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Povertà e salute mentale
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Welfare di Comunità·12 agosto 2026

Povertà e salute mentale: colpa individuale?

Negli ultimi dieci anni i disturbi depressivi tra le persone seguite dalla rete Caritas sono aumentati del154%. In un Paese con appena0,1 posti lettopsichiatrici ogni 1.000 abitanti — contro una media OCSE di 0,64 — nove persone su dieci che avrebbero bisogno di un aiuto specialistico non lo trovano. Un fatto di cronaca, un rapporto Caritas e i numeri reali della psichiatria italiana raccontano perché il verofalso mitonon è quello che pensiamo.
Davide Vairani
12 agosto 2026
14 min di lettura
Nota di metodo

Quando in questo articolo parlo di «falso mito» non intendo negare che esistano persone con un disagio psichico che vivono anche in condizioni di povertà, né che alcune situazioni possano sfociare in comportamenti pericolosi. Il mito non è il fenomeno: è lanarrazione a senso unicoche lo racconta — quella per cui la malattia mentale è la causa e la povertà la conseguenza, punto.

È un racconto comodo perché individualizza il problema: sposta la responsabilità dalla persona fragile al sistema che avrebbe dovuto sostenerla, e ci esonera dal chiederci cosa non ha funzionato prima che quella persona finisse ai margini. I dati che seguono — Caritas, ISS, i casi di cronaca 2026 — raccontano una dinamica più complessa:circolare, non lineare.


Un fatto di cronaca, un rapporto Caritas, i numeri reali della psichiatria italiana e un falso mito da sfatare

Rimini. L'Area dell'ex hotel Coronado è occupato da senza fissa dimora. Una lite finita a colpi di spranga lascia un uomo di 45 anni in coma (l'articolo di Fanpage).

Le prime ricostruzioni parlano di una rissa tra persone senza casa, alcune delle quali con storie di dipendenza o disagio psichico alle spalle. Nei commenti sotto gli articoli, il copione è sempre lo stesso:«sono pericolosi»,«andrebbero rinchiusi»,«è colpa loro se sono finiti così».

È il momento in cui un fatto di cronaca smette di essere un fatto e diventa la conferma di pregiudizi correnti ancora oggi.

Cosa vede la gente comune quando sente "malattia mentale"

Il riflesso di chi commenta un fatto come quello di Rimini affonda in un immaginario collettivo ancora diffuso.

Il 59° Rapporto Censis-Lundbeck"Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani", presentato il 21 gennaio 2026, mostra che quasi sette italiani su dieci ritengono che sui disturbi psichiatrici pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre per i disturbi neurologici la percentuale scende sensibilmente (clicca qui, Censis).

Quasi sei italiani su dieci, inoltre, immaginano la vita di chi ha un disturbo psichico come segnata in modo permanente da vergogna e isolamento sociale: un'immagine statica, che non lascia spazio a percorsi di cura o miglioramento.

Il MINDex 2026, il barometro realizzato da Unobravo con Ipsos Doxa, aggiunge un dato ancora più netto: solo il 9% degli italiani ritiene che nel Paese si parli davvero apertamente di salute mentale, e tre persone su quattro considerano il giudizio altrui un ostacolo concreto a chiedere aiuto (clicca qui, Globalist).

Ma il nesso più diretto con la cronaca è quello tra malattia mentale e pericolosità. Come osserva da anni lo psichiatra Massimo Cozza, i media tendono ad associare quasi automaticamente un delitto efferato a un disturbo psichiatrico, anche quando i successivi approfondimenti smentiscono il collegamento — il danno reputazionale, però, è già fatto. Un dato citato da Cozza rende l'entità del fenomeno: un'analisi di 1.371 programmi televisivi condotta per il manuale dell'Associazione Mondiale di Psichiatria"Schizofrenia e cittadinanza"ha rilevato che i personaggi valutati più negativamente, "i cattivi", sono sistematicamente quelli descritti come malati di mente (clicca qui, sossanita).

È questo il retroterra culturale su cui atterra un titolo come quello di Rimini: non un pregiudizio isolato, ma un'associazione — malattia mentale uguale pericolo — che la ricerca sociale misura da decenni e che i dati Caritas e ISS, come vedremo, raccontano invece in modo radicalmente diverso.

Ma è anche il momento giusto per fermarsi e guardare i numeri: cosa sappiamo davvero del rapporto tra povertà e salute mentale in Italia? E come stiamo, come Paese, nel curare chi soffre?

