
Il Piano per l'economia sociale è ufficiale
Cosa è stato approvato, esattamente
Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei Ministri ha esaminato, in forma di informativa, ilPiano d’azione nazionale per l’economia sociale: il documento con cui l’Italia dà attuazione alla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale1. Il testo è stato illustrato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo e dalla viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci, ed è il punto d’arrivo di un tavolo tecnico costituito presso il MEF e presieduto dalla sottosegretaria Lucia Albano2.
La cronaca del giorno dopo ha raccontato una svolta per quattro categorie di soggetti: Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico, enti religiosi3. È una sintesi corretta ma parziale, e proprio nella parte lasciata fuori si gioca la possibilità di leggere il Piano per quello che è davvero, invece che per come è stato comunicato.
Chi lavora ogni giorno alla coprogettazione dei servizi dovrebbe farsi una domanda più scomoda prima di archiviare la notizia: di cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di “economia sociale”? E soprattutto: cosa cambia, concretamente, per chi eroga servizi sul territorio?
Un perimetro più largo del Terzo settore, non un suo sinonimo
Il Terzo settore, in Italia, è una categoria giuridico-fiscale precisa, disciplinata dal Codice del 2017 (d.lgs. 117/2017): enti iscritti al RUNTS, non lucratività, finalità civiche e solidaristiche. L’economia sociale, come la definisce la Raccomandazione UE 2023/1344 e come il Piano la recepisce integralmente, è un perimetro costruito su tre criteri cumulativi, non su un settore di attività4:
1. Il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto.È il criterio politicamente più rilevante: distingue l’economia sociale da una qualunque impresa profit ben gestita e socialmente responsabile.
2. Il reinvestimento della totalità o della maggior parte degli utiliper perseguire gli scopi sociali o ambientali, a vantaggio dei membri (“interesse collettivo”) o della società (“interesse generale”).
3. Una governance democratica o partecipativa.
Sul piano dei soggetti già consolidati, il Piano include: cooperative anche non sociali, imprese sociali, mutue, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici, enti religiosi civilmente riconosciuti, fondazioni (comprese quelle bancarie) ed enti filantropici4. A questi il Piano affianca esplicitamente due categorie che definisce “nuovi soggetti dell’economia sociale” dapromuovere e valorizzare— non ancora, quindi, componenti storiche e consolidate al pari delle altre: le comunità energetiche rinnovabili (CER) e le cooperative di utenti in ambito energetico, e le cooperative di dati previste dal Data Governance Act europeo5. È una differenza che vale la pena tenere a mente: il perimetro dell’economia sociale italiana ha un nucleo storico ben radicato e una frontiera ancora in costruzione.
Il Terzo settore italiano è quindi un sottoinsieme dell’economia sociale, non il suo sinonimo. Confondere i due piani porta a leggere come“misura per il non profit”quello che in realtà riguarda anche soggetti — fondazioni bancarie, credito cooperativo — che con l’erogazione di servizi alla persona non hanno nulla a che fare.
Non è nemmeno “innovazione sociale”
C’è un secondo scivolamento concettuale da evitare. L’innovazione sociale è una logica di processo: un modo di affrontare i bisogni collettivi attraverso soluzioni nuove, spesso ibride tra pubblico, privato e comunità. L’economia sociale è la costellazione di soggetti giuridici che quella logica può attivare, ma non necessariamente attiva.
Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, che da anni lavorano su questo confine, insistono su un punto: l’economia sociale funziona quando smette di essere trattata come un settore di policy tra gli altri e viene letta come infrastruttura trasversale, capace di attraversare missioni e non solo comparti amministrativi6. È esattamente il rischio che corre un Piano guidato dal MEF con un approccio prevalentemente fiscale: trattare per compartimenti — sgravi, credito, patrimonio — ciò che nella pratica territoriale funziona per intrecci.
Cosa dice davvero il testo, al netto della cornice comunicativa
Qui la lettura va fatta con attenzione, perché il divario tra racconto e testo è ampio. Il Piano è passato con un’informativa, non con un decreto: non introduce misure immediatamente operative né nuove agevolazioni2. Il paragrafo 138 chiarisce che l’attuazione avverrà nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente — in altre parole, zero euro aggiuntivi al momento dell’approvazione.
