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Don Mazzolari, Nostro fratello Giuda e il welfare — Il Cantiere del Welfare
Riflessione·Welfare e cura·Pasqua 2026

Povero fratello nostro.
Una Pasqua laica per chi il welfare ha smesso di chiamare amico

diDavide Vairani ·  Aprile 2026  ·  8 min di lettura

Il 3 aprile 1958, Giovedì Santo, don Primo Mazzolari sale sul pulpito della chiesa di San Pietro a Bozzolo — diocesi di Cremona — e pronuncia la sua omelia più famosa. Non parla di santità. Parla di Giuda. E in quella parola pronunciata con pietà, senza condanna, c'è qualcosa cheriguarda ancora il welfare italiano di oggi: chi finisce fuori dalla rete, chi non viene chiamato amico da nessun sistema, chi dispera in silenzio senza che nessuno lo cerchi.
Omelia originale · Bozzolo, 3 aprile 1958

Don Primo Mazzolari —Nostro fratello Giuda, omelia pronunciata a Bozzolo il Giovedì Santo 3 aprile 1958.

Bozzolo, Giovedì Santo 1958: la parola che nessuno si aspettava

Fuori piove. È notte. Don Primo Mazzolari ha settantadue anni, ne ha ancora uno da vivere, e parla di Giuda come nessuno aveva mai fatto prima. Non per giustificarlo. Non per assolverlo. Ma per domandarsi — con una semplicità che scuote ancora oggi —di chi sia la colpa di chi dispera.1

«Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati non è quello di vendere il Cristo: è quello di disperare.» Don Primo Mazzolari — Nostro fratello Giuda, Bozzolo 3 aprile 1958

Il testo di quell'omelia è breve, meno di duemila parole. Eppure è diventato uno dei documenti spirituali più citati del Novecento italiano — e non solo tra i credenti. Quello che colpisce, riletto settant'anni dopo, non è la teologia. È la postura: Mazzolari non guarda Giuda dall'alto. Non lo condanna. Lo chiama fratello. E si chiede chi lo abbia aiutato a diventare quello che è diventato.

Mazzolari era parroco di Bozzolo, in provincia di Mantova ma in diocesi di Cremona — la stessa terra dove lavoro, la stessa bassa padana che ha sempre saputo cosa vuol dire assistere senza essere visti. E quella voce registrata nel 1958 — la si può ancora ascoltare, con tutti i suoi vuoti e le sue risonanze di una chiesa di campagna — suona come un interrogativo che non si è ancora chiuso.2

Chi sono i Giuda del welfare italiano?

Provo a portare Mazzolari fuori dalla chiesa. Non per saccheggiarne il pensiero, ma per chiedermi se quella domanda —chi ha aiutato Giuda a diventare quello che è?— non riguardi anche noi, chi lavora nei servizi, nei piani di zona, negli ambiti territoriali.

I Giuda del welfare italiano non sono traditori. Sonopersone che cadono fuori dalla rete— e spesso non lo sanno nemmeno. Sono l'anziano solo che non sa compilare il modulo per l'assegno di inclusione. Sono la caregiver familiare che assiste un genitore non autosufficiente senza mai essere intercettata da nessun servizio. Sono il giovane con un disturbo psichico lieve che non raggiunge nessuna soglia di invalidità e resta in una zona grigia dove nessuno lo aspetta.3

Non hanno fatto nulla di sbagliato. Ma il sistema — con le sue soglie di accesso, i suoi criteri ISEE, le sue liste d'attesa, i suoi sportelli che aprono due volte a settimana — li ha lasciati uscire nella notte. Come Giuda nel Vangelo di Giovanni: «preso il boccone, subito uscì. Ed era notte».4

La domanda di Mazzolari — chi lo ha aiutato? — rivolta al welfare suona così:il sistema sapeva che stava uscendo? Qualcuno lo stava guardando?

Non sto dicendo che il welfare tradisce deliberatamente. Sto dicendo che un sistema può costruire la disperazione per omissione — attraverso l'assenza di uno sguardo, l'indifferenza burocratica, la moltiplicazione delle porte che nessuno ti accompagna ad aprire. Riflessione dell'autore

Il peccato di disperare: chi produce la rassegnazione?

Il punto più acuto dell'omelia di Mazzolari non è la pietà per Giuda. È l'analisi del suo peccato più grande: non il tradimento, mala disperazione. Pietro nega. Tutti gli apostoli fuggono. Ma tornano. Giuda no. Giuda dispera. E muore di quello.5

La disperazione, nel welfare, ha un nome tecnico:drop-out. È quando qualcuno smette di cercare aiuto. Smette di andare allo sportello. Smette di rispondere al telefono del servizio. Sparisce dai radar del sistema. E il sistema, spesso, lo registra come «chiuso» o «non in carico» — come se l'assenza fosse una scelta libera.

Focus · Chi produce la rassegnazione?

Un'indagine Istat del 2024 stima che in Italia oltre3,5 milioni di persone fragili non accedono ad alcun servizio di welfare, pur avendone diritto teorico. Le ragioni sono molteplici: mancanza di informazione, difficoltà burocratica, senso di inadeguatezza, esperienze negative pregresse. Ma c'è anche un fattore sottovalutato: larassegnazione appresa. Chi ha già tentato di accedere a un servizio senza riuscirci — per soglie di reddito sfalsate, per lungaggini istruttorie, per mancanza di un professionista che accompagni — smette di provarci. Non è indifferenza. È apprendimento: il sistema mi ha già detto che non mi vuole.6

Mazzolari si chiede: «Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione?» Sostituire «Cristo» con «i servizi» sarebbe facile e sbagliato. Ma la struttura della domanda regge:chi ha costruito la rassegnazione di chi dispera?È sempre solo colpa di chi dispera?

