
Uno spazio senza regole? Il welfare aziendale territoriale e il problema della governance
Il welfare aziendale è ovunque. Ma è prevalentemente fringe benefit
Ogni anno le imprese italiane mettono a disposizione dei propri dipendenti miliardi di euro in beni e servizi — buoni pasto, rimborsi per l’istruzione dei figli, assistenza sanitaria integrativa, supporto alla non autosufficienza.
IlIX Rapporto Censis-Eudaimon(febbraio 2026) certifica che il welfare è attivo nel92% delle imprese con almeno 50 dipendenti— con picchi del 95% nelle organizzazioni con oltre 250 addetti1.
Eppure lo stesso rapporto segnala un paradosso: la forma più diffusa resta quella più semplice. L’86% delle imprese eroga integrazione al reddito — buoni pasto, buoni carburante, buoni acquisto. I servizi alla persona, quelli con ricadute sociali più profonde, seguono a distanza.
Fino a qualche anno fa, queste risorse restavano dentro i cancelli delle imprese: benefit per i dipendenti, niente di più. Poi qualcosa ha cominciato a cambiare. Alcune imprese — prima poche, poi sempre più — hanno iniziato a fare rete tra loro e con il territorio: coinvolgendo esercenti locali, cooperative sociali, comuni, associazioni. I soldi del welfare aziendale hanno cominciato a circolare fuori dall’impresa, a nutrire l’economia locale, a finanziare servizi alla persona che prima non esistevano o non erano accessibili.
Questo fenomeno ha un nome:Welfare Aziendale Territoriale, WATe negli ultimi anni è diventato uno dei casi più discussi nel panorama del welfare italiano.
Eppure chi lavora ogni giorno nel welfare sociale territoriale conosce bene una cosa che i numeri del WAT non mostrano: sa chi rimanefuori. Sa i nomi delle famiglie che non hanno un contratto con le aziende aderenti. Sa dove il territorio è fragile e il WAT non lo vede.
Chi decide chi beneficia del WAT e chi no? Chi garantisce che queste esperienze reggano nel tempo? Chi verifica che producano davvero più equità — e non solo più benessere per chi era già avvantaggiato?
Non c'è soltanto un tema digovernance, ma dieconomia politicaprima ancora che diwelfare. E non ha una risposta unica, perché dipende da quale visione dell'economia e della democrazia si adotta. Nel modello anglosassone, mercato e Stato sono sfere separate: il secondo corregge il primo, e il potere di inclusione ed esclusione appartiene alle istituzioni.
Ma nell'Europa continentale — e in Italia in particolare — esiste una tradizione diversa, in cui il mercato non è estraneo al civile, e i soggetti economici possono essere portatori di reciprocità e bene comune, non solo di profitto.
Il WAT si colloca esattamente in questa tensione. Questo non significa che il WAT sia illegittimo. Significa che la sua legittimità non è automatica: va costruita, negoziata, vincolata. E che le domande sulla governance — chi decide chi beneficia, chi garantisce la tenuta nel tempo, chi verifica l'equità degli esiti — vengono dopo questa, non prima. Finché restano senza risposta, questo spazio — per quanto promettente — non diventa sistema. Ma soprattutto: non diventa democratico.
Cosa sappiamo già: il dibattito fino ad oggi
Ildibattito italiano sul WATha una storia di poco più di un decennio. Vale la pena ricostruirla, perché il limite attuale è leggibile solo guardando dove ha cominciato.
La prima diagnosi strutturale è quella diPavolinieAscoliinTempi moderni(Il Mulino, 2013): il welfare aziendale migliora la vita di molti lavoratori, ma tende a rafforzare idualismiesistenti. Si concentra nelle grandi imprese, è più frequente al Nord che al Sud, risponde ai bisogni più consolidati — salute e previdenza — senza spingersi nelle aree meno coperte dal pubblico: famiglia, conciliazione vita-lavoro, non autosufficienza.