Il Piano avrà durata decennale, con una revisione di medio termine dopo cinque anni e un doppio appuntamento di monitoraggio verso la Commissione UE nel 2027 e nel 20322. Con la legge di bilancio 2026 (art. 1, comma 281, legge 199/2025) è stato inoltre istituito presso il MEF un comitato di esperti con funzioni consultive, destinato a raccogliere l’eredità del gruppo di lavoro che ha scritto il Piano: segno che l’informativa di luglio non chiude un percorso, ma apre una fase attuativa ancora tutta da scrivere.
Per capire il senso del Piano, scrive Venturi, non bisogna fermarsi al dito — la norma, il perimetro istituzionale — ma guardare la luna: la visione di un’economia che non corregge soltanto gli errori del mercato, ma propone un modo diverso di intendere crescita, valore e convivenza sociale7. È una lettura generosa, che coglie il valore simbolico del passaggio. Resta da vedere se la luna riuscirà a orientare la traiettoria degli strumenti fiscali che arriveranno, o se il dito — la forma giuridica — finirà per restare l’unico livello su cui davvero si costruisce policy.
Perché riguarda chi lavora ogni giorno nel welfare pubblico
Fin qui la cornice. Ma per chi coordina servizi sociali in un ambito territoriale, gestisce accreditamenti o costruisce co-progettazioni con le cooperative sociali del territorio, la domanda vera è un’altra: cosa cambia, concretamente, nel lavoro di tutti i giorni? Il testo integrale del Piano — letto oltre l’informativa e i comunicati stampa — risponde su almeno cinque fronti che toccano direttamente la gestione dei servizi alla persona.
1. L’estensione dei SIEG potrebbe cambiare il modo in cui si finanziano i servizi accreditati.Il Piano propone di allargare la nozione di Servizio di Interesse Economico Generale (SIEG) fino a comprendere gli enti dell’economia sociale anchein assenza di un rapporto di convenzionamento o accreditamento formalecon la pubblica amministrazione8. Per chi oggi convenziona cooperative sociali su servizi di non autosufficienza, disabilità o SIL, significa una potenziale base giuridica più solida per riconoscere compensazioni economiche fuori dagli schemi tradizionali dell’appalto, dentro il perimetro degli aiuti di Stato compatibili. È un cantiere aperto, non uno strumento già disponibile: ma è il tipo di innovazione normativa che, se attuata, incide sulle modalità con cui un ambito territoriale struttura i propri affidamenti.
2. Il Piano promette di consolidare l’amministrazione condivisa, ma con strumenti ancora generici.Il capitolo C.6 del Piano riconosce esplicitamente il nodo: nonostante l’art. 55 del Codice del Terzo settore esista dal 2017 e la sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale lo abbia validato, la co-programmazione resta sotto-utilizzata. Le azioni proposte sono però ancora a basso grado di cogenza: formazione congiunta tra enti pubblici e Terzo settore, unportale nazionale unicoper raccogliere gli avvisi di co-programmazione e co-progettazione, un rafforzamento dell’Osservatorio nazionale per l’amministrazione condivisa già esistente presso il Ministero del Lavoro9. Nessuna di queste azioni, da sola, risolve il problema di capacità amministrativa descritto più sopra: sono strumenti di supporto, non un obbligo di programmazione.
3. Negli appalti sociali, il Piano spinge verso il superamento del prezzo più basso.Tra le azioni proposte per il social procurement: privilegiare criteri di aggiudicazione diversi dal prezzo più basso, promuovere gare a prezzo fisso con competizione sulla qualità, ampliare il ricorso agli affidamenti riservati e alle concessioni, introdurre unapercentuale minima obbligatoria di procedure riservateper singola amministrazione nel corso dell’anno10. Per chi scrive capitolati e bandi di gara per servizi sociali, è la direzione di marcia più concreta indicata dal Piano — ma resta, anche qui, nella forma del “potrà essere valutato”, non della norma cogente.
4. La misurazione d’impatto sociale passa da adempimento a leva di programmazione.Il Piano propone di stabilire framework condivisi e standard minimi di misurazione, di incentivare le amministrazioni a dotarsi di budget e figure professionali dedicate alla valutazione d’impatto, e di rendere pubblici su piattaforma aperta i dati raccolti da enti pubblici ed economia sociale11. Per chi oggi rendiconta l’attività di un servizio con indicatori di processo (numero di utenti, ore erogate) più che di esito, è un cambio di paradigma potenzialmente significativo — a condizione che dal “si potrà valutare” si passi a un obbligo effettivo, cosa che il testo, per ora, non fa.
