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L’economia sociale è donna?

C’è un dato che in questo 8 marzo mi ha colpito più di qualsiasi retorica celebrativa.

Lo ha pubblicato ilWorld Economic Forumnel 2024, dentro il primodatasetglobale sullo stato dell’impresa sociale:nel mondo, un’impresa sociale su due è guidata da una donna[1]. Nel settore convenzionale, il rapporto è uno a cinque.

È un divario enorme che racconta qualcosa di profondo sull’economia socialecomespaziodove le donne non sono solo forza lavoro, masoggetti di impresa.

Eppure, se si guarda più da vicino —e soprattutto se si guarda all’Italia— il quadro è piùcomplicatodi così. 

Perché i numeri dicono anche un’altra cosa: che questo settore,il più femminile dell’economia italiana, ha il suo tetto di cristallo. E che quel tetto è più spesso di quanto vorremmo credere.

I numeri: un settore costruito dalle donne

Partiamo dai dati. E partiamo dal reportOCSEdel 2023,Beyond Pink-Collar Jobs for Women and the Social Economy, che resta il documento più completo disponibile a livello internazionale[2].

Il quadro è netto: nell’Unione Europea, l’economia sociale e solidaleimpiega oltre13,6 milionidi persone. Più del60%sono donne.

In Italia e in Francia, la presenza femminile è trasversale a quasi tutti i comparti dell’ESS, con percentualisuperioria quelle del mercato del lavoro nel suo complesso.

InItalia, secondo i dati più aggiornati diConfcooperative, le donne rappresentano il61%degli occupati nelle cooperative aderenti, con punte del70%nellacooperazione sociale e sanitaria[3].

Sono il42%dei soci e il27%dei presidenti — una percentuale che, va detto, è molto più alta del13%registrato tra le società per azioni.

La quota di cooperative congovernancea maggioranza femminile è salita al24,9%nel 2024, dal23,3%del 2015. Il settore con lagovernancepiù rosa è proprio la cooperazione sociale, al41,7%.

Il dato europeo dell’ESEM(European Social Enterprise Monitor)conferma iltrend: nelle imprese sociali monitorate in 30 Paesi europei, le donne risultano in maggioranza a tutti i livelli organizzativi — dalla forza lavoro alboard[4].

Fin qui, sembrerebbe una storia di successo. Ma è davvero così?

La domanda scomoda: il tetto di cristallo del non profit

Ecco il paradosso. Se allarghiamo lo sguardo dal mondo cooperativo alTerzo settore nel suo insieme, il quadro cambia radicalmente.

Il reportJob4Good 2024ci dice che su 850.000 lavoratori del Terzo settore italiano, circa 700.000 sono donne — l’82%della forza lavoro.

Ma quando si guarda ai ruoli di dirigenza e presidenza, la quota femminile precipita al30,9%[5].

Tradotto: le donne sono la stragrande maggioranza di chi fa, ma restano minoranza di chi decide.

E il dato è ancora più stridente se lo confrontiamo con il mondofor profit: secondo l’Osservatorio Donne ExecutivedellaSDA Bocconi(2024),solo una donna su sei ricopre posizioni apicali in azienda[6].

Il Terzo settore fa meglio, ma non abbastanza meglio. Non abbastanza per un settore che ha la parità, l’inclusione e la giustizia sociale scritte nel proprio DNA.

La ricerca diPicciaiadel 2017, pubblicata sullaRivista Impresa Sociale, aveva già documentato questo fenomeno nelle cooperative sociali italiane: le donne sono numericamente prevalenti, il divario retributivo è minore rispetto alfor profit, ma la sottorappresentazione nei ruoli gestionali è persistente[7].

Le intervistate non attribuivano alla propria condizione di genere un’influenza sull’attività organizzativa,  ma chi riconosceva un’influenza sul ruolo istituzionale ne indicava una relazione negativa, legata alla persistenza di stereotipi.

Il benchmark globale: dove si colloca l’Italia?

Il dato delWEFun’impresa sociale su due guidata da donne a livello globale— è il risultato di una sintesi di oltre 80 indagini nazionali condotte tra il 2013 e il 2023[8]. È un dato aggregato, va letto con cautela, ma racconta una tendenza chiara: l’impresa sociale attrae e promuoveleadership femminilein misura molto superiore albusinesstradizionale.

L’ESEM, con il suoGender Thematic Reportsui dati 2021-2022, ha approfondito la questionea livello europeo, analizzando la rappresentanza femminile in relazione agovernance, finanza, impatto e barriere percepite[9].

Il quadro che emerge è articolato: le imprese sociali europee sono complessivamente più inclusive delle imprese convenzionali, ma le differenze tra Paesi sono significative.

E l’accesso ai finanziamenti resta una barriera critica, che colpisce in modo differenziato le imprese a guida femminile.

L’Italia, in questo quadro, si colloca in una posizione interessante. La cooperazione sociale è storicamente uno dei comparti più femminilizzati d’Europa: basti pensare che la cooperativa bolognese Cadiai fu fondata nel 1974 da 24 donne e 3 uomini.

