Il Cantiere delWELFAREVoci, strumenti e riferimenti per il cambiamento

Spendiamo male per invecchiare

C’è un grafico che continua a tornarmi in mente. L’ha pubblicato ilFinancial Timesa gennaio, in un pezzo diJohn Burn-Murdochsuldeclino delle democrazie liberali[1] .

Due curve che si incrociano: da una parte gliinvestimenti pubblici, in caduta come quota di PIL dagli anni Settanta.

Dall’altra laspesa per pensioni, sanità e long-term careper gli over-65, in costante ascesa.

Il grafico che disturba

In Italia, secondo i dati elaborati daNicola SalernosuLaVoce.info[2], la forbice è di quasi 16 punti percentuali di PIL considerando gli investimenti totali.

Il messaggio implicito— che Burn-Murdoch esplicita senza troppi giri di parole —è che le democrazie occidentali stanno finanziando il presente degli anziani sottraendo risorse al futuro di tutti.

E che questo non è solo un problema economico: è uno dei motori strutturali del populismo, dell’erosione della fiducia nelle istituzioni, del cortocircuito democratico che stiamo vivendo.

La tesi non è nuova in letteratura: già nel 2016JägereSchmidtavevano dimostrato econometricamente la relazione causale trainvecchiamento della popolazioneecontrazione degli investimenti pubblici.

Burn-Murdochaggiunge però una dimensione che va oltre l’economia: gli elettori più anziani, beneficiari diretti della spesa corrente, tendono a preferirla a investimenti i cui frutti si dispiegherebbero su orizzonti temporali lunghi[3].

È una tesi scomoda. Soprattutto per chi, come me, lavora ogni giorno dentro quel capitolo di spesa.

Potrei dire che la LTC non è la stessa cosa delle pensioni, che ilwelfare territorialenon è parassita sulla crescita.

E lo dirò — ma non subito. Prima voglio stare un momento su quel grafico, perché ha il pregio di porre una domanda che il settore fatica a farsi:stiamo costruendo un welfare di non autosufficienza che vale quello che costa?

Che cosa stiamo contando, esattamente?

Il problema con quella curva è che dentro“spesa per anziani”finisce tutto.

L’indennità di accompagnamentoerogata a pioggia senza progetto di cura. Ilricovero in RSAper mancanza di alternative domiciliari. Ilpronto soccorsousato come porta d’accesso alla salute perché i servizi territoriali non reggono. L’ospedalizzazioneevitabile del paziente fragile che nessuno ha intercettato prima.

Non è tutta la stessa cosa. Ma nei grafici delFinancial Timese nei conti pubblici italiani— ha lo stesso colore.

La Ragioneria Generale dello Stato, nel suo Rapporto 2025 sulle tendenze di medio-lungo periodo della spesa socio-sanitaria[4]stima che oltre il75%dellaspesa sanitariariguardi lapopolazione over-65.

Ma anche questa aggregazione nasconde più di quanto mostri: dentro c’è la dialisi salvavita e c’è il ricovero in acuzie di un paziente con demenza che non ha trovato risposta a domicilio.

Sono cose diverse, con logiche diverse, con costi evitabili molto diversi.

Questo non è un dettaglio tecnico. È una questione di metodo che ha conseguenze politiche enormi.

Se trattiamo come omogenea una spesa che è invece profondamente eterogenea, finiamo per fare la domanda sbagliata.

E la domanda sbagliata produce risposte sbagliate: meno welfare, non welfare migliore.

Focus — Il d.lgs. 29/2024: una riforma di modello, non solo di risorse

Ildecreto legislativo 15 marzo 2024, n. 29— secondo pilastro della legge delega anziani(l. 33/2023)— introduce per la prima volta in Italia una definizione normativa di non autosufficienza e ridisegna l'architettura dei servizi: valutazione multidimensionale unificata,CUPA(Contributo Universale di Assistenza),progetto assistenziale individualizzato, sistema informativo nazionale.

È una riforma di modello prima ancora che di risorse. Sposta l'asse dalla prestazione passiva alla presa in carico attiva, dalla RSA al domicilio come default, dall'erogazione standardizzata alla personalizzazione. Esattamente il tipo di LTC che nei grafici di Burn-Murdoch e Salerno non appare — perché non è ancora a regime.

Rimane però una domanda:a riforma ha le risorse per funzionare? E i comuni — spesso il nodo più debole della filiera — hanno la capacità tecnica per tradurla in pratica?l

Esiste un welfare che investe invece di consumare?

Nel dibattito internazionale esiste da almeno vent’anni una risposta a questa domanda.

Si chiamasocial investmented è stata elaborata daMorel,PalierePalme[5] come alternativa al welfare passivo e compensativo del modello bismarckiano.

