Nel recentearticolosu LinkedIn,Alessandro Sancino –Professore Ordinario di Economia Aziendale (Strategia, Management Pubblico, Innovazione Sociale e Imprenditorialità ) presso l’Università degli Studi di Milano – pone una domanda cruciale:quale via italiana per l’economia sociale?
La risposta, suggerisco, non sta solo nel definirecosaè l’economia sociale, ma nel comprenderecomesi genera valore attraverso processi diinnovazione sociale aperta.
Il libro recentemente pubblicato inopen access“Innovazione sociale aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale”(Sancino et al., 2026)offre proprio questa chiave di lettura: l’economia sociale italianatrova la sua peculiarità non tanto nella forma giuridica degli attori, quanto nellacapacità di orchestrare ecosistemi apertidovepubblico,privato,terzo settoreecomunità co-creanosoluzioni ai problemi collettivi.

Oltre i modelli internazionali: il paradigma territoriale italiano
Nel mio precedente articolo“L’Italia dell’Economia Sociale”ho evidenziato come i modelli internazionali descritti daPowell & Stokes Berry (2021)non colgano la specificità italiana.Â
Il modello statunitense punta sullamarketizzazionedellenon-profit, quello britannico sulla misurazione dell’impatto, quello sudcoreano sull’orchestrazione statale, quello post-comunista sconta una diffidenza verso forme ibride viste come marginali o come longa manus dello Stato.
La ricerca diSancinoe colleghi conferma questa intuizione attraverso sedici casi studio che dimostrano comel’innovazione sociale italiana sia qualcosa di radicalmente diverso.
È intrinsecamenteradicata nei territorie nelle loro specificità (place-based), non riducibile a un singolo settore ma costitutivamentemulti-attoriale, fondata surelazioni di fiduciaeco-progettazionepiuttosto che su contratti standardizzati, e capace di modificare profondamente le logiche digovernanceanziché limitarsi a erogare servizi.
Questo non è un dettaglio tecnico: è uncambio di paradigmache rende l’Italia unlaboratorio avanzatodifficilmente traducibile nelle metriche anglosassoni dell’imprenditorialità sociale.
I quattro pilastri dell'innovazione sociale aperta italiana
Il libro identifica quattro dimensioni essenziali che caratterizzano la via italiana, tutte intrecciate tra loro in modo inseparabile.
L’attore pubblico italiano, quando funziona bene, non è solofinanziatoreoregolatore, maorchestratore di ecosistemi.
Prendiamo il caso diBorgofuturo, l’esperienza di rigenerazione dei borghi appenninici, o quello dellaCasa del Parco Adamello: qui le amministrazioni locali non si limitano a erogare fondi ma costruiscono spazi dico-progettazionestrutturale, legittimano le iniziative dal basso e creano vere e proprie zone di sperimentazione istituzionale.
Come evidenzia il libro:“L’attore pubblico deve superare la logica dei silos organizzativi per diventare un vero abilitatore di innovazione territoriale”.
È un passaggio culturale fondamentale, perché implica che l’amministrazione pubblica non sia più solo un committente che acquista servizi, ma un partner checo-generavalore pubblicoinsieme ad altri attori.
Questo significa accettare l’incertezza dei processi co-creativi, rinunciare al controllo totale, e costruire meccanismi digovernanceche sappiano tenere insieme la pluralità deglistakeholdersenza appiattirla in un unico modello standardizzato.
La ricerca analizzamodelli di finanziamentoibridiche vanno oltre il tradizionale dualismo pubblico-privato.
Il casoCotti in Fragranzaa Palermo è emblematico: qui si intrecciano filantropia strategica,impact investing, finanziamenti pubblici competitivi e ricavi da mercato in unanarrativa condivisache tiene insieme attori diversi.
Non si tratta di semplice diversificazione delle fonti di entrata, ma di costruire un vero ecosistema finanziario dove ogni attore riconosce il proprio ruolo nella generazione di valore pubblico.
La finanza diventa linguaggio comune che permette di dialogare tra mondi che tradizionalmente faticano a comprendersi: fondazioni bancarie che investono nell’impatto sociale, enti pubblici che finanziano tramite bandi competitivi, imprese che diventano clienti paganti, e donatori che sostengono la missione sociale.
La sfida non è solo attrarre risorse diverse, ma mantenerle coerenti con la missione originaria senza farsi distorcere dalle logiche di chi finanzia.
