Il Cantiere delWELFAREVoci, strumenti e riferimenti per il cambiamento

Il secolo asiatico bussa già alla porta. E noi?

Non sono un economista. Mi occupo di welfare sociale territoriale, di co-progettazione, di come le comunità costruiscono risposte concrete ai bisogni delle persone.

Quindi quando leggo i dati sulleproiezioni del PIL mondiale al 2050— come quelli commentati daAlessandro Sancinoin un post recente su LinkedinQuestioni strategiche: siamo nel secolo asiatico— non li leggo con gli occhi di chi li sa analizzare nel dettaglio tecnico.

Mi pongo una domanda diversa:il cambiamento geopolitico in corso cambia la domanda di welfare nei nostri territori? 

La risposta alla prima domanda è. Alla seconda ho molti più dubbi.

I dati di contesto, brevemente

Sancinoparte da un’infograficadiVisual Capitalist, elaborata su proiezioniGoldman Sachs, che mostra ilPILattuale e quello previsto al2050[1].

Non occorre essere un economista per capire chei Paesi che cresceranno di più nei prossimi decenni sono in Asia e in Africa(India, Indonesia, Nigeria, Pakistan, Egitto).

Sul frontedemografico, leNazioni Unitestimano chela sola popolazione africana raggiungerà circa 2,5 miliardi di persone entro il 2050[2].

Come ha anticipato il geopolitologoParag Khanna,siamo entrati nel secolo asiatico[3].

Non starò a commentare questi numeri dal punto di vista economico. Quello che mi interessa è che questi cambiamenti non sono futuri. Sono giàqui, dentro i nostri servizi.

Perché la crescita di quei Paesi ci riguarda direttamente

Questi dati economici e demografici non riguardano solo la classifica del PIL mondiale.

Riguardano direttamente i nostri territori, attraverso un meccanismo che la letteratura sullemigrazioni internazionalidescrive con chiarezza e che raramente entra nel dibattito sulwelfareitaliano.

La crescita economica di un Paese, nella sua fase iniziale, non riduce i flussi migratori. Li aumenta. Perché le persone acquisiscono le risorse per spostarsi prima di acquisire le condizioni per restare.

È quello che gli studiosi chiamano lamigration hump— lagobba migratoria: più un Paese povero cresce, più i suoi cittadini riescono a finanziare il viaggio verso i Paesi ad alto reddito[4].

Solo superata una certa soglia di benessere —che gli economisti collocano intorno ai 7.000-10.000 dollari di PIL pro capite— i flussi in uscita cominciano a stabilizzarsi e poi a diminuire[5].

India, Bangladesh, Nigeria, Pakistan, Egitto si trovano oggi esattamente in quella fase di transizione.

Crescono, ma non abbastanza da trattenere chi vuole partire. Anzi, crescono abbastanza da permettergli di farlo.

Ilsecolo asiatico e africanocheSancinodescrive come fenomenoeconomicoegeopoliticosi traduce, per chi lavora nelwelfareterritoriale italiano, in una domanda prevedibile, misurabile, già in parte presente:più persone provenienti da quei Paesi, con bisogni specifici e diversi, che busseranno ai nostri servizi nei prossimi anni.

Non come emergenza, ma comenormalità demograficadi un Paese che cambia.

Il secolo asiatico è già nei nostri servizi sociali

C’è un collegamento diretto tra letraiettorie demografichedei Paesi che cresceranno di più nei prossimi decenni e lacomposizione della domanda di welfarenei territori italiani. Non è un collegamento futuro. È già in atto[6].
Partiamo da un dato preciso. Tra i Paesi con la crescita più sostenuta di residenti stabili in Italia figuranoBangladesh(+10,7%),Pakistan(+10,5%) edEgitto(+9,3%)[7].

Sono i Paesi cheSancinocita tra i protagonisti dellacrescita economica mondialenei prossimi decenni. Non è una coincidenza, ma la proiezione di dinamiche demografiche che si manifestano già nei flussi migratori verso l’Europa e verso l’Italia.