La distorsione non è un incidente, ma è strutturale, prodotta dalla logica stessa di uno strumento che distribuisce benefici in proporzione alla posizione contrattuale di chi li riceve.2SecondoRazzettieSantoni(2019), circa il77% delle organizzazioni che predispongono piani welfare si trova nel Nord Italia.3
La risposta analitica a questa diagnosi è il concetto disecondo welfare, cheMainoeFerrerasviluppano a partire dal 2013. Ilframeè semplice: accanto alprimo welfare— quello pubblico, universale, finanziato dalla fiscalità generale — cresce unsecondo welfarecostruito da soggetti privati. La domanda non è se questo sistema esiste. La domanda è se produce protezione aggiuntiva o protezione selettiva.4
La risposta alrischio di selettivitàè la scommessa sul WAT. Il concetto di“welfare a filiera corta”introdotto dalQuinto Rapporto sul secondo welfare(2021) indica le forme di welfare aziendale che puntano ad attivare filiere locali di produzione di valore, mettere a sistema le risorse del territorio e innescare circoli virtuosi di sviluppo sociale ed economico.5
Valentino Santoninel Sesto Rapporto (2023) classifica il WAT in tre forme progressive: reti cheaggregano domanda tra imprese, reti checoinvolgono l’ecosistema locale, reti cheestendono i benefici oltre il perimetro aziendale ai familiari e ai cittadini del territorio.6
Una tassonomia utile per descrivere il fenomeno: per essere un’innovazione sociale matura, il modello deve essere documentato, l’impatto misurato, la replicabilità verificata.7
È lo stesso Santoni a riconoscerlo: la letteratura dispone di casi ben raccontati, ma di valutazioni sistematiche e continuative dell’impatto territoriale (su chi sta fuori dal perimetro, non solo su chi è dentro) ne esistono pochissime. LeLinee guida per la valutazione d’impattodel 2022 restano per ora uno strumento disponibile ma raramente applicato con rigore nell’insieme delle esperienze documentate. Non è un giudizio di merito sui singoli progetti: alcuni hanno prodotto rendicontazioni accurate, altri hanno avviato percorsi di valutazione partecipativa.
È una diagnosi strutturale sul campo nel suo complesso: manca ancora un sistema condiviso di misurazione che permetta di confrontare le esperienze, aggregarne i risultati, e verificare se il WAT produce davvero più equità — o più benessere per chi era già avvantaggiato.
Tre questioni da affrontare
Il WAT non è una forma giuridica. Non è un istituto normativo. Non è un contratto collettivo. È un insieme di pratiche che condividono una logica: usare le risorse delwelfare aziendaleper produrrevalore territorialeoltre il perimetro dell’impresa.
Questa visione porta con sè tre nodi strutturali.
Il problema del perimetro.Chi rientra nel WAT e chi no è sempre, per ora, una scelta progettuale. A Maniago i dipendenti delle 48 imprese aderenti hanno accesso al circuito locale di esercenti convenzionati. I loro vicini di casa no. Il caso diWelfare di Marca— progetto lanciato nel 2022 dall’Unione dei Comuni “Le Terre della Marca Senone” in provincia di Ancona — mostra quanto questa scelta possa essere ambiziosa: il progetto ha costruito una piattaforma digitale accessibile a tutti i residenti del territorio, indipendentemente dal fatto che lavorino o meno in un’impresa aderente.8È un passo significativo. Ma resta volontario, reversibile, dipendente dalla volontà dei soggetti che gestiscono il portale. Il perimetro del WAT è sempre una decisione discrezionale. E le decisioni discrezionali non fanno sistema.
Il problema della tenuta.MainoeRazzettiinFare rete per fare welfare(Giappichelli, 2019) documentano il punto critico: le esperienze WAT più solide dipendono da un soggettopivotche fa la regia, mantiene le relazioni, sostiene i costi di coordinamento.9Senza questo soggetto, le reti non reggono nel tempo. Quando cambia la guida dell’ente pivotante, quando finisce il finanziamento pubblico, quando l’imprenditore più convinto si ritira — spesso si ferma tutto. La tenuta del WAT dipende dalla volontà dei singoli, non da vincoli istituzionali.
Il problema della misurabilità dell’impatto.Le esperienze WAT misurano quello che è facile misurare: i soldi transitati nel circuito locale, il numero di imprese aderenti, gli esercenti convenzionati. Non misurano gli impatti e gli effetti nel territorio e nelle comunità locali dove si attuano: se riducono le disuguaglianze di accesso al welfare, se producono coesione sociale, se cambiano la vita di chi vive nel territorio e non solo di chi lavora nelle imprese aderenti.
Secondo ilIX Rapporto Censis-Eudaimon, la ragione principale indicata dai responsabili aziendali per l’attivazione di iniziative WAT è quella diaumentare il potere d’acquisto contenendo il costo del lavoro (43,6%); la costruzione di un clima aziendale migliore viene seconda (39,3%), l’attrattività e la retention terza (38,6%).10
Senza misurazione esterna e continuativa, la dimensione territoriale resta il proposito accessorio di chi era già sensibile al tema e non una responsabilità verificabile.SantonieMainohanno lavorato su questo nodo: nel 2022 hanno pubblicato conSocial Value ItalialeLinee guida per la valutazione d’impatto di iniziative di welfare aziendale.11Ma la produzione di linee guida e la loro applicazione sistematica nei progetti WAT sono ancora due cose diverse.