Ma la tradizione non si è ancora tradotta in una piena parità digovernance. Il 27% di presidenze femminili nelle cooperative è un dato che va letto con due lenti: è molto più delfor profit, ma è ancora poco rispetto alla base occupazionale.

Il welfare come nodo strutturale

C’è un aspetto che in questa analisi non posso trascurare, anche perché riguarda direttamente il mio lavoro quotidiano. Il tema della leadership femminile nell’economia sociale non si gioca solo dentro le organizzazioni: si gioca nel sistema di welfare che le circonda.

Franca Maino, intervenendo nel settembre 2024 all’incontro“Da grande voglio fare la capa”nell’ambito del Tempo delle Donne, ha inquadrato con chiarezza il punto:il sistema di welfare italiano, a causa di forti squilibri interni, impedisce strutturalmente il raggiungimento della parità[10].   

A pesare è soprattutto lacarenza di servizi per le famiglie con figlie, sempre di più, la crescentenecessità di rispondere ai bisogni di cura degli anziani.

Non è un caso che le donne che raggiungono ruoli apicali nel Terzo settore siano spesso quelle che hanno potuto contare su un contesto familiare e territoriale favorevole alla conciliazione.

Il reportOCSEdel 2023 è esplicito su questo punto: l’economia sociale e solidale non solo offre lavoro alle donne, ma in molti Paesi è il soggetto principale di erogazione di servizi di cura —asili nido, assistenza domiciliare, sostegno alla genitorialità[11].

Il paradosso è che le donne che lavorano nell’ESS costruiscono le condizioni per la conciliazione di altre donne, ma spesso non possono beneficiarne esse stesse per accedere a ruoli di maggiore responsabilità.

C’è una circolarità che andrebbe spezzata.

E allora? Le domande che restano aperte

Non ho risposte definitive. Ma ho alcune domande che credo valga la pena portare nel dibattito.

La prima.L’economia sociale italiana può continuare a considerarsi uno spazio di uguaglianza senza fare i conti con il gap tra la sua base lavorativa femminile e la sua governance ancora prevalentemente maschile? I dati ci dicono che il miglioramento c’è — dal 23,3% al 24,9% di cooperative femminili in meno di dieci anni — ma è un ritmo sufficiente?

La seconda.Ha senso che il Codice del Terzo settore non riconosca esplicitamente la parità di genere come ambito di interesse generale? Non è un’assenza puramente formale: è un segnale di come la questione di genere sia ancora trattata come tema trasversale (e quindi, nei fatti, di nessuno) anziché come priorità strutturale.

La terza.Come si legge il dato globale del WEF — un’impresa sociale su due guidata da donne — dal punto di vista italiano? È un traguardo verso cui tendere, un dato che riflette contesti molto diversi dal nostro, o la prova che il modello cooperativo e di impresa sociale ha in sé le condizioni per una leadership più equilibrata, ma che queste condizioni vanno attivate con politiche deliberate?

La quarta.Se la ricerca ci mostra che la leadership femminile migliora le performance ESG e rafforza il legame con la comunità, non dovrebbe essere interesse delle stesse organizzazioni dell’economia sociale investire attivamente nella promozione di percorsi di carriera femminili? Non per adempiere a un obbligo normativo, ma per coerenza con la propria missione.

L’economia sociale è donna? I numeri dicono di sì, se guardiamo a chi la fa funzionare ogni giorno. Dicono di meno, se guardiamo a chi la governa. E dicono qualcosa di ancora diverso se guardiamo a chi potrebbe guidarla domani, a condizione che il welfare e le organizzazioni stesse smettano di trattare la parità come un valore da enunciare e comincino a trattarla come una struttura da costruire.

Note e riferimenti bibliografici +

1.WEF / Schwab Foundation,"The State of Social Enterprise: A Review of Global Data 2013–2023", 2024. Vai alla pubblicazione

2.OECD,"Beyond Pink-Collar Jobs for Women and the Social Economy", LEED Papers, marzo 2023. Leggi PDF

3.Dati Confcooperative, riportati inAlley Oop – Il Sole 24 Ore, "Cooperative, cresce la presenza femminile anche nei ruoli apicali", 29 maggio 2025. Leggi Articolo

4.EU Social Economy Gateway,"ESEM 2023-2024: donne in maggioranza a tutti i livelli organizzativi". Sito Ufficiale

5.Report Job4Good,"Professioni nel Terzo Settore 2024". Citato in R. Graziano, Rivista Impresa Sociale, n. 1/2025. Leggi su Impresa Sociale

6.Osservatorio Donne Executive, SDA Bocconi / Eric Salmon & Partners, 2024.

7.Picciaia L.,"Impresa sociale e gender gap: un’analisi sulle cooperative sociali italiane", Rivista Impresa Sociale, 2017. Leggi Articolo

8.Euclid Network,"European Social Enterprise Monitor (ESEM) – Gender Thematic Report", dati 2021-2022. Report completo

9.Maino F., intervento a"Da grande voglio fare la capa", Il Tempo delle Donne, Milano, settembre 2024. Guarda Video

L’economia sociale è donna?
Il paradosso di un settore a maggioranza femminile dove ilpotereresta(in parte)maschile.
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