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La prossimità che non basta

La prossimità che non basta — Il Cantiere del Welfare
IlCantieredel WelfareIl Ponte di Kublai · Aprile 2026
Approfondimento·PA locale·Intersettorialità

La prossimità che non basta.
Silos, frizione e sapienza amministrativa nella PA locale.

Nella PA locale il servizio sociale e l'urbanistica quasi non si parlano. Non perché manchino strumenti — il Piano di Zona esiste dal 2000. Manca qualcosa di più profondo: prossimità cognitiva, istituzionale, relazionale. E una frizione che non abbiamo ancora imparato a rendere generativa.

Nella PA locale il servizio sociale e l'urbanistica quasi non si parlano.
Non perché manchino strumenti — il Piano di Zona esiste dal 2000, i tavoli di coprogrammazione sono previsti dalla legge. Eppure accade raramente e male. Questo articolo prova a capire perché, usando una lente che viene dall'economia geografica: il problema non è la mancanza di volontà né di framework. È un deficit di prossimità — ma non nel senso che si usa comunemente.

Il paradosso di partenza: vicinanza senza prossimità

Nel primo numero dellaLettera Cooperazionedi Confcooperative Emilia Romagna (marzo 2026), Paolo Venturi — direttore di AICCON — distingue due cose che siamo abituati a trattare come sinonimi.
L'intersettorialità, dice,non è il fatto che settori diversi collaborino meglio: è un processo chegenera settori nuovi, che prima non esistevano.1

Non si tratta di abbattere muri tra compartimenti già dati. Si tratta di riconoscere che quei compartimenti sono diventati inadeguati a nominare la realtà.

«Il cambiamento non è che pubblico, privato e terzo settore collaborino meglio — è che questa distinzione smette di essere l'unità di misura dell'azione sociale. Nascono settori che quella distinzione non riesce nemmeno a vedere.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026

Questa distinzione ha un correlato preciso nella letteratura sull'innovazione.
Ron Boschma, nel suo lavoro ormai classicoProximity and Innovationdel 20052, mostra che la prossimità geografica — il fatto di stare vicini — è solouna delle cinque dimensioniattraverso cui gli attori si avvicinano abbastanza da collaborare e innovare. Le altre quattro sono laprossimità cognitiva, organizzativa,relazionaleeistituzionale.

La tesi centrale di Boschma è radicale: la prossimità geograficada sola non è né necessaria né sufficienteperché avvenga apprendimento condiviso. È laprossimità cognitiva— la condivisione di linguaggi, categorie, modi di leggere i problemi — la condizione più rilevante.

Questo ha implicazioni dirette per come interpretiamo isilosnellaPA locale.
Un ufficio comunale dei servizi sociali e un ufficio dell'urbanistica occupano spesso lo stesso edificio, talvolta lo stesso piano. Sono geograficamente prossimi.

Ma quella vicinanza fisicanon produce prossimità nel senso che conta. I due uffici parlano lingue diverse, misurano il proprio lavoro con metriche diverse, rispondono a interlocutori politici diversi, vengono finanziati da fondi diversi con rendicontazioni diverse. La loro prossimità geografica è quasi irrilevante ai fini della collaborazione.

Le cinque dimensioni di prossimità — applicate alla PA locale del welfare (Boschma, 2005)GeograficaStesso edificio,stesso Comune✓ PresenteOrganizzativaStessa catenagerarchica~ ParzialeRelazionaleFiducia, storiapersonale~ Dipende dalle personeLE DUE DIMENSIONI CRITICHE⚠ CognitivaLinguaggi, categorie analitiche,criteri di successo, unità di misuraQuasi assente tra settori nella PA locale⚠ IstituzionaleRegole, accountability, fondi,rendicontazioni, interlocutori politiciSeparata per legge tra i settoriLegendaPresenteParziale / variabileCritica, carenteSenza prossimità cognitiva e istituzionale, la collaborazione intersettoriale non si produce —nemmeno quando c'è la migliore volontà politica e gli stessi uffici condividono lo stesso piano.Fonte: Boschma R. (2005), Proximity and Innovation: A Critical Assessment, Regional Studies, 39(1) · Elaborazione Il Cantiere del Welfare
Le cinque dimensioni di prossimità (Boschma, 2005) applicate alla PA locale del welfare. Le due dimensioni critiche — cognitiva e istituzionale — sono quasi sistematicamente assenti tra uffici che pure condividono lo stesso edificio.

Cinque dimensioni di prossimità: quale manca davvero

Vale la pena tradurre le cinque dimensioni di Boschma nel contesto della PA locale, perché ciascuna racconta qualcosa di diverso sul perché i silos resistono.

Un tavolo di coprogrammazione tra sociale e urbanistica mette intorno allo stesso tavolo persone che hanno appreso a leggere i bisogni con linguaggi radicalmente diversi. L'assistente sociale ragiona in termini divulnerability, di carriera di cura, di reti familiari. Il pianificatore urbanistico ragiona in termini di densità, di standard urbanistici, di distanze. Non parlano lingue complementari — parlano lingue che si rivolgono a oggetti diversi.

