Unrecente articolodiFelicia PelagallisuIl Sole 24 Oreriprende alcuni dati di uno studio coordinato dalla professoressaAgar Brugiavini,Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nell’ambito del Partenariato di ricercaAge-It.
Partendo dall’indagineSHARELIFE, condotta su oltre 30.000 individui in 13 paesi, lo studio analizza 5.000 individui italiani over 50 (equamente distribuiti per genere), rappresentativi della popolazione italiana per quella fascia d’età.
Apre con un’immagine apparentemente rassicurante:bambine e bambini seduti sugli stessi banchi, con gli stessi libri, a imparare le stesse cose.
Unpunto di partenzacomune. Ma è una parità destinata a dissolversi. I dati lo confermano con una precisione che non lascia spazio all’ottimismo.
Nulla di nuovo. Eppure è bene non dimenticarlo e guardarci dentro.

Il paradosso italiano: si vive più a lungo, ma non meglio
L’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone:oltre il24%della popolazioneha più di 65 anni, con un’età mediana di 48 anni e un tasso di fertilità di 1,24 figli per donna — ben al di sotto della soglia di sostituzione generazionale di 2,1, invariata dal 1976[1].
Il quadro che emerge smentisce la narrazione del“miracolo della longevità italiana”: l’aspettativa di vita alla nascita è aumentata da 79,6 anni nel 2000 a 83,4 nel 2019, mala speranza di vita in buona salute (HALE) nel 2021 si ferma a 70,9 anni.
Significa che gli italiani trascorrono in media oltre un decennio della propria vita con limitazioni funzionali, malattie croniche o disabilità.
Vivere più a lungo, dunque, non equivale a vivere meglio.
Il corpo delle donne: più anni, più malattia

Le ragioni sono strutturali, non biologiche.
La prima causa di carico di malattia per le donne nel 2019 è ilmorbo di Alzheimer e altre demenze, salito dalla quarta posizione nel 2000 alla prima nel 2019 con un incremento del 57,1%. Ildiabete mellitoha registrato un aumento del 46,8% tra il 2000 e il 2019.
Idisturbi depressivi e d’ansia, già in crescita prima della pandemia, sono esplosi nel biennio 2020-2021:+17,3%per la depressione e+19,8%per i disturbi d’ansia[4].
Non è un caso che questi siano esattamente i disturbi più legati a condizioni distresscronico, isolamento sociale, sovraccarico di cura non riconosciuto, fragilità economica.
Condizioni che, in Italia, colpiscono le donne in misura sproporzionata.
Il welfare invisibile: il lavoro di cura che non conta
Una delle conclusioni più nette riguarda proprio le donne:il lavoro di cura informale — svolto prevalentemente da figlie, mogli, madri, nonne — è strutturalmente invisibile nei sistemi di misurazione e di tutela del welfare italiano.
L’Active Ageing Index(AAI), lo strumento più utilizzato per misurare la qualità dell’invecchiamento attivo nelle regioni italiane, cattura forme di partecipazione formalizzate:volontariato,lavoro retribuito,istruzione continua,autonomia funzionale.
Ma non misura —né riconosce— le ore quotidiane dedicate alla cura di bambini, anziani, persone con disabilità. Ore che restano fuori dalla contabilità del welfare, ma non fuori dalla vita delle donne[6] .
Il risultato è un paradosso sistemico noto:il welfare italiano è retto in larga misura da un lavoro invisibile che non genera contributi, non costruisce carriera, non accumula diritti pensionistici.
E quando questo lavoro smette di essere prestato gratuitamente —perché chi lo svolgeva si ammala, invecchia, muore— il sistema non ha le risorse per sostituirlo.
La frattura territoriale: dove nasci decide come invecchi
IlGBD 2021 Italyfotografa unafrattura geograficaprofonda e stabile.
Le regioni del Nord mostrano aspettativa di vita e HALE sistematicamente più elevate rispetto al Sud e alle Isole. Il divario non riguarda solo la quantità degli anni, ma la loro qualità: chi vive al Sud e nelle Isole accumula tassi più alti di mortalità prematura standardizzata per età, nonostante una struttura demografica più giovane.

