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Né famiglia né individuo: la persona

L’11 marzo 2026Cristiano Goriprofessore di politica sociale all’Università di Trento e tra le voci più ascoltate nel dibattito italiano sul welfare— ha pubblicato suVita.itun articolo dal titolo ‘È arrivata Bibbiano 2: la visione di società, il silenzio e la bolla’.

Il punto di partenza è ilcaso di Palmoli, un piccolo comune abruzzese dove alcuni minori sono stati allontanati dalle famiglie con modalità che hanno sollevato polemiche e indignazione pubblica. 

Uno schema già visto: un intervento dei servizi sociali su famiglie vulnerabili, la reazione mediatica e politica, lo scontro tra chi accusa lo Stato di invasività e chi difende la necessità di proteggere i bambini.

Uno schema che temporalmente accade a pochi mesi dalla sentenza di un Tribunale“che ha smontato l’impianto accusatorio del processo di Bibbiano”.

“Le due vicende condividono lo stesso impianto. C’è un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria; segue una reazione veemente nel dibattito politico e mediatico, fondata sull’idea che l’allontanamento sia di per sé un errore o un abuso; quindi l’attacco all’intero sistema della tutela minorile: Tribunale per i minorenni, servizi sociali, affidi”.

Gorisceglie di alzare lo sguardo e chiedersi:perché questi casi generano sempre lo stesso tipo di scontro?Cosa c’è sotto?

La sua risposta è che il problema non è il singolo episodio, ma undilemma culturale e politicoche il nostro paese non ha mai affrontato apertamente:viene prima la famiglia o viene prima l’individuo?

“In un contesto simile– aggiunge Gori –non sorprende che il conflitto tenda a riprodursi. Se questo è il contesto, il rischio di arrivare, passo dopo passo, a un ‘Bibbiano 7’ non è remoto”.

È da lì che voglio ripartire. Non per contestare Gori — di cui condivido molto, e che ha avuto il merito di nominare una questione che quasi nessuno osa toccare.

Ma per proporre che queldilemmasia, in realtà, posto male.

Viene prima la famiglia o viene prima l'individuo?

Gorisostiene che sotto ogni allontanamento c’è un dilemma implicito:viene prima la famiglia o viene prima l’individuo?

Se viene prima la famiglia, i genitori sono titolari quasi esclusivi delle decisioni sui figli e lo Stato deve restare fuori. Se viene prima l’individuo, il minore ha diritti propri e lo Stato può intervenire in casi estremi. E finché questo dilemma restaimplicito, il dibattito degenera.

“La questione è l’idea che abbiamo della società”.Concordo. Ed è proprio attorno ad un tema delicato – la tutela minorile –“che tocca la sfera più intima della vita delle persone”che la si misura. 

Il dilemma è davvero binario? O famiglia o individuo.Tertium non datur?

Un dilemma mal posto che ha una storia

Presentare laquestionecomescelta obbligatatrafamigliaeindividuonon è neutro: è già una presa di posizione filosofica e politica.

Questatensionepercorre il pensiero occidentale moderno, tra laconcezione liberale classicache vede nell’individuo l’unità fondamentale dell’ordine sociale, e quellacomunitarista o organicistache assegna questo ruolo al gruppo di appartenenza, prima fra tutti la famiglia.

Ma ridurre il dibattito a questa alternativa significa ignorare unaterzatradizione di pensiero, che in Italia ha avuto uno sviluppo originale e che è stata codificata, non per caso, nella nostraCostituzionerepubblicana.

L’articolo 2 della Costituzione è il punto di partenza obbligato. Afferma che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomosia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Non c’è qui né l’individuoatomicodel liberalismo classico né ilcollettivo organicodel pensiero corporativo.

C’è una visione dellapersonacomeessere costitutivamente relazionale: qualcuno cheesistee si realizza sempre dentrolegami, e i cuidirittinon si esauriscono né nella dimensione individuale né in quella familiare, ma le presuppongono entrambe[1] .

Gli articoli 29, 30 e 31 declinano questa visione sul piano specifico dellafamiglia.

Ma l’autonomia familiare non èassoluta: l’art. 30 precisa che quando i genitori si rivelano incapaci di adempiere ai loro doveri, la legge provvede affinché quei compiti vengano comunque assolti.

E l’art. 31 non lascia lo Stato fuori dalla porta: gli assegna il compitoattivodi agevolare e sostenere la formazione e lo svolgimento della famiglia[2] .

Non è, dunque, né il modello dello Stato assente né quello dello Stato invasore.

È un modello di interventosussidiario e attivo insieme: prima si sostiene, poi — e solo nei casi estremi — si interviene.

La persona in relazione: una visione viva, non antiquata

Vale la pena insistere su questo punto, perché spesso la visione costituzionale viene liquidata come una formula compromissoria traculture politichedel dopoguerra, ormai datata. Non è così.

