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Il contratto sociale che si lascia evaporare

Paolo Venturiha pubblicato questa settimana suVita.ituna riflessione che vale la pena prendere sul serio:“Economia sociale e Terzo settore: ecco la differenza fra Europa e Stati Uniti”.

Il punto centrale è unabiforcazione storica: da una parte l’idea che ilcontratto socialedebba essere rifondato attorno almercato, allafinanzae alla responsabilità individuale, incarnata daiTrump Accounts, conti individuali da mille dollari per ogni neonato investiti in fondi indicizzati.

Tassello di unashareholder societyin cui la dignità economica dipende dall’accesso ai mercati finanziari più che dall’estensione dei diritti sociali.

Dall’altra la necessità europea di dimostrare chesicurezza,libertàeprosperitàpossono ancora reggersi su un’architettura fatta dilegami,istituzioniecorpi intermedi.

Venturi ha ragione a non liquidare il modello americano come semplicedistopia trumpiana. È una risposta coerente a una domanda reale: come garantire mobilità e sicurezza in un sistema in cui il lavoro dipendente non offre più le protezioni che offriva nel Novecento?

La risposta americana è sbagliata per l’Europa, ma non è irrazionale. Il problema è che l’Europa non ha ancora trovato la propria risposta convincente. E l’Italia meno di tutti.

Quello che voglio fare qui non è aggiungere un’altra diagnosi alla crisi del welfare, ce ne sono già abbastanza.

Voglio fermarmi su una domanda che l’articolo di Venturi pone:chi ricuce oggi il rapporto tra libertà individuale e bene comune? E a quali condizioni può farlo davvero?

La risposta non è semplice. Ma si può cominciare a costruirla nominando tre nodi che il contratto sociale italiano non ha mai davvero sciolto — e che continuano a logorarlo dall’interno.

Il lavoro che già si fa, nel silenzio

Prima di arrivare ai nodi, però, vale la pena riconoscere una cosa che nel dibattito pubblico viene troppo spesso data per scontata senza essere davvero vista: il lavoro di ricucitura sociale già avviene. Avviene ogni giorno, nei territori, senza che nessuno lo dichiari e senza che il sistema lo riconosca in modo adeguato.

Avviene nelle cooperative sociali che gestiscono servizi che il pubblico non riesce più a garantire con le risorse che ha. Nelle associazioni che tengono in piedi reti di prossimità nei quartieri che si svuotano. Nelle organizzazioni di mutuo aiuto che nascono dove Stato e mercato si ritirano. Nel volontariato che copre vuoti che nessun piano di zona ha mai previsto di coprire. Nelle famiglie — e nelle donne in particolare — che continuano a reggere il peso di una cura che il sistema formale non riesce ad assumersi.

Questo lavoro è reale, è diffuso, è spesso eccellente. Ed è anche, quasi sempre, invisibile alle statistiche, sottofinanziato, privo di riconoscimento formale.

Venturi scrive che la società civile organizzata non è unsupplente del pubblico, non untappabuchidei fallimenti dello Stato, ma un attore costitutivo delnuovo contratto sociale, capace di tenere insieme prossimità e visione sistemica, produzione di valore e coesione, diritti e responsabilità, cura e sviluppo.

Condivido ogni parola. Ma la domanda che segue è:a quali condizioni

Perché affermare che il terzo settore deve essere attore costitutivo è una cosa. Costruire le condizioni perché lo sia davvero è un’altra. Ed è esattamente su questo piano che i tre nodi che voglio nominare pesano di più.

Primo nodo: nessuno tiene la regia

Il contratto sociale non è solo un insieme di diritti e prestazioni. È unsistema di relazionitra attori che devono coordinarsi per produrre protezione collettiva.

E il problema italiano, oggi, non è solo che le singole risposte sono insufficienti: non esiste un soggetto capace di vedere il sistema nella sua interezza e di intervenire dove si aprono le fratture.

Dal 2022 al 2025 laspesa di bilancioper ilwelfare socialeè passata da 11 miliardi e 890 milioni a 10 miliardi e 451 milioni, con una riduzione di un miliardo e 430 milioni pari al13,8%del complesso della spesa — senza tener conto dell’erosione inflattiva[1] .