È qui che ladimensione relazionaledell’ecosistema diventa cruciale: lafiduciacostruita nel tempo permette di negoziare le tensioni inevitabili tra diverse razionalità economiche.

I sedici casi studio rivelano un’imprenditorialità che non è né puramente sociale né puramente commerciale, macostitutivamente ibrida.
Progetto Quidnella moda inclusiva oBASE Milanonella rigenerazione urbana culturale dimostrano come la tensione tra missione sociale e sostenibilità economica possa diventaregenerativaanziché paralizzante.
Lagovernance democratica, che in molti modelli anglosassoni è vista come ostacolo alla crescita, qui diventa fonte di innovazione perché costringe a negoziare continuamente le diverse istanze degli stakeholder.
Lascalabilità non significa replicazione meccanica di un format standardizzato, maadattamento contestualeche mantiene i principi fondamentali adattandoli alle specificità territoriali.
Come scrive ilteamdi ricerca:“L’imprenditorialità nell’innovazione sociale aperta costruisce ecosistemi ibridi dove le tensioni tra logiche diverse diventano fonte di creatività ”.
È un modello faticoso, che richiede capacità manageriali sofisticate e unaleadershipcapace di abitare la complessità senza cercare scorciatoie semplicistiche, ma è anche l’unico che riesce a tenere insieme economia e società senza sacrificare né l’una né l’altra.
Un aspetto cruciale emerso dalla ricerca è il ruolo dellamisurazione di impattonon come mero adempimento burocratico verso i finanziatori, ma come vero e proprio infrastruttura digovernancedell’ecosistema.
La misurazione diventa simultaneamente elemento di legittimità verso finanziatori e istituzioni, strumento di consapevolezza per gli attori dell’ecosistema che così possono capire cosa funziona e cosa no, moltiplicatore di risorse attraverso la dimostrazione del valore creato, e meccanismo di apprendimento collettivo che permette di capitalizzare le esperienze.
Il caso dellePortinerie di Comunità ®sviluppate dallaRete Italiana Cultura Popolareè particolarmente illuminante.
Qui il sistema di misurazione non è solo rendicontazioneex-post, ma diventa strumento strategico per ilsocial franchising: permette di replicare e scalare il modello diwelfare comunitarioin territori diversi mantenendo coerenza e qualità , perché tutti gli attori condividono metriche e obiettivi comuni.
La misurazione non è più soloaccountabilityverso chi finanzia, ma diventa il linguaggio con cui l’ecosistema si auto-organizza e apprende.
Certo, le difficoltà non mancano: servono competenze specifiche per raccogliere e analizzare dati, le risorse sono spesso limitate, e monitorare cambiamenti a lungo termine richiede pazienza e continuità . Ma quando funziona, la misurazione diventa collante che tiene unito l’ecosistema.
Dalla teoria alla pratica: ecosistemi concreti
Cosa ci restituisce tutto questo per ilPiano Nazionale per l’Economia Sociale?
La ricerca diSancinosuggerisce che il Piano dovrebbe promuovere non soloattoridell’economia sociale, macapacità di ecosistema.
- Sperimentazione istituzionale:servonospazidove pubblico e sociale possanoco-progettare soluzionisenza essere schiacciati dai vincoli burocratici tradizionali.
- Infrastrutture finanziarie ibride:capaci di integrarefondi pubblici, filantropia e mercatoin un'unica strategia coerente.
- Valorizzazione territoriale:evitarestandardizzazionicalate dall'alto che annullano lespecificità locali.
- Sistemi di misurazione condivisi:linguaggi comprensibili a tutti glistakeholder, non solo ai tecnici della valutazione.
Ma soprattutto serve uncambio di mentalità : da politicheperl’economia sociale a politicheconl’economia sociale, dove gli attori non sono beneficiari passivi maco-protagonistidella costruzione divalore pubblico.
Innovazione sociale come ingrediente, non come contenitore
Riprendendo la distinzione che ho proposto nel mio articolo precedente: se l’economia socialeè ilcontenitore– le forme giuridiche, le normative, i registri degli enti – l’innovazione sociale apertaè l’ingredienteche può trasformare profondamente le logiche, i processi e le culture organizzative.
Come scrivonoSancinoe colleghi:“L’innovazione sociale aperta non è un settore, ma un paradigma trasformativo che può contaminare amministrazioni pubbliche, imprese for-profit e organizzazioni del terzo settore”.
