
Chi fa volontariato in Europa e chi no
La mappa del volontariato europeo costruita sui dati ESS è istruttiva già a prima vista.
In cima:Norvegia(38,8%),Svizzera(33,2%),Paesi Bassi(31,2%),Islanda,Finlandia. Un terzo della popolazione che fa volontariato con regolarità. In fondo:Bulgaria,Ungheria,Slovacchia, l’areabalcanica— tutti sotto il 10%.
L’Italia si colloca in unazona grigia, sotto la media e in calo, più vicina al gruppo dei paesi mediterranei e dell’Europa orientale che a quello dell’Europa settentrionale e occidentale.
Fin qui, si potrebbe dire: niente di sorprendente, le classifiche europee sul capitale sociale ci hanno abituato a questo posizionamento.
Ma il punto interessante è un altro, e sta in un dato che i tre autori evidenziano con chiarezza: il rapporto traforza delle istituzionipubblicheeforza del volontariato.
L’ipotesi intuitiva — quella che circola spesso nel dibattito italiano — è che il volontariato cresca dove lo Stato si ritira. Meno servizi pubblici, più iniziativa dal basso. Come se la solidarietà organizzata fosse una risposta compensativa ai fallimenti istituzionali.
I dati dicono l’opposto. Il volontariato è più forte proprio dove le istituzioni e il welfare sono più forti, e il rapporto ipotizzato — ritiro dello Stato uguale più volontariato — non regge davanti ai dati comparativi internazionali.
Non è un dettaglio. È una smentita strutturale di un modo di pensare l’impegno civico che ha orientato molta della retorica pubblica italiana degli ultimi vent’anni.
Sono paesi dove laspesa sociale pubblicaè tra le più alte d’Europa. Il volontariato, lì, non sostituisce il welfare: neèparte, neèalimentato, neèespressione culturale.
Il volontariato come questione di classe?
Ed è qui che il confronto europeo diventa davvero scomodo per il caso italiano.
Non basta dire che facciamo meno volontariato della media. Bisogna guardarechifa volontariato, e scoprire che lacomposizione socialedell’impegno civicoin Italia è molto piùdisegualeche altrove.
I dati ESS dicono questo: nel40%più ricco della popolazione italiana, iltassodi volontariato è perfettamente in linea con la media europea. Il quinto quintile (i più abbienti) raggiunge il27,5%in Italia contro il26%europeo.
Ma nel60%piùpovero, lo scarto diventa enorme: tra5 e 6 puntipercentualiin menorispetto ai corrispettivi europei. Il primo quintile (i più poveri) è al10%in Italia, al16%in Europa.
Detto in altri termini: chi ha reddito e istruzione fa volontariato in Italia esattamente come nel resto d’Europa. Chi non li ha, in Italia sta fuori molto più che altrove.
L’impegno civico gratuito è diventato, nei fatti, un privilegio legato alla posizione sociale. Come scrivono gli autori, il volontariato“resta in piedi laddove incontra una centralità sociale, per reddito e livello d’istruzione”, e questo in un contesto in cui l’impoverimento di larghe fasce della popolazione — i cosiddettiworking poor— rende materialmente più difficile dedicare tempo e risorse personali a un’attività non salariata.
Questa lettura è rafforzata da un altro contributo pubblicato nello stesso numero diRivista Impresa Sociale:PratschkeeDe Falco, analizzando il volontariato in quattro città italiane, mostrano che il fenomeno è fortemente localizzato e che è espressione dei“nuovi ceti medi”[5].
Non dei poveri, non dei marginali, non di chi avrebbe più bisogno di reti di solidarietà: di chi sta nel mezzo, ha un lavoro stabile, un titolo di studio medio-alto, reti sociali funzionanti.
La questione religiosa: un'anomalia italiana
C’è poi un dato che nel dibattito italiano viene spesso eluso e che il confronto europeo rende impossibile ignorare.
In Italia, il volontariato resta significativamente legato allapratica religiosa: tra i praticanti assidui(almeno settimanali)il tasso è al18%,mentre tra i non praticanti scende al12,3%. Ed è tra i non religiosi che si è verificato il calo più forte negli ultimi anni.