Il falso mito:«sono matti, per questo sono poveri»

Il senso comune racconta una storia semplice e rassicurante: c'è chi ha un disagio psichico, perde il lavoro, perde la casa, finisce in strada. La malattia mentale come causa, la povertà come conseguenza. È una narrazione comoda perché individualizza il problema. La colpa in fondo è nella persona, nella sua fragilità e ci esime dal chiederci cosa non funzioni nel sistema attorno a lei.

Il Rapporto Caritas«Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati», presentato l'11 febbraio 2026 insieme alla Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia (comunicato Caritas Italiana), smonta questa narrazione con un dato che vale da solo l'intero rapporto: negli ultimi dieci anni, tra le persone accompagnate dalla rete Caritas, i disturbi depressivi sono aumentati del154%. Non è un'impennata di «casi psichiatrici» scollegata dal contesto: è un aumento che cammina insieme all'impoverimento del Paese.

Il documento integrale è consultabile qui:sintesi del Rapporto (PDF)Capitolo 1 (PDF)Capitolo 4 (PDF).

Il punto centrale del rapporto non è che la povertà «causa» il disagio mentale, né il contrario. È che le due cose si alimentano a vicenda in uncircolo, non in una linea retta. Come ha detto il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, presentando i dati: nell'80% dei casi il disagio mentale si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale, ed è un fenomeno sistemico, non affrontabile con risposte frammentate.

In pratica: la precarietà lavorativa, l'insicurezza abitativa, l'isolamento relazionale aumentano il rischio di soffrire psicologicamente. E quando il disturbo psichico arriva, spesso fa perdere lavoro, casa, legami, cioè produce nuova povertà. Non c'è un «prima» e un «dopo» pulito. C'è una spirale in cui ogni fattore rinforza l'altro, ed è esattamente per questo che chi ci finisce dentro fatica così tanto a uscirne da solo.

A pagare il prezzo più alto sono giovani, donne e persone con esperienza migratoria, categorie sociali già esposte a precarietà lavorativa e fragilità sociale, su cui il disagio psichico si innesta come un moltiplicatore di svantaggio, non come un fulmine a ciel sereno (approfondimenti suSalutementale.nete suPressenza).

Siamo tutti psichiatrici

Ciò che non corrisponde alla normalità — lo star male fisico ma anche quello mentale, quindi il comportamento inadeguato — deve essere «riparato» non per il rispetto della sofferenza, ma per rimettere l'individuo in grado di essere efficiente, produttivo, adeguato alle aspettative sociali.

Franca Ongaro Basaglia

Chi stabilisce cosa sia la "normalità" e quali i suoi confini?

Il tema della salute mentale in fondo ci riguarda tutti. Nel DSM-5 (il manuale diagnostico di riferimento) l'attacco di panico non è di per sé una diagnosi a sé stante, ma un episodio sintomatico, un'ondata improvvisa di paura o disagio intenso che raggiunge il picco in pochi minuti, con sintomi fisici (tachicardia, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento, dolore toracico) e cognitivi (paura di morire, di perdere il controllo, di "impazzire").

Quando gli attacchi diventano ricorrenti e imprevedibili, seguiti da almeno un mese di preoccupazione persistente per un nuovo attacco o da cambiamenti significativi nei comportamenti (evitare luoghi, situazioni, attività), si configura il disturbo di panico, classificato nel DSM-5 tra i disturbi d'ansia.

Non stiamo parlando di un'eccezione clinica, ma di una condizione diffusa quanto sottostimata. Secondo lo studio ESEMeD, condotto dall'Istituto Superiore di Sanità su un campione rappresentativo della popolazione italiana, circa il 7% degli adulti ha soddisfatto i criteri diagnostici per almeno un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l'intervista: di questi, quasi due milioni e mezzo di persone hanno presentato un disturbo d'ansia — categoria in cui rientra clinicamente anche il disturbo da attacchi di panico — a fronte di un milione e mezzo con un disturbo affettivo (clicca qui, ISS-Epicentro). Sull'arco della vita, la quota sale ulteriormente: circa un italiano su nove riporta di aver sofferto, in un momento della propria esistenza, di un disturbo d'ansia o depressivo.