È invece una delle intuizioni teoricamente più solide che ilpensiero socialedel Novecento abbia prodotto, e ha trovato nel lavoro di diversi sociologi italiani uno sviluppo rigoroso e contemporaneo.

Pierpaolo Donati, ordinario di Sociologia all’Università di Bologna e uno dei fondatori dellasociologia relazionale, ha mostrato per decenni che il punto cieco di entrambi i poli del dilemma —famiglia o individuo— è lo stesso: trattano larelazionecome un accidente, una conseguenza, qualcosa che vienedopoche i soggetti sono già costituiti.

La sua tesi è invece che la famiglia, nella sua essenza sociale, è untipospecifico di relazione sociale  e che questa realtà assume una nuova e più ricca pienezza di senso in una società che tematizza larelazione socialein quanto tale.

Lapersonanon precede la relazione: ènellarelazione che si forma, che acquista identità, che può esercitarediritti.

Questo vale per l’adulto, ma vale in modo ancora più radicale per il minore, che è per definizione un soggetto in formazione, sempre dipendente da relazioni dicura[3] .

La conseguenza è che il dilemma“famiglia o individuo”è mal posto non solo politicamente, masociologicamente.

Nellaprospettiva relazionale, la riflessività adeguata non è quella dell’individuo che decide cosa fare in base ai propri interessi, ma è quella della persona comeindividuo-in-relazione, che riflette anche mettendosi dal punto di vista dell’Altro. 

Applicato alla tutela minorile, questo significa che la domanda giusta non è“chi ha più diritti, il genitore o il figlio?”ma“quale configurazione di relazioni consente a questo bambino di crescere?”.

È una domanda assai più complessa —e assai più aderente alla realtà— della scelta tra due poli astratti.

Anche da una prospettiva diversa, quella più attenta allediseguaglianzee aimeccanismi di esclusione, si arriva a conclusioni simili.

Chiara Saracenoha ricostruito come ilwelfare familiare italianoabbia storicamente oscillato tra due modelli entrambi difettosi: la delega totale alla famiglia —con tutto il carico che questo comporta soprattutto per le donne— e l’intervento pubblico tardivo e spesso punitivo, che arriva quando la situazione è già compromessa[4] .

NaldinieSaracenohanno mostrato come in Italia illivello di investimento in politiche e servizi per la famigliasia rimasto storicamente basso, con la conseguenza che la famiglia ha continuato a funzionare come principale rete di solidarietà, in sostituzione di un welfare pubblico assente.

Il punto critico non è mai stato la mancanza di principi costituzionali adeguati, quelli ci sono, e sono buoni.

È stata la cronica incapacità di tradurli in politiche coerenti e in servizi adeguati.

Perché in Italia abbiamo paura dell'ingerenza e non dell'abbandono

Goriosserva, correttamente, che in altri paesi europei lapaura collettivadominante in materia di tutela minorile è quella dell’abbandono, uno Stato che non interviene abbastanza a proteggere i bambini vulnerabili.

In Italia la paura è rovesciata: è quella dell’ingerenza, di uno Stato che entra nelle famiglie senza diritto.

Gorilo registra come un trattoculturale. Io penso che vada letto anche come una risposta razionale a una storia istituzionale precisa.

In Italia iservizi sociali territorialisono stati per decenni gravemente sottofinanziati, frammentati e privi di standard nazionali uniformi.

La legge n. 328 del 2000 —il principale tentativo di costruire un sistema integrato di servizi sociali— è rimasta in larga parte inattuata, anche per effetto del riparto di competenze tra Stato e Regioni introdotto dalla riforma del Titolo V.

Il risultato è una disomogeneità profonda: un bambino in difficoltà nel Nord-Est ha accesso a risorse, professionalità e procedure molto diverse rispetto a un coetaneo nel Sud.

Quando lo Stato —in questa forma frammentata, spesso impreparata, con procedure opache— interviene nella vita di una famiglia, è comprensibile che quella famiglia viva l’intervento come arbitrario. La sfiducia non nasce dal nulla: è alimentata da una esperienza reale di servizi che arrivano tardi, che hanno poca continuità, che esercitano poteri discrezionali ampi senza garanzie processuali adeguate[5] .

Solo recentemente — con il Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2021-2023 e con i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS) — si è avviato un tentativo serio di definirestandard minimi uniformisu tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di garantire almeno un assistente sociale ogni 5.000 abitanti[6] .

È un passo nella direzione giusta. Ma siamo ancora lontani da un sistema che possa dirsi davvero strutturato.