L’idea è semplice nella sua logica:alcune forme di spesa sociale non consumano risorse, le moltiplicano.

In Italia questo dibattito ha trovato una sua declinazione nel concetto disecondo welfareelaborato daMainoeFerrera,[6] e più recentemente nelle riflessioni diVenturieZandonaisull’impresa socialecomegeneratore di welfareevalore territoriale.

La tesi comune è che il confine tra welfare e investimento non è tracciato dalla natura della spesa, ma dalmodellocon cui è organizzata.

Il welfare territoriale diprossimitàquello che conosco dall’interno, quello che provo a costruire nel cremonese— funziona esattamente così.

Non eroga prestazioni, costruisce capacità. Non risponde ai bisogni quando esplodono, li intercetta prima. Non sostituisce le reti familiari e comunitarie, le supporta senza rimpiazzarle.

Èmisurabilein termini di costi evitati, di ricoveri scongiurati, di caregiver non bruciati.

Perché, allora, non lo contiamo diversamente? Perché continua ad apparire nei bilanci pubblici come spesa corrente — nella stessa riga dove stanno i costi che Burn-Murdoch e Salerno criticano giustamente?

Chi decide quale modello costruiamo?

Burn-Murdochindividua nellademografia elettoraleil meccanismo che perpetua la spesa corrente a scapito degli investimenti.

Gli anziani votano di più, preferiscono prestazioni immediate, e il sistema politico li asseconda.

È una descrizione plausibile dei meccanismi nazionali — pensioni, sanità per acuti, indennità di accompagnamento.

Ma è vera anche per il welfare territoriale?Non sono sicuro.

Chi governa le politiche locali di non autosufficienza non risponde solo agli anziani: risponde anche alle famiglie che li assistono, alle organizzazioni del terzo settore che erogano servizi, agli operatori socio-sanitari, alle comunità locali che portano il costo umano e sociale della fragilità.

È un sistema diinteressie divaloripiù complesso, più poroso, potenzialmente più orientabile.

Il problema non è necessariamente la volontà politica. È spesso la capacità tecnica e progettuale.

Ild.lgs. 29/2024esiste — è una legge dello Stato che ridisegna il modello. Ma una legge non cambia un sistema.

Lo cambia chi la attua, chi la riempie di contenuto operativo, chi costruisce i CUPA, chi forma gli operatori per la valutazione multidimensionale, chi tiene insieme la rete tra comune, ASL, terzo settore, famiglia.

E qui la domanda si fa molto concreta:quanti ambiti territoriali in Italia hanno oggi la capacità di farlo?

Quanti coordinatori di area, assistenti sociali, responsabili di servizio hanno il tempo, le competenze e le risorse per trasformare una riforma di modello in pratica quotidiana?

La domanda che resta

Salerno chiude il suo pezzo con una frase che mi ha colpito:“la cura per il welfare è la stessa che serve per la crescita: investire sul futuro.”

Ha ragione. Ma il punto è che una parte di quel futuro si costruisce dentro il welfare stesso — non nonostante di esso.

Il problema non è che spendiamo troppo per i vecchi. Il problema è che una larga parte di quella spesa è costruita in modo da non generare nulla oltre la prestazione. È welfare che consuma senza produrre. Ed è questo il modello che dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione — non la scelta di prenderci cura delle persone anziane.

La domanda che voglio lasciare aperta — perché non so risponderci da solo — è questa: se riformare la non autosufficienza significa trasformare spesa in investimento, perché continuiamo a misurarla, a finanziarla e a valutarla come se fosse la stessa cosa? E chi, nel sistema attuale, ha sia l’interesse che la capacità di cambiare questa contabilità?

Non è una domanda retorica. È il problema che ho sulla scrivania ogni giorno.

Note e riferimenti bibliografici +

1.Burn-Murdoch J.,"Is liberal democracy in terminal decline?", Financial Times, 23 gennaio 2026. Articolo (FT)

2.Salerno N.,"Investire per il welfare", LaVoce.info, 26 febbraio 2026. Leggi articolo

3.Jäger P., Schmidt T.,"The political economy of public investment when population is aging", RWI Discussion Paper, 2016. Leggi PDF

4.Ragioneria Generale dello Stato,"Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario", Rapporto n. 26, 2025. Sintesi MEF

5.Morel N., Palier B., Palme J.,"Towards a Social Investment Welfare State?", Policy Press, Bristol, 2012. Editore

6.Maino F., Ferrera M.,"Primo Rapporto sul secondo welfare in Italia 2013", Centro Einaudi, Torino. Sito ufficiale

7.Venturi P., Zandonai F.,"Impresa sociale. Oltre la crisi, costruire il welfare", Egea, Milano, 2022. Sito Editore

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Sulla spesa per la non autosufficienza, la crescita e il modello di welfare che non abbiamo ancora scelto.
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