociosanitari locali dovrebbe tenere sul tavolo, indipendentemente da come si posiziona rispetto all'IA.
Queste domande non hanno ancora risposta. E probabilmente non avranno risposta uniforme: le condizioni che rendono possibile l'integrazione — come dimostra il FVG — si costruiscono nel tempo, con investimenti istituzionali costanti, con una regia regionale capace di tenere insieme sociale e sanitario. Non si replicano per decreto. Non si compensano con la tecnologia.
L'IA può essere uno strumento utile nel processo di costruzione del Progetto di vita. Ma la sua utilità dipende interamente dalla qualità dell'organizzazione che la usa. Uno strumento sofisticato nelle mani di un sistema fragile non rafforza il sistema: lo rende più complesso senza renderlo più solido.
Il 2027 si avvicina. E la domanda più onesta che chi lavora in questo campo può porsi non è se usare o non usare l'IA. È se stiamo costruendo le condizioni organizzative perché qualsiasi strumento — tecnologico o no — possa funzionare davvero.