Cosa serve concretamente

Il punto non è soloculturale.Se la risposta al dilemma è già scritta nella Costituzione —la persona in relazione, la famiglia come soggetto primario, lo Stato come garante sussidiario— allora il problema èpoliticoeistituzionale:perché quel modello non è mai stato attuato compiutamente? Cosa manca?

Mancano, prima di tutto, i servizi di sostegno precoce alle famiglie in difficoltà. Il paradigma costituzionale —prima si sostiene, poi si interviene— presuppone che il sostegno esista davvero, sia accessibile, sia continuativo.

In Italia i centri per le famiglie, i servizi di supporto alla genitorialità, gli interventi domiciliari di accompagnamento esistono a macchia di leopardo, con enormi differenze territoriali.

Laddove questi servizi funzionano, il numero degli allontanamenti tende a ridursi perché le famiglie vengono aiutate prima che la situazione degeneri. Laddove non esistono, l’allontanamento diventa troppo spesso l’unico strumento disponibile.

Mancanoprocedure trasparentiegaranzie processuali adeguateper i casi in cui l'intervento si rende necessario.

La percezione diarbitrarietàche alimenta la sfiducia pubblica non è solo propaganda politica: riflette una realtà in cui i criteri di valutazione variano da territorio a territorio, le famiglie spesso non capiscono le ragioni delle decisioni che le riguardano, e i percorsi di rientro del minore in famiglia sono poco definiti e poco monitorati.

Manca unaformazione solida e continuadegli operatori, in grado di sostenere il lavoro di valutazione e accompagnamento in situazioni adalta complessità.

Il servizio sociale nella tutela minorile è uno dei lavori più difficili e rischiosi che esistano: richiede competenza tecnica, capacità di giudizio clinico, resistenza emotiva e consapevolezza etica.

Non si improvvisa, e non può essere esercitato in condizioni di carenza cronica di risorse.

Manca, infine, undibattito pubblico all’altezza. Ed è qui che Gori ha ragione nel modo più profondo: il silenzio degli esperti e degli operatori —quella scelta razionale di non intervenire perché tanto il dibattito è impermeabile ai fatti— ha un costo enorme.

Manca, infine, undibattito pubblico all'altezza. Ed è qui che Gori ha ragione nel modo più profondo: ilsilenzio degli esperti e degli operatori— quella scelta razionale di non intervenire perché tanto il dibattito è impermeabile ai fatti — ha un costo enorme. Lascia il campo libero alle narrazioni più semplici, emotivamente potenti e politicamente strumentalizzabili.

Rompere quel silenzio non significasemplificare: significa trovare il coraggio di portare argomenti seri in uno spazio pubblico ostile, sapendo che è l’unico modo per cambiare le condizioni stesse di quel dibattito.

La Costituzione ci ha già dato la bussola.

L’art. 2, gli artt. 29-31, il principio di sussidiarietà non sono reliquie del 1948: sono un programma politico ancora in gran parte da attuare.

Il lavoro da fare è costruire —finalmente e concretamente— il livellointermediotra la famiglia lasciata sola e lo Stato che arriva tardi: un sistema di servizi prossimi, competenti, garantiti, finanziati in modo adeguato e distribuiti in modo equo su tutto il territorio nazionale.

Non è un problema tecnico. È, come dice Gori, una scelta culturale e politica. Ma quella scelta, nel senso più fondamentale, l’Italia l’ha già fatta.

Manca ancora il coraggio di applicarla.

Note e riferimenti bibliografici +

1.Art. 2, Costituzione della Repubblica Italiana, 1948. Per un commento sistematico sulla clausola delle "formazioni sociali":Baldassarre A.,"Diritti della persona e valori costituzionali", Giappichelli, Torino 1997. Leggi Costituzione

2.Artt. 29, 30, 31 Cost.Sul sistema di protezione del minore:Dogliotti M.,"Potestà dei genitori e autonomia del minore", in Trattato di diritto privato dir. da P. Rescigno, Utet, Torino 2011. Sito Editore

3.Donati P.,"La famiglia. Il genoma che fa vivere la società", Rubbettino, 2013. Si veda anche:"Introduzione alla sociologia relazionale", FrancoAngeli, 2004. Scheda Paradigma

4.Saraceno C.,"Il welfare. Tra vecchie e nuove disuguaglianze", Il Mulino, 2021. Sul modello di solidarietà familiare:Saraceno C.,"Advanced Introduction to Family Policy", Ashgate 2022. Sito Editore

5.Bertotti T.,"Il servizio sociale e la tutela minorile", in Rivista delle Politiche Sociali, 1/2017. Per la ricerca sistematica:Fondazione Nazionale Assistenti Sociali, 2020. Leggi Report

6.Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2021-2023. Per il quadro normativo sulla legge 328/2000:Gori C. (a cura di),"Il welfare pubblico in Italia", Carocci, Roma 2018. Dati Camera

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