Complessivamente, icittadini stranieriresidenti in Italia sono5,3 milionia fine 2023, pari al9%della popolazione, conIndia,Bangladesh,EgittoePakistanstabilmente tra leprime dieci nazionalitàper numero di residenti[8].

Ma attenzione: per chi lavora nel welfare territoriale è fondamentale distinguere almenotre dinamiche diverse, perché ognuna porta una domanda specifica e diversa.

Non stiamo parlando di nuovi arrivi ma di comunità insediate da anni, con famiglie, figli a scuola, reti sociali proprie.

Un dato delDossier IDOS 2024dice molto in questo senso: il65%degli alunni stranieri nelle scuole italiane è nato in Italia, ma non ha ancora acquisito la cittadinanza per via delle rigide norme vigenti[10].

Sono i futuri cittadini italiani. Costruirewelfare inclusivoper queste comunità non è accoglienza straordinaria, ma ordinaria amministrazione di una società che è già strutturalmente plurale.

Il Bangladesh —tra i Paesi con la crescita demografica più sostenuta tra i residenti in Italia— è il quinto Paese al mondo per sfollamenti interni causati da disastri climatici: nel solo 2023, 1,8 milioni di bangladesi sono stati costretti a migrare internamente a causa di eventi meteorologici estremi secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre[11].

Entro il 2050, laWorld Bankstima fino a19,9 milioni di migranti climatici interni solo in Bangladesh[12].

Con la crescita demografica dell’Africa e dell’Asia, la pressione migratoria verso l’Europa e verso l’Italia non diminuirà. È un dato strutturale, non congiunturale.

IlDossier IDOS 2024è esplicito: il mercato del lavoro italiano è organizzato in modo strutturale per la separazione tra italiani e stranieri, con profili anche elevati relegati a lavori non qualificati[13] .

I datiINPSconfermano questa lettura con un dettaglio significativo per chi si occupa di welfare: tra i lavoratori stranieri,Pakistan,BangladeshedEgittoregistrano le quote più alte di occupazione maschile —rispettivamente 94,5%, 93,9% e 92,2%— a fronte di tassi di inattività femminile elevatissimi[14] .

Famiglie con un solo reddito, spesso basso, con donne in condizione di isolamento sociale e dipendenza economica.

Una fragilità strutturale che produce domanda di welfare aggiuntiva —povertà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa, isolamento— che gli stessi servizi sociali devono gestire con risorse sempre più limitate.

Rajan e il terzo pilastro: perché ci riguarda

Per capire cosa significa tutto questo per il welfare territoriale, il pensiero diRaghuram Rajanè forse il più utile disponibile oggi. Non lo conoscevo e ho approfondito il suo pensiero.

Rajanè uneconomistaindiano di fama mondiale, ex Capo Economista del FMI e Governatore della Reserve Bank of India. Nel suoThe Third Pillar(2019) sostiene che le società sane si reggono su tre pilastri equilibrati: loStato, ilMercatoe laComunità[15] .

La tesi è semplice ma potente: quando i primi due pilastri si ingigantiscono a scapito del terzo, l’equilibriosi rompe.

Le conseguenze non sono astratte , sono quelle che chi lavora nel welfare riconosce ogni giorno:disuguaglianze crescenti, erosione dellafiducia nelle istituzioni,fragilitàche lo Stato non riesce più a intercettare e il mercato non ha interesse a risolvere[16].

Il punto diRajanche trovo più utile per il nostro lavoro è uno in particolare: lecomunitànon sono il residuo buonista di un mondo pre-moderno.

Sonoinfrastrutture socialiindispensabili, che produconocoesione,fiduciaeappartenenza— beni che né lo Stato né il mercato sono in grado di generare da soli, e che sono esattamente ciò di cui una società sempre più plurale e composita ha bisogno.