I silos settoriali nella PA non sono il risultato di cattiva volontà. È che non hanno sviluppato — né individualmente né istituzionalmente — la grammatica comune per farlo.

Venturi lo dice con una formula che vale la pena fermarsi a leggere:

«Finché il punto di partenza è il settore di appartenenza — pubblico, privato, terzo settore — e non il bisogno della persona nel suo contesto di vita, la collaborazione resta decorativa. Non cambia niente di strutturale. Cambiano i documenti, non i sistemi.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026

Il caso più concreto viene direttamente dalla rivista di Confcooperative: gli accessi di minori ai servizi di neuropsichiatria infantile sono aumentati del73,3%.3Un dato che nessun servizio settoriale è in grado di interpretare correttamente da solo — il disagio psichico dei minori è al tempo stesso un problema sanitario, educativo, familiare, abitativo. Nessuno di questi sistemi, restando dentro la propria corsia, riesce a tenerlo.

Il problema non è trovare il framework giusto.
È costruire, deliberatamente e con investimento esplicito, le condizioni di prossimità che rendono possibile qualsiasi collaborazione reale.

Un problema di sapienza amministrativa

C'è un livello ulteriore, che riguarda quello che si potrebbe chiamare sapienza amministrativa— la capacità tacita di navigare istituzioni complesse, di costruire fiducia attraverso i confini settoriali, di tenere insieme mandati contraddittori. È una forma di competenza che non si acquisisce nei corsi di formazione e non si trasferisce con le circolari.

Venturi fa un'osservazione che vale la pena citare distesa, perché descrive con precisione il vuoto che si apre quando questa sapienza manca:

«Il welfare territoriale non fallisce per mancanza di risorse o di norme. Fallisce perché le persone che dovrebbero tenerlo insieme non hanno mai avuto l'occasione — né il mandato — di imparare a leggere gli stessi problemi con occhi diversi dai propri.
La prossimità cognitiva non si decreta. Si costruisce. E richiede tempo, contesti, esperienze condivise.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026
Il gap cognitivo: due mondi nello stesso palazzoServizi SocialiLinguaggio:vulnerabilità · carriera di cura · rete familiareMetriche:prese in carico · accessi · ore erogateFinanziamento:Fondo Sociale Locale · FNPSrendicontazione annuale per prestazioneInterlocutore: Assessorato al SocialeGAPCOGNITIVOnessunagrammaticacomunetra i dueUrbanistica / TerritorioLinguaggio:densità · standard urbanistici · distanzeMetriche:mc · SUL · indici edificatoriFinanziamento:oneri urb. · PNRR · fondi FESRrendicontazione per milestoneInterlocutore: Assessorato al TerritorioSTESSO PALAZZO — PROSSIMITÀ GEOGRAFICA: ✓ — PROSSIMITÀ COGNITIVA E ISTITUZIONALE: ✗La vicinanza fisica non riduce il gap. Al contrario: lo rende invisibile.Elaborazione Il Cantiere del Welfare su Boschma (2005)
Due uffici nello stesso palazzo, due sistemi cognitivi che non comunicano. Il gap di prossimità cognitiva e istituzionale rende la vicinanza geografica quasi irrilevante ai fini della collaborazione reale.

Il place-based thinking di Sancino: una scelta epistemica

Alessandro Sancino — docente di management pubblico all'Università di Milano-Bicocca — ha messo a fuoco questo nodo con una formula precisa: «Superi il ragionare per silos — pubblico, privato e terzo settore — ma chiami tutti gli attori a confrontarsi a partire dai bisogni».4

Non è una questione di coordinamento migliore. È una questione diunità di analisi: finché il punto di partenza è il settore — e non il bisogno della persona — la collaborazione resta superficiale. Quello che Sancino chiamaplace-based thinkingnon è un metodo organizzativo. È una scelta epistemica che la maggior parte delle PA locali non ha ancora compiuto.

Il place-based thinking, nel senso tecnico che Sancino gli attribuisce, è la scelta di assumere ilterritorio come unità epistemica primaria— il punto di partenza dell'analisi, prima ancora dell'azione.5Non "come collaborano i settori su quel territorio", ma "cosa succede in quel territorio, e da lì: quali attori, con quale mandato?".

La differenza non è semantica. È operativa. Un'amministrazione che parte dal settore costruisce tavoli tra settori. Un'amministrazione che parte dal territorio costruisce comunità di pratiche attorno a problemi definiti da chi abita quei problemi.

«Quello che chiamo place-based leadership non è guidare il territorio: è creare le condizioni perché il territorio possa guidare sé stesso — perché gli attori che lo compongono possano sviluppare la capacità di vedere i problemi insieme, prima ancora di risolverli insieme.»