5. La fiscalità del Terzo settore resta un tassello di un mosaico più ampio, non un capitolo a sé.Il Piano richiama la Comfort Letter della Commissione UE del marzo 2025 (Caso SA. 63927), che ha dichiarato compatibili con il diritto UE i regimi fiscali di ETS e imprese sociali, e propone interventi su IRAP e IMU per superare le disomogeneità regionali che oggi penalizzano gli enti a seconda della Regione in cui operano12. Per un ambito territoriale che lavora con cooperative sociali radicate sul territorio, la posta in gioco è la tenuta economica di quegli stessi soggetti con cui si co-progetta: un ente in difficoltà fiscale è un partner meno affidabile nella programmazione pluriennale dei servizi.
Nessuna di queste cinque leve è, ad oggi, uno strumento operativo. Sono tutte formulate al condizionale: “si potrà valutare”, “potrebbe essere opportuno”, “occorre avviare una riflessione”. Per chi lavora nella programmazione sociale territoriale questo significa una cosa precisa:il Piano non va letto come una lista di misure da attendere, ma come un’agenda di priorità su cui è ancora possibile intervenire— nei tavoli regionali, nelle Conferenze Stato-Regioni, nei prossimi provvedimenti attuativi. Chi programma servizi oggi ha, in questa fase, più margine di quanto un titolo di giornale suggerisca.
Il nodo che il Piano non scioglie: la capacità amministrativa dei territori
È qui che il Piano va messo a confronto con quello che sappiamo già sulla capacità reale dei territori di usare gli strumenti di amministrazione condivisa che promette di “consolidare”. Il Terzjus Report 2025 ha censito 3.190 avvisi pubblici di collaborazione tra PA e Terzo settore pubblicati tra il 2018 e il 2024: solo il 10,3% erano co-programmazioni, lo strumento più coerente con la logica che il Piano evoca13. Il resto torna all’appalto o alla co-progettazione — più prevedibile, più difendibile in caso di controllo.
La Expert Survey P2W2 di Percorsi di Secondo Welfare, diretto da Franca Maino, è netta su questo punto: il 90% degli esperti interpellati ritiene che i Comuni dovrebbero programmare, monitorare e valutare le politiche sociali, ma solo il 9% li giudica effettivamente capaci di farlo14. Il primo ostacolo indicato, per il 74% degli esperti, non è la scarsità di risorse: è la mancanza di pianificazione strategica.
Il nodo, allora, è questo: il Piano promette di consolidare l’amministrazione condivisa, ma se il collo di bottiglia non è normativo — l’art. 55 del Codice del Terzo settore c’è dal 2017, la sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale lo ha già validato — uno strumento fiscale in più non lo scioglie. Rischia, semmai, di aggiungere un’opportunità che i Comuni più fragili, quelli che hanno perso migliaia di unità di personale nell’ultimo decennio, non avranno lo spazio organizzativo per cogliere.
Il perimetro largo e la cornice culturale solida del Piano rischiano così di restare appannaggio delle organizzazioni già strutturate — fondazioni bancarie, grandi cooperative, città metropolitane — mentre il resto del sistema resta fuori non per mancanza di bisogno, ma per mancanza di capacità di intercettare gli strumenti.
C’è poi un secondo fronte, altrettanto silenzioso nel testo: quello delle tariffe. Il TAR Piemonte, con le sentenze 902 e 906/2026, ha riconosciuto lo scarto tra la tariffa di accreditamento e il costo reale del lavoro di cura, dopo il rinnovo del CCNL delle cooperative sociali15. Su questo, il Piano per l’economia sociale non dice nulla — e non è detto che dovesse dirlo, non è il suo compito. Ma senza un sistema di tariffe che riconosca il costo reale del lavoro di cura, gli strumenti fiscali e di credito promessi rischiano di restare, per chi eroga i servizi ogni giorno, teoria ben scritta.
Il vero banco di prova è il 2027, non il 2026
Sui nodi irrisolti dell’economia sociale italiana — perimetro ancora instabile, disomogeneità nell’attuazione rispetto ad altri paesi europei come la Spagna, capacità amministrativa dei territori — si è soffermato anche Paolo Venturi nella sua analisi sul Social Economy Action Plan europeo, definendo il 2026 l’anno decisivo per l’Italia16. Il vero banco di prova, lo dice il testo stesso, non è però il 2026: è il 2027, quando l’Italia dovrà riferire alla Commissione UE sui progressi compiuti in attuazione della Raccomandazione del 202317.