La tensione che il dibattito evita
Se poi spostiamo l'attenzione sul tema delvalore socialeper le comunità locali, vi è un’altra questione che il dibattito sul WAT fa emergere. È la tensione tra il welfare aziendale territoriale spesso gestito dasocietà benefito daprovider privatie ilterzo settoretradizionale.
Il punto non è ideologico. È istituzionale. Le cooperative sociali e le imprese sociali hanno costruito negli anni la propria legittimità accettando vincoli strutturali precisi: divieto di distribuzione degli utili, governance multi-stakeholder, finalità di interesse generale come scopo primario non modificabile. Questi vincoli non sono solo principi etici: sono la ragione per cui lo Stato riconosce a questi soggetti un ruolo speciale nel sistema di welfare.
Santoniha documentato come le imprese sociali possano assumere nel WAT un triplice ruolo: erogatrici, beneficiarie e intermediarie di prestazioni di welfare aziendale.12Questo apre opportunità reali per la cooperazione sociale.
Ma quando un provider privato o una società benefit gestisce la regia di un progetto WAT, il terzo settore rischia di essere ridotto al ruolo di fornitore di servizi, esattamente il ruolo che ha cercato di superare con la riforma del Codice del Terzo Settore.
Le società benefit che operano nel WAT hanno uno statuto che include finalità di beneficio comune. Ma possono modificarlo. Possono distribuire utili. Non hanno governance multi-stakeholder obbligatoria. Non sono soggette alla vigilanza pubblica sul perseguimento delle finalità sociali. È significativo cheTreCuori, uno dei provider più attenti alla dimensione territoriale, abbia scelto la forma della società benefit proprio per rendere esplicito il proprio impegno all’impatto sociale, riconoscendo però anche i limiti di questa forma rispetto ai vincoli strutturali del terzo settore.13
Il WAT si presenta come innovazione sociale. Ma lo fa senza i vincoli che l’innovazione sociale del terzo settore si è imposta per ottenere legittimità istituzionale.Questa asimmetria non è risolta. È nascosta.
Lo spazio che nessuno governa
Il WAT è unospazio ibridoche il diritto non ha ancora regolato, che il mercato ha occupato con velocità, che il pubblico guarda con interesse ma senza strumenti, che il terzo settore guarda con distanza e preoccupazione.
In questo spazio stanno accadendo cose reali: risorse che restano sul territorio, comunità che si attivano, imprenditori che provano a fare qualcosa di più del loro semplice interesse economico.
Ma ladistribuzione geograficadel fenomeno dice qualcosa di importante: il welfare aziendale rimane concentrato al Nord, nelle grandi imprese, nei settori con forte presenza sindacale.14Il WAT, finora, non ha invertito questa tendenza e ha allargato il perimetro dei beneficiari all’interno delle aree già forti, non verso quelle deboli.
Una direzione c'è.
Il dibattito più recente ha cominciato a indicare una via. IlPiano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024–2026, adottato nel maggio 2025, riconosce per la prima volta il secondo welfare come elemento strategico della programmazione pubblica e indica nella collaborazione sistematica tra pubblico, imprese e terzo settore la condizione per un welfare che risponda davvero ai bisogni dei territori.15
IlPiano d’azione nazionale dell’economia sociale— nella sua bozza attualmente in consultazione pubblica, non ancora adottata ufficialmente — include esplicitamente il WAT tra gli strumenti dipartnershiptra imprese tradizionali e soggetti dell’economia sociale, riconoscendone la coerenza con una visione di sviluppo locale fondata sulla solidarietà economica.16
Questi riconoscimenti formali contano. Segnalano che il WAT non è più solo una sperimentazione di territorio, ma che è entrato nell’agenda delle politiche sociali nazionali.
La proposta che emerge con più forza dal dibattito e che vale la pena prendere sul serio è quella dellasussidiarietà circolare: un modello in cui pubblico, imprese e società civile non si limitano a coesistere, ma interagiscono in modo sistematico in tutte le fasi del ciclo del welfare, dalla lettura dei bisogni alla progettazione, dalla gestione alla valutazione. Non divisione dei ruoli, ma condivisione della responsabilità. Non delega, maco-produzionecon vincoli chiari per tutti i soggetti coinvolti.
Realizzarla richiede che iPiani di Zonadiventino luoghi in cui il WAT viene programmatoinsiemeal welfare sociale, non accanto ad esso. Richiede che le linee guida sulla valutazione d’impatto smettano di essere uno strumento volontario e diventino una condizione per accedere agli incentivi fiscali. Richiede che il terzo settore smetta di essere convocato come fornitore e venga riconosciuto come co-progettista con piena voce in capitolo.
Niente di tutto questo è semplice. Ma la direzione c’è. Quello che manca, ancora, è la volontà di percorrerla insieme.