Venturi aggiunge una dimensione che Sancino lascia in parte implicita: il processo intersettoriale autentico non produce solo soluzioni migliori — producenuovi soggetti:

«L'intersettorialità non è un metodo. È un esito. Quando funziona davvero, non hai più tre settori che collaborano — hai qualcosa di nuovo che nessuno dei tre avrebbe potuto produrre da solo. E quella cosa nuova non sa ancora come chiamarsi, perché non esisteva prima nella mappa istituzionale.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026

Cosa serve in concreto: tre mosse istituzionali

Sancino, insieme a Gramigna e Rizzo, individua nella formazione congiunta tra università e amministrazioni locali uno dei pochi dispositivi capaci di costruire prossimità cognitiva realetra attori che normalmente non si parlano.6

Non formazione settoriale — formazione suproblemi condivisi, dove l'unità di lavoro è il territorio e non la competenza di appartenenza.

Tradotto in termini operativi, questo suggerisce tre mosse concrete— non framework, non tavoli aggiuntivi.

Tre mosse istituzionali per costruire prossimità cognitiva (Sancino, Gramigna, Rizzo 2024)1Casi reali prima delle emergenzeAssistente sociale e pianificatore urbanosiedono insieme su un caso — un quartiere,una famiglia — prima che la situazione precipiti.2Una metrica trasversale condivisaAlmeno un indicatore che misura un effettoche nessun settore può produrre da solo:isolamento, qualità di vita, riospedalizzazione evitata.3Figure di attraversamento riconosciuteMandato + responsabilità + valutazione:da buona volontà a infrastruttura stabile.Fonte: Gramigna, Rizzo, Sancino (2024), in Sancassani, Tortorella (a cura di), Servire al futuro, Carocci, Roma
Le tre mosse istituzionali per costruire prossimità cognitiva strutturale (Sancino, Gramigna, Rizzo 2024). Non framework generali — dispositivi concreti che cambiano le condizioni operative.

Prima mossa: lavorare su casi reali prima che diventino emergenze.
La prossimità relazionale tra settori non si costruisce nei convegni. Si costruisce quando un assistente sociale e un pianificatore urbanistico siedono insieme su un caso specifico — un quartiere, una famiglia, un edificio — primache la situazione precipiti. Il caso diventa palestra di linguaggio condiviso.

Seconda mossa: istituire almeno una metrica trasversale.
Finché ogni settore rendiconta solo le proprie prestazioni, nessuno ha incentivo reale a collaborare. Serve almeno un indicatore condiviso che misuri un effetto che nessun settore può produrre da solo: la qualità della vita in un quartiere, il tasso di riospedalizzazione evitata, la riduzione dell'isolamento degli anziani.

Terza mossa: dare un nome istituzionale alle figure di attraversamento.
Chi oggi abita i confini tra settori lo fanonostantel'organizzazione, non grazie ad essa. Riconoscere formalmente questi ruoli — con un mandato, una responsabilità, una valutazione — è la condizione perché la prossimità cognitiva smetta di dipendere dalla buona volontà individuale e diventi unainfrastruttura organizzativa stabile.

La frizione non è il nemico

C'è un elemento che rischia di passare inosservato: lafrizionenon è un difetto del sistema — è una risorsa.7

Quando due settori con linguaggi diversi si incontrano su un problema reale, la frizione che ne emerge — il disaccordo, la fatica di capirsi, il conflitto sui criteri — è precisamente il segnale che il processo di costruzione di prossimità cognitiva è in corso.

«Non dobbiamo ridurre la frizione. Dobbiamo imparare a renderla generativa. La collaborazione vera non è quella dove tutti sono d'accordo — è quella dove il disaccordo produce qualcosa che nessuno avrebbe prodotto da solo.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026

Un processo di coprogrammazione che elimina il conflitto — che porta tutti allo stesso tavolo per ratificare decisioni già prese — non è un processo di prossimità cognitiva. È una simulazione di collaborazione che consuma energia senza produrre apprendimento.

Sintesi — Prossimità simulata vs. prossimità reale

Prossimità simulata:tavoli di coordinamento tra rappresentanti di settori, ordine del giorno pre-concordato, verbali che documentano la partecipazione. Nessun cambiamento nei linguaggi, nelle metriche, nelle regole di rendicontazione.

Prossimità reale:lavoro condiviso su casi concreti, metriche trasversali, figure di attraversamento riconosciute, frizione governata che produce apprendimento. Il risultato è misurabile: cambiano icritericon cui i due settori leggono il bisogno, non solo la frequenza con cui si incontrano.

Una domanda aperta

Restituisco la parola a Venturi per chiudere, perché la sua domanda è più netta di qualsiasi risposta che potrei offrire:

«Il vero test non è se le PA locali riescono a lavorare insieme. È se riescono acambiare— a diventare qualcosa di diverso attraverso quel lavoro insieme.
Se il risultato del processo intersettoriale è che ognuno torna al proprio ufficio con gli stessi strumenti di prima, il processo non è servito a niente.» Paolo Venturi — AICCON, Lettera Cooperazione n. 1, marzo 2026

La domanda che rimane aperta — e che questa rubrica continuerà a seguire — è se esistono le condizioni politiche e istituzionali per compiere quella scelta: assumere il territorio come unità di analisi, costruire prossimità cognitiva come infrastruttura, rendere generativa la frizione invece di evitarla.

La risposta dipende, come spesso accade, meno dagli strumenti disponibili e più da chi ha il mandato — e il coraggio — di usarli.

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