Nel vuoto che si apre, qualcosa entra.

Il credito medio pro capite delwelfare aziendaleha superato i 1.000 euro nel 2024, in crescita del 16% rispetto all’anno precedente, e l’85% delle aziende sceglie di erogare welfare con formule aggiuntive rispetto agli obblighi contrattuali[2] .

Le iniziative di welfare aziendale sono presenti nell’81,2%delle imprese con più di 100 addetti, ma solo nel41,8%di quelle fino a 15 dipendenti[3] .

Il risultato è un sistema a strati che non si parlano:welfare pubblico,welfare aziendale,welfare comunitario,welfare familiare.

Ciascuno copre il suo segmento. Nessuno garantisce che chi cade tra un segmento e l’altro trovi una risposta.

Alessandro Sancino, nel volumeInnovazione sociale aperta[4], descrive questa funzione con una categoria precisa: quella diorchestratore.

Non un soggetto che dirige in modo gerarchico, non uno che esegue in modo burocratico, ma un catalizzatore di connessioni, capace di far circolare conoscenza tra attori diversi, di colmare i vuoti tra strati di risposta che non comunicano, di tenere la regia senza occupare tutto il palco.

È una figura che Sancino applica ai processi di innovazione sociale. Ma descrive esattamente quello che manca nel welfare pubblico italiano quando si tratta di tenere insieme il contratto sociale.

Il sistema pubblico locale — comuni, ambiti territoriali sociali, regioni — dovrebbe essere quel soggetto. Troppo spesso non lo è. Non perché manchi la volontà: in molti territori la volontà c’è. Mancano le risorse, la stabilità organizzativa, la cultura istituzionale.

La spesa pro capite dei comuni per il sociale nel 2024 era di 234 euro nel Nord-est e appena 157 al Sud, con 124 euro in Campania e 152 in Calabria[5].

Un sistema in cui la capacità di fare regia dipende così fortemente dalla collocazione geografica non è un sistema: è una somma di risposte locali che si sviluppano in modo sempre più divergente.

L’orchestratore quasi mai emerge da un mandato istituzionale. Emerge da individui con una forte motivazione personale, capaci di abitare lo spazio intermedio, di tradurre linguaggi diversi, di tenere insieme tensioni che i soggetti più strutturati tendono a risolvere unilateralmente.

È quello che Venturi e Zandonai chiamanoinfra-imprenditorialità[6]. Un sistema in cui la capacità di fare regia dipende così fortemente dalla collocazione geografica non è un sistema: è una somma di risposte locali che si sviluppano in modo sempre più divergente.

il lavoro di chi sta sulla soglia, tra pubblico e privato, tra istituzione e comunità, tra progettazione e implementazione. Un lavoro che oggi viene fatto da persone che si caricano di un peso che il sistema non riconosce, non remunera e non sostiene. Un capitale umano che si consuma senza che il sistema impari nulla da quello che fa.

Secondo nodo: il valore invisibile

C’è un secondo problema, più profondo del primo e meno visibile, che riguarda quello che il contratto sociale conta — e quello che non riesce a vedere.

Il welfare italiano, come tutti i welfare contributivi, misura il valore della cittadinanza in termini di contribuzione al mercato del lavoro regolare. Conta ciò che passa per un contratto, lascia traccia in un estratto conto INPS, genera diritti previdenziali.

Tutto il resto —il lavoro di cura non retribuito, il volontariato, l’attivismo comunitario, la produzione di legami sociali, la manutenzione quotidiana della coesione— è invisibile al sistema. Non viene contabilizzato, non genera diritti, non entra nel calcolo di chi merita cosa.

Eppure è esattamente questo lavoro invisibile a tenere in piedi la coesione sociale che il contratto formale non riesce a garantire. In Italia il lavoro di cura non retribuito — cura della casa, dei figli, degli anziani, dei familiari non autosufficienti — è svolto per oltre il 70% dalle donne, per un valore stimato che si avvicina a un quarto del PIL[7] .

Non è un dato culturale neutro: è una delega strutturale che il contratto sociale ha sempre dato per scontata, scaricando su chi non aveva contratto formale il costo di ciò che il contratto formale non riusciva a coprire.