In Campania, Sicilia e Calabria itassi standardizzati di anni di vita persi(YLL) per cause come la cardiopatia ischemica e le demenze sono tra i più alti d’Italia: non perché la popolazione sia più anziana, ma perché i servizi sanitari sono meno accessibili, meno efficaci, meno equi.
Le famiglie del Sud spendono mediamente 1.061 euro all’anno di tasca propria per la salute, contro 1.454 euro nel Nord-Est — ma questa differenza non indica una migliore salute al Sud: indica una minore capacità di compensare le carenze del sistema pubblico con risorse private[7].
La privatizzazione strisciante del Servizio Sanitario Nazionale, unita alle misure di austerità post-2008 e ai piani di rientro che hanno colpito dieci regioni —sette delle quali nel Sud e nelle Isole— ha aggravato sistematicamente queste disparità[8].
Il welfare a geometria variabile: la governance che divide
MantineoeIgnatenkodescrivono il sistema italiano come unwelfare a geometria variabile: un mosaico di interventi regionali disomogenei, in cui la capacità di invecchiare in buona salute dipende —prima ancora che dalle scelte individuali— dalla regione in cui si vive, dalle risorse del territorio, dall’efficienza della governance locale[9].
Prima del 2019,l’Italia non aveva una strategia nazionale coordinata sull’invecchiamento attivo. Gli interventi erano settoriali, frammentati, sbilanciati sulla prevenzione sanitaria individuale piuttosto che sui determinanti strutturali.
La svolta è arrivata con la creazione delCoordinamento Nazionale sull’Invecchiamento Attivo(2019), leRaccomandazioni nazionali(2021) e infine laLegge 33/2023e ilD.Lgs. 29/2024, che hanno istituito ilComitato Interministeriale per le Politiche in favore delle Persone Anziane(CIPA) e il primoPiano Nazionale Triennale per l’Invecchiamento Attivo[10].
È un passo avanti. Ma la capacità di tradurre questi strumenti in politicherealiresta profondamente diseguale tra le regioni: le aree del Centro-Nord con governance strutturata, osservatori permanenti e integrazione socio-sanitaria possono farlo; molte regioni del Sud, con minori risorse amministrative e welfare più fragile, faticano a seguire.
Riformare il welfare lungo il corso della vita
I dati convergono su un’indicazione chiara. L’Italia ha un problema non di longevità —siamo già tra i più longevi del mondo— ma di qualità dell’invecchiamento, e questa qualità è distribuita in modo profondamente ineguale lungo le linee del genere, del territorio e della classe sociale.
Un welfare all’altezza di questa sfida non può limitarsi a intervenire quando la malattia è già conclamata o la pensione già maturata.
Deve operare lungo tutto il corso della vita: sostenere il lavoro di cura riconoscendolo economicamente e contributivamente; costruire servizi territoriali che riducano il peso sulle famiglie — e sulle donne in particolare; garantire standard sanitari equi tra le regioni, invertendo la deriva della privatizzazione.
La Legge 33/2023 ha aperto una finestra. Ma una legge non cambia da sola la struttura del welfare. Serve investimento pubblico stabile, governance multilivello capace, e — soprattutto — la volontà politica di trattare le disuguaglianze come ciò che sono: non variabili residuali di implementazione, ma dimensioni costitutive del problema.
Note e riferimenti bibliografici +
1.GBD 2021 Italy Subnational Burden of Disease Collaborators,"State of health and inequalities among Italian regions from 2000 to 2021", Lancet Public Health, vol. 10, aprile 2025, pp. e309–e320. DOI↩
2.Ibidem. ↩
3.Ibidem, dati su aspettativa di vita e HALE per sesso, pp. e311–e312. ↩
4.Ibidem, dati su YLD per causa, Figura 3, p. e313. ↩
5.Mantineo M., Ignatenko O.,"Active and Healthy Ageing Policies in Italy: A Scoping Review on Social and Territorial Inequalities", Social Sciences, vol. 15, n. 85, 2 febbraio 2026. DOI↩
6.Ibidem, sez. 5 (Discussion), pp. 13–14. ↩
7.GBD 2021 Italy, cit., dati su spesa sanitaria familiare, p. e318;ISTAT,Spese per consumi delle famiglie, anno 2021. ↩
8.GBD 2021 Italy, cit., pp. e317–e318. ↩
9.Mantineo & Ignatenko, cit., sez. 4.4 (Governance and Public Policies), pp. 11–13. ↩
10.Ibidem; Legge 33 del 23 marzo 2023 e Decreto Legislativo 29/2024. ↩