Nulla di sorprendente in sé: larete parrocchialee laCaritassono state storicamente la prima“scuola”di volontariato in Italia.
Ma il confronto europeo rivela l’anomalia: nel resto d’Europa, chi non si riconosce in alcuna religione fapiùvolontariato(21,7%)di chi vi si riconosce(16,4%). Il rapporto è invertito.
Questo significa che in Europa esiste un ampio bacino divolontariato laico, non confessionale, alimentato da motivazioni civiche, ambientali, politiche in senso lato.
In Italia quel bacino è molto più piccolo. L’impegno civico non religioso, quello che in teoria laRiforma del Terzo Settoreavrebbe dovuto valorizzare con i suoi strumenti giuridici(coprogettazione, amministrazione condivisa), non si è tradotto in una crescita della partecipazione volontaria. Anzi.
IlX Rapporto IREF“La prospettiva civica”, pubblicato nel novembre 2024, offre una possibile spiegazione: la Riforma ha prodotto una spaccatura tra gli ETS formalmente riconosciuti —capaci di co-progettare con le istituzioni— e una galassia di micro-associazioni informali, spesso animate da giovani, flessibili e digitalizzate, che restano fuori dal Registro Nazionale e dunque fuori dai benefici della riforma[7] .
È proprio in quella galassia che si annida molto del potenziale civico non confessionale. Ma è una galassia che le nostre istituzioni, oggi, non sanno intercettare.
Focus — Il crollo del Nord-Est: la fine di un modello?
Tra le varie disaggregazioni territoriali dell'ESS, una colpisce più di altre.
Il Nord-Est italiano — Triveneto ed Emilia-Romagna — è stato storicamente il cuore del volontariato organizzato, figlio della doppia tradizione cattolica e socialista-cooperativa, terra diPutname del suoMaking Democracy Work.
Ebbene, è l'area geografica che ha subito il calo più vistoso nella partecipazione volontaria tra le due rilevazioni ESS (2023-2025).
Il dato più alto di volontariato oggi non si registra più al Nord, ma nelle regioni centrali: Toscana, Umbria, Marche e Lazio. In controtendenza rispetto a tutte le altre aree.
Per chi lavora nel welfare dell'area padana —e io lavoro nell'ambito cremonese —questo è un segnale che merita attenzione. Le reti associative che hanno sorretto per decenni il modello diwelfare mixdi queste aree si stanno assottigliando. Non è solo un problema di numeri: è un problema di infrastruttura sociale.

L'eccezione giovani: resistenza o trasformazione?
C’è almeno un dato che va in controtendenza.
In Italia come in Europa, igiovani sotto i trent’anni sono l’unica fascia d’età in cui il volontariato non cala.
Anzi: i dati ESS mostrano un leggero aumento (dal 16% al 16,3%).
I datiISTAT multiscoporicostruiti daOpenpolisconfermano la tendenza, con i 14-17enni passati dal 3,9% nel 2021 al 6,8% nel 2023[8].
Il punto non è se i giovanicredononel volontariato —ci credono, eccome. Il punto è che il loromodo di praticarloè strutturalmente diverso da quello delle generazioni precedenti: più episodico, più legato allacausache all’ente, piùinformale.
Come segnala anche il sistema deiCSV, attraverso l‘indagine con Cattolica/Generali Italia, le organizzazioni fanno fatica a trattenere queste presenze, perché sono pensate per un volontariato continuativo e stabile che non corrisponde più alla grammatica dell’impegno giovanile[10].
L’ESS aggiunge un altro elemento interessante, questa volta sulpiano territoriale: il volontariato in Italia tiene nelle periferie delle grandi città e nei piccoli paesi, mentre crolla nei centri urbani. Le grandi città sono proprio il contesto che ha subito il calo più significativo.
Èun dato contro-intuitivo —ci aspetteremmo più offerta associativa nelle metropoli— ma coerente con l’idea che il volontariato si radica dove esistono ancora reti di prossimità e relazioni dirette.Dove la comunità, per quanto fragile, ha ancora una consistenza fisica.