La soluzione proposta daRajannon è népiù Statopiù mercato, ma quello che chiamainclusive localism: restituirepotere decisionaleallecomunità locali, valorizzare icorpi intermedi, ricostruire iltessuto di relazioniche produce coesione e appartenenza[17].

Vale la pena sottolinearlo: questo argomento non viene da un teorico del Terzo Settore.

Viene da un economista di Chicago, indiano di nascita, che conosce da dentro sia la complessità di una società plurale come quella indiana sia i limiti dei modelli di sviluppo occidentali.

E proprio per questo ha una forza persuasiva che dovremmo imparare a usare meglio anche nel dibattito pubblico italiano.

Questo pensiero è arrivato in Italia grazie adAICCONe al lavoro diPaolo Venturi, che lo ha tradotto nel contesto specifico dell’economia sociale italiana[18].

La lettura di Venturi è netta: lo sviluppo non può camminare su due sole gambe. Serve un terzo pilastro: la comunità che si fa protagonista[19].

L’economia sociale italiana, in questa prospettiva, non è una nicchia da tutelare. È un modellogenerativo di sviluppo— a partire dai nostri territori.

È una lettura che non ha nulla di nostalgico.

Anzi, è profondamente moderna: in una società che si trasforma velocemente, che diventa plurale, che accumula fragilità nuove e disperse sul territorio, i corpi intermedi —le cooperative sociali, le associazioni, le fondazioni di comunità, le reti di co-progettazione— non sono supplenti dello Stato.

Sono l’unico soggetto in grado di costruire queilegami di prossimitàe difiduciasenza i quali nessuna politica sociale regge davvero.

Una domanda aperta

Il secolo asiatico —e quello africano che verrà— non è una minaccia astratta per il PIL italiano.

È unatrasformazioneconcreta delladomanda socialeche i nostri servizi devono già oggi saper leggere e governare.

Non come emergenza da gestire, ma comecambiamento strutturaleda anticipare.

La domanda che voglio lasciare aperta, e che rivolgo prima di tutto alla mia comunità professionale, è questa:stiamo costruendo un welfare di comunità all’altezza di questa trasformazione?O stiamo cercando di rispondere a una domanda nuova con strumenti vecchi?

Note e riferimenti bibliografici +

1.Visual Capitalist,Visualizing the Future Global Economy by GDP in 2050, 2023. Consultabile online

2.United Nations,World Population Prospects 2022, New York, 2022. PDF

3.Parag Khanna,The Future is Asian: Commerce, Conflict and Culture in the 21st Century, Simon & Schuster, 2019.

4.Michael Clemens,Does Development Reduce Migration?, Center for Global Development, Working Paper 359, 2014. Link

5.OCSE,International Migration Outlook 2023, Parigi, 2023. Link

6.World Bank,Groundswell: Acting on Internal Climate Migration, 2021. Link

7.Centro Studi e Ricerche IDOS,Dossier Statistico Immigrazione 2025, ottobre 2024. Scheda Dossier 2025

8.Ibidem.

9.Ibidem, su dati ISTAT 2024.

10.Ibidem.

11.IDMC,Global Report on Internal Displacement 2024, Ginevra, 2024. Report

12.World Bank,Groundswell, cit. Link

13.IDOS,Dossier Statistico Immigrazione 2025, cit.

14.INPS,Osservatorio sugli stranieri — dati 2024, Roma, 2025. Dati INPS

15.Raghuram Rajan,The Third Pillar, Penguin Press, 2019.

16.Ibidem.

17.Ibidem.Concept ofinclusive localism.

18.Paolo Venturi,Non c'è sviluppo senza comunità, AICCON, 2020. Sussidiarietà (PDF)

19.Paolo Venturi,Il terzo pilastro al centro, AICCON Research Center, 2021. Avvenire

Il secolo asiatico bussa già alla porta. E noi?
Dal PIL al 2050 alla domanda di welfare oggi: cosa ci dice davvero il secolo asiatico
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