Finché quella invisibilità non viene nominata e corretta, il contratto sociale resta scritto per una parte sola della popolazione che produce valore.

E il terzo settore — che di quel valore invisibile è spesso il principale organizzatore e riconoscitore — continua a lavorare in un sistema che non sa come valorizzarlo in modo adeguato[8] .

Laco-progettazione, l’amministrazione condivisa, il riconoscimento delvalore socialedelle organizzazioninon profitsono tutti tentativi di rispondere a questo problema. Ma restano, per ora, eccezioni in un sistema che continua a ragionare prevalentemente in termini di gara d’appalto e prestazione erogata.

Terzo nodo: la sfiducia che si autoalimenta

Il terzo nodo è forse il più difficile da affrontare perché è il più circolare.

I contratti sociali reggono finché le persone credono che il sistema sia reciproco, cioè che quello che danno torni in qualche forma a loro o alla comunità. Quando quella fiducia si incrina, il contratto sociale comincia a sgretolarsi non per decreto ma per abbandono progressivo.

In Italia questa fiducia si è logorata in modo silenzioso ma documentabile.

Le uniche istituzioni che ottengono costantemente livelli di fiducia più che sufficienti da parte dei cittadini sono i Vigili del fuoco, le Forze dell’ordine e il Presidente della Repubblica.

Per tutto il resto, la fiducia nelle istituzioni della democrazia è sotto la sufficienza — una caratteristica di lungo periodo, stabile nel corso di oltre un decennio[9] .

Secondo ilRapporto Italia 2025dell’Eurispes, anche lafiducia nelle associazioni di volontariatocala dal 68,7% al 60%, e quella nel Sistema sanitario nazionale dal 58,3% al 54,6%[10] .

Non si tratta solo di sfiducia politica in senso stretto. Si tratta di qualcosa di più profondo: la percezione diffusa che il sistema non sia reciproco, che pagare le tasse e rispettare le regole non garantisca un ritorno adeguato in termini di protezione e servizi.

E quella percezione, anche quando non è del tutto accurata, produce effetti reali: spinge verso soluzioni individuali — il welfare aziendale, la sanità privata, la scuola privata, la famiglia come unico ammortizzatore credibile.

Ogni passo in quella direzione riduce la base contributiva e la legittimità politica degli investimenti nel sistema pubblico. Meno fiducia, meno investimento pubblico, meno capacità di risposta, meno fiducia. È un circolo che si autoalimenta in modo lento e difficile da interrompere.

La cosa più scomoda di questo terzo nodo è che la sfiducia non si combatte con le parole. Si combatte con le esperienze.

Le persone riccominciano a fidarsi di un sistema quando lo vedono funzionare — quando chiamano un servizio e arriva, quando hanno un bisogno e trovano una risposta, quando percepiscono che il sistema li riconosce come portatori di diritti e non come utenti da gestire.

Il terzo settore tra mandato operativo e voce politica

Questi tre nodi —orchestrazione,riconoscimento,fiducia— convergono tutti su un problema che Venturi formula con chiarezza: il terzo settore e l’economia sociale svolgono già oggi gran parte del lavoro di ricucitura sociale.

Ma lo fanno, troppo spesso, in una condizione di marginalità politica che non è compatibile con il ruolo costitutivo che dovrebbero svolgere.

Venturi e Zandonai hanno descritto questa condizione con una formula precisa: l’abbraccio istituzionale che nel tempo comprime ciò che abbraccia[11] .

Il terzo settore viene chiamato a fare, raramente a decidere.

Viene finanziato per eseguire, raramente per progettare. Viene coinvolto nella fase operativa, quasi mai in quella in cui si definiscono le priorità e si scrivono le regole.

Il risultato è che l’energia generativa che dovrebbe caratterizzare la società civile organizzata viene progressivamente assorbita dalla logica del committente — non per malafede, spesso per sopravvivenza dentro un sistema che non lascia altra scelta.

La prima condizione per uscire da questa trappola è l‘autonomia di visione. Un soggetto costitutivo del contratto sociale non può limitarsi ad adattarsi alle regole del sistema: deve portare al tavolo una propria lettura dei bisogni, una propria idea di risposta, una propria capacità di dire no quando le condizioni proposte tradiscono la missione.