I sedici casi analizzati nel libro mostrano questa biodiversità organizzativa che è la vera ricchezza del modello italiano.
DaSextantio, l’albergo diffuso in Abruzzo che ha rigenerato interi borghi abbandonati, alConsorzio GOELche costruisce economia civile in Calabria opponendosi alle logiche mafiose.
DaFOQUSa Napoli che ha trasformato un ex monastero in hub di innovazione sociale nei Quartieri Spagnoli, aFactory Grisùa Ferrara che ha dato nuova vita a una ex caserma dei Vigili del Fuoco trasformandola in incubatore di imprese creative.
Ciascuno di questi casi ha trovato la propria formula diibridazionetrapubblico,privatoecomunità , la propria combinazione di risorse finanziarie, il proprio equilibrio tra missione sociale e sostenibilità economica.
Non c’è unmodello unicoda replicare, ma ci sonoprincipi comuni:l’apertura all’ecosistema, la capacità di orchestrare attori diversi, la pazienza di costruire fiducia nel tempo, la determinazione nel misurare e comunicare l’impatto generato.

Una via italiana aperta e contaminante
La risposta alla domanda di Sancino –quale via italiana per l’economia sociale?– emerge dunque chiara.
È unaviaterritoriale,relazionaleeapertache non separa settori in compartimenti stagni macostruisce ecosistemi permeabili. È una via che non standardizza dall’alto ma valorizza le specificità locali, riconoscendo che ogni territorio ha le proprie risorse e le proprie sfide.
È una via che non contrapponemercatoemissione socialein un gioco a somma zero, ma le integra creativamente cercandomodelli di sostenibilità che non snaturino la missione originaria.Â
È una via che non si accontenta di misurareoutputquantitativi, ma aspira aco-generare valore pubblicoin senso pieno, includendo le dimensioni relazionali e di capitale sociale che sono difficili da quantificare ma essenziali per la tenuta dei territori.
Come evidenziato dall’Osservatorio AICCON-Intesa Sanpaolo 2025, l’impresa sociale italianadimostra capacità diresilienzaeinvestimentoproprio perché inserita in questiecosistemi territoriali.
Nonostante le sfide croniche come la carenza di manodopera qualificata e i costi elevati, il 37% delle organizzazioni prevede nuovi investimenti.
Questo non è miracolismo ma il risultato di un radicamento che permette di affrontare le tempeste economiche meglio di chi opera in splendido isolamento.
Verso piani locali per l'economia sociale
Mentre partono i piani locali per l’economia sociale, la lezione del libro diSancinoè chiara: non basta enumerare attori e risorse in un catalogo ben confezionato.
Serve costruiregovernance collaborativeche superino isilosamministrativi che ancora paralizzano molte amministrazioni pubbliche.
Serve investire in infrastrutture relazionali che facilitino la co-progettazione, andando oltre la logica dei bandi una tantum per costruire partnership strutturali.
Serve creare sistemi di apprendimento che capitalizzino le esperienze, evitando di reinventare la ruota ogni volta.
E serve soprattutto costruire narrative condivise che tengano insieme la pluralità di attori senza appiattirla in un pensiero unico.
Mentre partono i piani locali per l’economia sociale, la lezione del libro diSancinoè chiara: non basta enumerare attori e risorse in un catalogo ben confezionato.
- Governance Collaborative:serve superare isilos amministrativiche ancora paralizzano molte amministrazioni pubbliche per abilitare processi trasversali.
- Infrastrutture Relazionali:investire in spazi che facilitino laco-progettazione, superando la logica dei bandi una tantum per costruirepartnership strutturali.
- Sistemi di Apprendimento:creare meccanismi checapitalizzino le esperienzee i dati, evitando di dover reinventare la ruota ogni volta.
Come scrive ilteamdi ricerca nelle conclusioni:“Il paradigma trasformativo dell’innovazione sociale aperta richiede un cambio di mentalità : da politiche per l’economia sociale a politiche con l’economia sociale”.
È la differenza tra considerare gli attori dell’economia sociale come fornitori di servizi da controllare e regolare, e riconoscerli come partner nella costruzione di valore pubblico.
È la differenza tra pianificazione calata dall’alto eco-creazionedal basso. È la differenza tra conformità burocratica e innovazione sociale trasformativa.