Due viandanti inquieti: Mazzolari e Martinazzoli secondo Palini

C'è un saggio che mi ha aiutato a capire quanto il filo tra Mazzolari e Martinazzoli fosse lungo e radicato — non una citazione d'occasione, ma un legame profondo. Lo ha scritto Anselmo Palini, studioso di entrambe le figure, ed è comparso sul semestrale della Fondazione Mazzolari nel 2012, con un titolo che vale da solo:Martinazzoli e Mazzolari, due viandanti inquieti.7

Fonte · Palini, 2012

Palini ricostruisce come Martinazzoli fosse un lettore appassionato e costante di don Primo. Non solo: scrive che entrambi condividevano la stessa radice geografica e culturale — la Bassa padana,una terra di gente laboriosa e riservata, dove la sobrietà non è angustia ma forma di intelligenza. Martinazzoli stesso evocava questa cifra lombarda come «la compiutezza, difficile e placata, di una conoscenza intera». E don Primo ricordava il Po come il primo orizzonte, il primo sogno, la prima paura.

Martinazzoli definiva Mazzolari«un profeta moderno, implicato nella storia»: non un utopista fuori dal tempo, ma uno che stava dentro la storia del proprio tempo con lo sguardo proiettato oltre. Palini cita Martinazzoli: il parroco di Bozzolo aveva la capacità di «stare sull'argine, non per costruire una difesa, ma per attraversarlo». Un cristiano fino in fondo, ma senza sacrificare la libertà di coscienza.

Quello che colpisce nel saggio di Palini è come Martinazzoli non leggesse Mazzolari come un documento storico da commemorare, ma come una voce ancora viva con cui confrontarsi. A Bozzolo, il 9 aprile 1999, in occasione del quarantesimo della morte, tenne una relazione — il cui titolo dice tutto:Uno spirito che rischiara il cammino dei viandanti inquieti. Un viandante che parlava di un altro viandante.

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Martinazzoli: quando la politica dimentica di essere cura

Martinazzoli pensava che le istituzioni avessero un compito morale prima ancora che tecnico. In un discorso pubblico ripreso da Palini, ricordava padre Bevilacqua che diceva:«le idee non valgono per quello che rendono, ma per quello che costano». È una frase che suona come un giudizio feroce su molta parte della politica sociale italiana — quella che misura i servizi in accessi, output, risorse spese, e non nel peso di quello che chiede alle persone che ci lavorano.8

Nel suo ultimo libro —La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola SEI 2015 — Martinazzoli affronta ancora una volta il nodo tra norma e coscienza, tra la regola scritta e la responsabilità di chi la applica. Mosè, Nicodemo, la Colonna infame di Manzoni: figure che mettono in scena il problema di chi, all'interno di un sistema, si accorge che il sistema sta sbagliando. E deve scegliere.9

«Lo Stato non è altro dalla società, è semplicemente la sua regola.» Mino Martinazzoli — in Paolo Corsini,Mino Martinazzoli. Valore e limite della politica, Cittadella 2012

Se lo Stato è la regola della società, allora il welfare è la regola della cura. E una regola che non riesce più a raggiungere chi ne ha bisogno — che produce rassegnazione invece di presa in carico, che conta accessi invece di relazioni — è una regola che ha perso il suo senso prima ancora di perdere i suoi fondi.

Martinazzoli chiamava tutto questo la«melanconia della democrazia»: non la crisi delle istituzioni per corruzione o incompetenza, ma per smarrimento del senso — quella deriva in cui le procedure continuano a funzionare ma nessuno sa più perché esistono.10È esattamente quello che sento quando leggo un report che certifica che la partecipazione della comunità è il servizio obbligatorio meno attivato nelle Case della Comunità italiane: non è sabotaggio. È smarrimento.

Palini, nel suo saggio, cita Martinazzoli su questo punto con una precisione che mi sembra irrinunciabile: di fronte al clamore del presente, alla tentazione delle risposte facili, Martinazzoli sosteneva che«conta ciò che resiste, che ha durata, perché ha verità». Il lavoro paziente. La passione operosa. Non gesti incandescenti, ma la capacità di continuare a guardare chi stai davanti.

Una domanda che resta aperta

Mazzolari chiude la sua omelia con una richiesta, non con una certezza. Chiede a Gesù, come grazia pasquale, di essere chiamatoamico. Quella parola — amico — è la stessa con cui Gesù si rivolge a Giuda nel momento del tradimento, nel Getsemani. Non servo. Non suddito. Non utente.

«La Pasqua è questa parola detta a un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi.» Don Primo Mazzolari — Nostro fratello Giuda, 1958

Buona Pasqua, allora. Nel senso più laico e più vero: buon passaggio. La Pasqua viene dalla Pesach ebraica — il passaggio. Non la resurrezione come magia, ma come atto: qualcosa che era sepolto torna in vita perché qualcuno si è preso la cura di non lasciarlo lì.

Il welfare può essere questo atto. Non quando processa domande, ma quando chiama qualcuno per nome. Non quando eroga prestazioni, ma quando intercetta chi sta uscendo nella notte senza che nessuno lo veda andare.

La domanda che Mazzolari lascia aperta — chi ha aiutato Giuda a diventare quello che è? — è anche la nostra. Chi lavora nei servizi, negli ambiti, nelle cooperative, nelle fondazioni:lo sappiamo, di chi ci siamo dimenticati?E se lo sappiamo, stiamo facendo qualcosa per andarli a cercare?

Quella non è una domanda teologica. È una domanda professionale. Ed è, forse, anche una domanda di Pasqua.

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