Cosa significa tutto questo per chi lavora nel welfare territoriale
Laseconda:l’idea che il volontariato cresca per compensare i vuoti del welfare pubblico è smentita dai dati europei.È vero il contrario: il volontariato fiorisce dove il welfare è forte. Questo ha un’implicazione politica diretta — investire in servizi pubblici non è alternativo all’impegno civico, ne è una precondizione.
VenturieZandonai, nel loro ultimo libroSpazio al desiderio, parlano di organizzazioni che devono diventare“palestre di volontariati e attivismi”— ma una palestra ha bisogno di un edificio, di un’infrastruttura[11].
Senza investimento pubblico, quella palestra non regge.
Laterza:il volontariato del futuro — se ci sarà — sarà diverso da quello che abbiamo conosciuto.Più giovane, più episodico, più periferico, meno confessionale, meno“fedele”all’ente.
Le nostre organizzazioni, a partire da quelle del welfare territoriale, sono attrezzate per questo?
Come scrivevaMainogià nel 2020, il territorio non è solo unospazio fisico: è unecosistemasocio-economico in cui attori pubblici e privati possono diventare chiave nel mobilitare risorse e nel creare le condizioni perché l’impegno civico sia possibile — anche per chi oggi non può permetterselo.[12].
E qui si apre la domanda vera, che lascio aperta.
Se il volontariato è sempre più un fatto di chi ha risorse —e i dati dicono esattamente questo— allora laco-progettazione, ilwelfare di comunità, l’amministrazione condivisanon possono essere solo strumenti giuridici.
Devono diventarestrumenti di democratizzazione dell’accesso all’impegno civico.
Rendere il volontariatoaccessibilea chi oggi ne è escluso non per mancanza di desiderio, ma per mancanza di tempo, reddito e reti.
È una sfida enorme. Ma è la sfida che definisce, oggi, la differenza tra un welfare che si limita a erogare servizi e un welfare che costruisce comunità.

Note e riferimenti bibliografici +
1.F. Bordignon, L. Ceccarini, G. Salvarani,L'impegno civico in Italia: Un esame comparativo sullo stato del volontariato, in «Rivista Impresa Sociale», n. 4/2025. Tutti i dati ESS citati nel presente articolo sono tratti da questo contributo. DOI: 10.7425/IS.2025.04.06 — Leggi Articolo↩
2.Istat,Censimento permanente delle istituzioni non profit, dati aggiornati al 31/12/2021, pubblicati ad aprile e luglio 2024. ↩
3.VITA,Volontari, Istat assesta i conti e la perdita sfiora il milione, 23 aprile 2024 — Link↩
4.Secondo Welfare,Quali sono i numeri del volontariato in Europa?, 10 giugno 2021 — Link↩
5.J. Pratschke, A. De Falco,Il volontariato nelle associazioni sociali: dinamiche socio-territoriali in quattro città italiane, in «Rivista Impresa Sociale», n. 4/2025 — Leggi Articolo↩
6.Cattolica (Generali Italia) e CSVnet, ricerca su 821 istituzioni non profit. Cfr. VDossier,Meno continuità, ma tanta passione, agosto 2024 — Link↩
7.IREF,La prospettiva civica. X Rapporto sull'associazionismo sociale, Fondazione Feltrinelli, novembre 2024 — Sito Rapporto↩
8.Openpolis - Con i Bambini,L'impegno degli adolescenti nel volontariato, 6 agosto 2024 — Link↩
9.Ipsos per l'Istituto Giuseppe Toniolo, 2024, cinque paesi europei, campione 2.000 giovani 18-34. Cfr. VDossier,Giovani volontari: sì all'impegno, ma oltre la metà sono saltuari, novembre 2024 — Link↩
10.Cfr. nota 6. ↩
11.P. Venturi, F. Zandonai,Spazio al desiderio, 2025. Cfr. Secondo Welfare,Senza desiderio non c'è innovazione, 9 aprile 2025 — Link↩
12.F. Maino,Welfare più locale e multi-attore con il volontariato protagonista, in VDossier, 11, 2, 2020 — Link↩