La domanda che vale la pena porsi, da qui ad allora, non riguarda solo se il Piano diventerà legge quadro con risorse vere — possibilità che lo stesso testo evoca. Riguarda se, quando arriveranno gli strumenti fiscali e di credito, ci sarà dall’altra parte un sistema di tariffe che riconosce il costo reale del lavoro di cura, e un’amministrazione locale con lo spazio organizzativo per usarli davvero, non solo per firmarli. Riguarda, forse ancora prima, se chi scriverà le prossime versioni del Piano tratterà l’economia sociale come un contenitore fiscale da regolare, o come l’infrastruttura trasformativa che Venturi e Zandonai descrivono da anni. Sono due strade diverse, e il testo del 2 luglio non ha ancora scelto tra le due.
Il testo completo del Piano, così come esaminato dal Consiglio dei ministri, è consultabile a partire daquesto articolo di Vita.it.
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Il 2 luglio 2026 il governo ha presentato in Consiglio dei Ministri il Piano nazionale per l'economia sociale: 139 paragrafi, quattro categorie di soggetti — Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico, enti religiosi — destinatarie di sgravi fiscali, credito facilitato, valorizzazione del patrimonio immobiliare1.
I comunicati hanno raccontato di una svolta. Il testo, letto per intero, dice qualcosa di più cauto: non un decreto ma un'informativa, senza effetti giuridici immediati2; il paragrafo 138 chiarisce che l'attuazione avverrà«nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente»— cioè zero euro aggiuntivi3.
E gran parte delle misure è scritta al condizionale, da«il rating sociale per l'accesso al credito»alla riforma dell'IRAP per gli enti del Terzo settore.
Fin qui, la cronaca. Ma chi lavora ogni giorno alla coprogettazione dei servizi non dovrebbe fermarsi alla cronaca. La domanda utile non ècosa dice il Piano, ècosa cambia per chi, sul territorio, negozia ogni giorno con Comuni e ASL la costruzione di un servizio. E qui il Piano va messo a confronto con quello che sappiamo già — non per sentito dire, ma per dati che abbiamo documentato qui sul Cantiere negli ultimi mesi.
La luce: un perimetro più ampio di quanto sembri
Il primo elemento positivo è reale e va riconosciuto. Il perimetro disegnato dal testo tecnico è molto più largo delle «quattro categorie» riprese dai titoli: include le fondazioni bancarie, gli enti filantropici, le imprese sociali, le cooperative di dati del Data Governance Act, le comunità energetiche rinnovabili, le nascenti cooperative di comunità. È un perimetro che assomiglia, per la prima volta in un documento di questo peso, a quello con cui i Comuni negoziano davvero la coprogettazione: cooperative sociali di tipo A e B, imprese sociali, APS, fondazioni di comunità.
C'è poi un dettaglio che nessuna testata economica ha commentato: tra le fonti del Piano compare un richiamo all'enciclicaMagnifica Humanitasdi Papa Leone XIV, che colloca l'economia sociale nella cornice dell'economia civile — un modello fondato sulla reciprocità, non sullo scambio a somma zero4. Non è un dettaglio decorativo: segnala che il perimetro concettuale dell'economia sociale — primato delle persone, non lucratività, governance partecipativa — discende da una tradizione culturale più ampia di quella meramente giuridico-economica. Se il Piano diventasse il punto di partenza di una legge quadro, come lo stesso testo suggerisce come possibilità futura, quel perimetro largo potrebbe davvero diventare la base su cui costruire strumenti fiscali e di credito pensati per come funziona realmente l'ecosistema, non per come lo racconta un comunicato stampa.
Questa è la luce. Ora le ombre — e sono ombre che conosciamo già, perché le abbiamo misurate.
L'ombra numero uno: il Piano non tocca la tariffa
A metà giugno abbiamo raccontato qui le sentenze n. 902 e 906/2026 del TAR Piemonte sul caso Torino: il Comune aveva riconosciuto un adeguamento tariffario del 3,5% a fronte di un aumento del CCNL delle cooperative sociali tra il 12,6% e il 16%5. Il TAR ha dato ragione alle cooperative, ma a due mesi dalla sentenza non è cambiato quasi nulla: il Comune sta «approfondendo», la Regione non ha riattivato il tavolo, e nel frattempo — lo ha documentato Confcooperative — sono le cooperative a coprire di tasca propria la differenza tra costi reali e tariffe riconosciute.