Numeri che il tempo non ha attenuato, anzi. Il Rapporto sulla Salute Mentale 2024 del Ministero della Salute — la fonte statistica ufficiale sul tema — certifica che sono state845.516 le persone assistite dai servizi psichiatrici specialisticinel corso dell'anno, di cui 272.497 al primo contatto in vita (clicca qui, Ministero della Salute). Ma il dato più eloquente riguarda la porta d'ingresso di chi arriva in condizione di crisi acuta, non di presa in carico programmata: gli accessi in Pronto Soccorso per motivi psichiatrici sono cresciuti del10%in un solo anno, passando da 573.663 a 636.113. Non tutte le persone con un disagio d'ansia arrivano a una presa in carico specialistica: la maggior parte convive col disturbo, lo minimizza, lo normalizza, magari lo gestisce con un ansiolitico preso all'occorrenza. Ma è proprio in questo margine — tra il disagio non ancora clinicizzato e l'accesso, spesso in emergenza, al sistema di cura — che si gioca la partita più delicata.

Dal sintomo alla diagnosi

Il passaggio da un episodio isolato a un disturbo strutturato non è automatico, ma è tutt'altro che raro. Quando gli attacchi diventano ricorrenti e si accompagnano, per almeno un mese, alla paura costante di un nuovo episodio o all'evitamento sistematico di luoghi e situazioni, si configura clinicamente ildisturbo di panico— una delle diagnosi più frequenti tra i disturbi d'ansia rilevati dall'ISS.

È un crinale scivoloso: chi convive con l'insicurezza economica, con l'assenza di rete sociale, con il lavoro instabile, è anche chi ha meno strumenti per evitare che l'episodio isolato diventi pattern, e il pattern presa in carico.

Come siamo messi con la psichiatria in Italia

Qui la narrazione del«sono matti, curiamoli e via»si scontra con un problema molto concreto:i servizi per curarli, in gran parte, non ci sono più o ci sono sempre meno.

Un rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità presentato a febbraio 2026 fotografa una situazione disarmante.

L'Italia ha0,1 posti letto ogni 1.000 abitantiper i ricoveri psichiatrici acuti, contro una media OCSE di 0,64: siamo tra gli ultimi Paesi sviluppati per dotazione ospedaliera in questo campo (articolo di DottNet). Lo stesso rapporto segnala unacarenza di personale di circa il 30%rispetto agli standard Agenas, e una spesa pro capite per la salute mentale tra le più basse d'Europa.

Nel frattempo la domanda cresce: gli accessi ai servizi sono aumentati del 10% dal 2022 al 2023, e del 18% rispetto al 2020. Ma i servizi specialistici riescono a intercettare stabilmente solo l'1,6-1,7% della popolazione, mentre la prevalenza annuale stimata dei disturbi mentali èfino a dieci volte superiore. Tradotto: nove persone su dieci che avrebbero bisogno di un aiuto specialistico, semplicemente, non lo trovano — o non lo cercano perché sanno che non c'è.

Un altro dato che il rapporto ISS mette in relazione diretta con la carenza di personale: dal 2015 al 2023 gli utenti trattati con antipsicotici in regime convenzionato sonoaumentati del 63%, con valori più alti al Sud e nelle Isole — proprio dove le strutture territoriali sono più deboli. Il farmaco, in altre parole, diventa spesso l'unica risposta disponibile quando mancano gli operatori per fare tutto il resto: colloqui, presa in carico, lavoro di comunità (ANSA).

Sempre secondo i dati raccolti da ANSA sul rapporto ISS: dal 2017 al 2023 le strutture psichiatriche territoriali sono diminuite del 18,5%, quelle residenziali del 13%, e dal 2020 quelle semiresidenziali del 12,5%, con un calo dei posti del 10% dal 2021 e degli utenti presenti del 35% rispetto al 2015 — mentre, come detto, la domanda cresceva.

Dietro le percentuali ci sono reparti chiusi e servizi ridotti in tutta Italia. A Torino è stato chiuso lo storico SPDC dell'ospedale Mauriziano, con conseguente saturazione dei pronto soccorso delle Molinette e del Martini. Ad Alessandria, il reparto di psichiatria di Casale Monferrato è chiuso da anni per carenza di medici. A Firenze, la degenza per acuti dell'ospedale di Careggi è stata chiusa e il trasferimento programmato in un'altra sede è bloccato per mancanza di organico, con i posti letto SPDC nell'area fiorentina scesi a44 in totale— lontanissimi dallo standard nazionale di un posto ogni 10mila abitanti (La Nazione). A Cagliari, l'unico SPDC per acuti di una provincia da 550mila abitanti dispone di 27 posti letto accreditati, tra allarmi di sicurezza sollevati dagli stessi consiglieri regionali per il personale sottodimensionato (Consiglio regionale Sardegna).