La seconda condizione è lavoce politica. Il terzo settore ha prossimità, competenza, radicamento nei territori. Ma non ha ancora trovato il modo di trasformare tutto questo in una presenza riconoscibile nelle sedi in cui le regole si decidono — non solo nella fase consultiva, ma in quella deliberativa.

I contratti sociali del Novecento sono stati scritti in momenti precisi da soggetti con una rappresentanza riconosciuta e una legittimità negoziale: sindacati, partiti, associazioni datoriali.

Tutti oggi indeboliti, frammentati, spesso irriconoscibili nella loro forma attuale.

In questo vuoto di rappresentanza, il terzo settore e l’economia sociale potrebbero giocare un ruolo diverso da quello che hanno giocato fino ad ora. Non come esecutori di politiche decise altrove. Come soggetti che portano al tavolo la voce di chi il sistema non riesce a vedere.

La domanda che resta aperta

Venturi chiude il suo articolo con una affermazione che vale la pena assumere come punto di partenza, non di arrivo: senza legami, senza economie a base comunitaria, senza la capacità di organizzare solidarietà e partecipazione, non esiste contratto sociale degno di questo nome.

È vero. Ma costruire quei legami —nel welfare territoriale italiano del 2026, con i vincoli che conosciamo, con i territori che si svuotano e le organizzazioni che faticano a ricambiarsi— richiede di sciogliere insieme i tre nodi che ho provato a nominare.

Richiede un sistema pubblico capace di fare da orchestratore senza fare tutto. Richiede che il contratto sociale riconosca come valore anche quello che non passa per il mercato. Richiede di ricostruire fiducia a partire dall’esperienza concreta dei servizi, non dalle dichiarazioni di principio.

Nessuno di questi tre compiti si assolve con una buona teoria. E nessuno si può affrontare da soli — né il sistema pubblico, né il terzo settore, né le comunità.

Il punto di Venturi è che il terzo settore e l’economia sociale sono tra i pochi soggetti capaci di tenere insieme quello che politica e mercato separano. È vero. Ma per farlo davvero, e non solo nonostante il sistema, hanno bisogno di qualcosa che ancora non hanno pienamente: un mandato politico riconosciuto, non solo uno spazio operativo tollerato.

Come si costruisce quel mandato?Non ho una risposta. Ma mi sembra la domanda giusta da cui cominciare.

Note e riferimenti bibliografici +

1.Elaborazione su dati della Ragioneria Generale dello Stato,Rapporto sulla spesa delle Amministrazioni Centrali dello Stato, edizioni 2022 e 2025. La voce "protezione sociale" esclude la previdenza. Leggi

2.Welfare Index PMI,Rapporto 2024, Generali Italia. Il credito medio pro capite di welfare aziendale ha superato i 1.000 euro nel 2024 (+16%). Leggi

3.PluxeeeFondazione Studi Consulenti del Lavoro,Il welfare aziendale: diffusione e prospettive nelle PMI. II Rapporto annuale, 2024. Leggi

4.Sancino A.(a cura di),Innovazione sociale aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale, Milano University Press, 2024. Scheda libro

5.CNEL,I servizi sociali territoriali 2024. Analisi scomposta per i 604 Ambiti Territoriali Sociali (ATS). Variabilità massima in Campania, Lombardia e Calabria. Leggi

6.Venturi P., Zandonai F.,Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare, Egea, 2022. Scheda libro

7.INAPP,Tra produzione e riproduzione: l’onere del lavoro non retribuito sulle disparità di genere, 2023. Oltre il 70% del lavoro di cura è svolto da donne. Leggi

8.Maino F., Guarna A.R.,Coprogettazione e coprogrammazione tra teoria e prassi, in F. Maino (a cura di),Sesto Rapporto sul secondo welfare, Il Mulino, 2024. Leggi

9.ISTAT,Fiducia nelle istituzioni del Paese - Anno 2024. Leggi

10.Eurispes,Rapporto Italia 2025. La fiducia nelle associazioni di volontariato scende dal 68,7% al 60%. Leggi

11.Venturi P., Zandonai F.,Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, 2019. Scheda libro

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