Quel pezzo si chiudeva con una domanda che qui torna utile: la coprogettazione, l'art. 55 del Codice del Terzo Settore, l'amministrazione condivisa cambiano davvero le cose se poi la tariffa non copre il CCNL? Il Piano per l'economia sociale, nel disegnare sgravi fiscali e credito agevolato per il settore, non entra mai in questo nodo. Non perché lo ignori per cattiva fede — è un piano di sistema, non un provvedimento tariffario — ma perché il problema che tiene in piedi (a fatica) i servizi ogni giorno non è la fiscalità di vantaggio: è chi paga l'aggiornamento del costo del lavoro quando un CCNL nazionale aumenta e la tariffa amministrativa resta ferma. Su questo, il Piano è silenzioso. E il silenzio, qui, non è neutro: significa che lostarvation cycleche abbiamo descritto — meno margine, meno investimenti, meno risorse — continuerà a scaricarsi sugli stessi soggetti che il Piano dice di voler valorizzare.
L'ombra numero due: un Piano per Comuni che non riescono a programmare
La seconda ombra è più strutturale, e riguarda chi dovrebbe attuare — non scrivere — il Piano. A metà giugno abbiamo raccontato la Expert Survey P2W 2 di Percorsi di Secondo Welfare: il 90% degli esperti interpellati ritiene che i Comuni dovrebbero programmare, monitorare e valutare le politiche sociali; solo il 9% li giudica effettivamente capaci di farlo6. Non è un problema solo di risorse: il primo ostacolo indicato (74% degli esperti) è la mancanza di pianificazione strategica, davanti a competenze insufficienti e frammentazione delle responsabilità.
C'è un dato, in quel pezzo, che si aggancia direttamente al Piano economia sociale: il Terzjus Report 2025 ha censito 3.190 avvisi pubblici di collaborazione tra PA e Terzo settore, e solo il 10,3% erano co-programmazioni — lo strumento più coerente con la logica di amministrazione condivisa che il Piano promette di «consolidare». Il resto torna all'appalto tradizionale: codificato, prevedibile, difendibile in caso di controllo. Non per pigrizia degli uffici, ma perché — come racconta la lettura comportamentale della survey — un'organizzazione sotto scarsità cronica di tempo e personale perde lo spazio cognitivo per usare gli strumenti più complessi, anche quando esistono già e sono normati da anni.
Ecco il punto: il Piano per l'economia sociale promette di consolidare le forme di amministrazione condivisa. Ma se il collo di bottiglia non è normativo — l'art. 55 c'è dal 2017, la sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale l'ha già validato — e se il vero ostacolo è organizzativo e cognitivo, uno strumento fiscale in più non scioglie il nodo. Rischia, semmai, di aggiungere un'opportunità che i Comuni più fragili — quelli che hanno perso 8.567 unità di personale tra il 2013 e il 2024, quelli dove il part-time è raddoppiato7— non avranno loslackorganizzativo per cogliere. Le stesse amministrazioni che oggi faticano a usare la coprogrammazione dovrebbero, domani, orientarsi anche tra rating sociale, minibond per le imprese sociali, riforma dell'IRAP. Il rischio concreto è che il perimetro largo e la cornice culturale solida del Piano restino appannaggio delle organizzazioni e dei territori già strutturati — le fondazioni bancarie, le grandi cooperative, le città metropolitane — mentre il resto del sistema, quello fatto di piccoli Comuni e piccole cooperative in equilibrio precario, resta fuori per mancanza di capacità di intercettare gli strumenti, non per mancanza di bisogno.
La domanda che resta aperta
Il vero banco di prova del Piano, lo dice il testo stesso, non è il 2026: è il 2027, quando l'Italia dovrà riferire alla Commissione UE sui progressi compiuti in attuazione della Raccomandazione del 20238. Ma la domanda che vale la pena porsi da qui a allora non è solo se il Piano diventerà legge quadro con risorse vere. È se, quando arriveranno gli strumenti fiscali e di credito, ci sarà dall'altra parte un sistema di tariffe che riconosce il costo reale del lavoro di cura, e un'amministrazione locale con lo spazio organizzativo per usarli davvero — non solo per firmarli.
Su questi due fronti — tariffe e capacità amministrativa — il Piano per l'economia sociale non dice nulla. E non è detto che dovesse dirlo: non è il suo compito. Ma chi lavora nel welfare territoriale farebbe bene a tenerli entrambi aperti, perché è lì — non nel testo di un'informativa — che si deciderà se il riconoscimento culturale e politico dell'economia sociale si tradurrà in servizi più sostenibili, o resteràun capitolo scritto bene su un problema che, nel frattempo, continua a scaricarsi su chi cura.