Su scala nazionale, l'offerta di posti letto ospedalieri psichiatrici si attesta intorno a7,7-9,2 ogni 100.000 abitanti, tra le più basse dell'area OCSE (approfondimento). Nel 2024 la rete pubblica contava 1.236 servizi territoriali, 1.962 strutture residenziali, 800 semiresidenziali e 307 SPDC attivi, per un totale di oltre 9,6 milioni di interventi l'anno — un sistema che, secondo chi lo analizza,regge soprattutto grazie al lavoro sul territorio e al contatto continuo con gli utenti, non certo grazie all'abbondanza di risorse (Sbircia la Notizia).

Su questo scenario si è finalmente mosso qualcosa. IlPiano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030, il primo aggiornamento organico dopo oltre un decennio, è stato approvato con un accordo in Conferenza Unificata il 29 dicembre 2025 (OpenSSN). Le priorità dichiarate: presa in carico precoce, continuità delle cure, integrazione tra sanità, sociale e scuola, rafforzamento della neuropsichiatria infantile e la creazione di équipe multidisciplinari territoriali (Fenascop).

Le risorse stanziate dalla legge di Bilancio 2026 sono:80 milioni di euro per il 2026, 85 milioni per il 2027, 90 milioni per il 2028 e 30 milioni annui a partire dal 2029, di cui una quota vincolata alle assunzioni di personale sanitario e sociosanitario (ACOP;Tuo Benessere). La Società Italiana di Psichiatria ha accolto la misura come«un momento importante», mentre altre voci del settore — penso ai commenti raccolti sul Piano ancor prima della sua approvazione definitiva — parlano apertamente di«buone intenzioni, risorse insufficienti e urgenze irrisolte»(Grusol).

Tornando a Rimini

Quando leggiamo una storia come quella dell'ex hotel Coronado e la liquidiamo con«sono pericolosi, sono matti», stiamo facendo l'operazione mentale che sia il Rapporto Caritas sia i dati ISS ci invitano ad abbandonare: isolare il sintomo dal contesto, la persona dal sistema che avrebbe dovuto intercettarla molto prima che finisse in un edificio occupato.

E non è un episodio isolato nell'estate 2026.

AParma, il 29 luglio, un uomo di 66 anni già seguito dai servizi sanitari e sociali ha distrutto le vetrate del Centro di Salute Mentale, del Centro diurno e di una struttura residenziale, danneggiando anche 17 auto aziendali: il Centro ha dovuto chiudere temporaneamente, lasciando altri utenti senza il servizio di cui avrebbero avuto bisogno proprio quel giorno (Gazzetta di Parma). È l'immagine più diretta possibile del corto circuito di cui parla il rapporto Caritas: una persona già «in carico» al sistema che finisce comunque per scontrarsi — letteralmente — con le mura del servizio che dovrebbe curarla, quando quel servizio non ha le risorse per seguirla abbastanza da vicino.

A inizio agosto, aSan Vincenzo(Livorno), un senzatetto ha aggredito un vigile urbano e, dopo l'episodio, è stato rimesso in libertà e «di nuovo in giro» per il paese. Il sindaco ha convocato una riunione urgente con prefettura, forze dell'ordine e Società della Salute, dichiarando pubblicamente di non sapere se fosse mai stata accertata la pericolosità dell'uomo — parlando esplicitamente di «falle del sistema» (QuiNews Valdicornia). Anche qui, il problema che emerge non è «la pericolosità in sé», ma l'assenza di una presa in carico continuativa capace di monitorare, sostenere o intervenire prima che la situazione degeneri — la stessa lacuna territoriale fotografata dai dati ISS su CSM sottodimensionati e personale ridotto del 30% sotto standard.

Il 4 agosto, aFoggia, è la storia a ribaltarsi: non è il senzatetto ad aggredire, ma un senza fissa dimora già «noto alle cronache cittadine» a essere preso di mira, insultato e molestato da un gruppo di giovanissimi in bicicletta elettrica e monopattino. Il consigliere comunale che ha denunciato l'episodio racconta di aver chiesto l'attivazione del Pronto Intervento Sociale, ricevendo come risposta che «le difficoltà di personale rendono difficile una costante presenza sul territorio» (l'Immediato). È lo stesso vuoto di risorse raccontato finora, ma visto dal lato opposto: non manca solo chi dovrebbe curare una persona fragile, manca anche chi dovrebbe proteggerla quando diventa bersaglio.

Il 12 luglio, aCaserta, un senzatetto ha tentato di aggredire un minorenne in Piazza Ruggiero, fermato solo dall'intervento di un commerciante della zona, prima dell'arrivo delle volanti della Polizia di Stato. Il gestore di un'attività della piazza ha parlato di una situazione «ormai ingestibile», con la Casa Comunale trasformata in un dormitorio di fatto e risse che si moltiplicano nei fine settimana (BelvedereNews). Anche qui, dietro l'allarme sicurezza, la stessa domanda: chi dovrebbe occuparsi, ogni giorno, di chi dorme in quella piazza — prima che la tensione esploda?

Non significa negare che la violenza sia un problema reale, né derubricare episodi gravi a semplice conseguenza sociale. Significa chiedersi: quella persona aveva un CSM (Centro di Salute Mentale) aperto vicino a casa, con orari accessibili? Aveva un posto letto disponibile in caso di crisi acuta, in un Paese dove i posti letto sono un sesto della media OCSE? Aveva qualcuno che, prima di perdere la casa, potesse offrirle un aggancio territoriale invece di una prescrizione farmacologica lasciata sola a fare tutto il lavoro?

Quattro episodi in un'estate, quattro territori diversi, la stessa dinamica che si ripete: qualcuno in difficoltà finisce al centro della cronaca, e la prima domanda che ci poniamo è sempre la stessa:cosa c'è che non va in questa persona. Raramente ci chiediamo cosa non ha funzionato nella rete che avrebbe dovuto intercettarla prima. Eppure è esattamente questo secondo sguardo, quello sulrapportopiù che sul sintomo, ad aver segnato la rottura più radicale nella storia della psichiatria italiana.

Il problema non è la malattia in sé, ma quale sia il tipo di rapporto che viene ad instaurarsi con il malato, in quanto la malattia gioca un ruolo puramente accessorio.

Franco Basaglia · Conferenze brasiliane, 1979

Non è un caso che questa frase torni utile proprio nel 2026: sono passati trent'anni dalla scadenza fissata dalla legge 724/94 per la chiusura definitiva dei manicomi, il 31 dicembre 1996, anche se l'ultimo, a Siena, chiuse solo nel 1999.

Trent'anni in cui il manicomio come luogo fisico è scomparso, ma il riflesso che lo aveva reso possibile — isolare il sintomo dalla persona, la persona dal contesto — continua a riaffiorare ogni volta che un fatto di cronaca come quello di Rimini diventa la conferma di un pregiudizio invece che una domanda sul sistema.

Perché il mito ci fa comodo

Raccontare la povertà come conseguenza di una fragilità individuale ha un vantaggio psicologico enorme: ci protegge. Se la causa è nella persona, il sistema attorno a lei — welfare, sanità territoriale, politiche abitative — non ha responsabilità, e noi che osserviamo da fuori possiamo continuare a pensare che a noi non potrebbe mai succedere.

Il nodo

Un dato come il +154% di disturbi depressivi in dieci anni tra chi si rivolge ai servizi di ascolto della povertà, letto insieme a 0,1 posti letto psichiatrici ogni 1.000 abitanti e a un 30% di personale mancante rispetto agli standard, non racconta di un'emergenza psichiatrica isolata.Racconta di un Paese che, definanziando per anni i presìdi territoriali, sta trasformando difficoltà che potrebbero essere temporanee in esclusione cronica— per usare le parole con cui il cardinale Matteo Zuppi ha chiuso la presentazione del rapporto Caritas.

Il nuovo Piano nazionale per la salute mentale è un segnale di inversione di rotta, il primo dopo più di dieci anni di silenzio normativo.

Ma tra l'approvazione di un piano e la riapertura di un reparto chiuso per carenza di medici o la creazione di posti letto in un sistema che ne ha un sesto del necessario, passa ancora molta strada e molti bilanci regionali.

Il vero «falso mito» non è negare che esistano persone in difficoltà psichica che possono avere comportamenti pericolosi. È pensare che la soluzione sia individuale — curare, o rinchiudere, la singola persona — quando il problema è, per definizione degli stessi dati ufficiali, circolare e strutturale.

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