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L’impatto sociale non è un foglio Excel

L’impatto sociale non è un foglio Excel

Traservitù metricaeamministrazione condivisa: perché laVISdeve smettere di essere un anestetico per diventare il cuore di un nuovo patto tra PA e Terzo Settore.

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Nel dibattito contemporaneo sul welfare e l’innovazione sociale, lavalutazione dell’impattoè diventata un passaggio obbligato, spesso feticizzato.

Tuttavia, come analizzato daFlaviano Zandonainel suo recente intervento suVita, stiamo assistendo a una deriva tecnocratica: la trasformazione della misurazione in una pratica che rischia di addormentare la capacità di visione e di conflitto.

Secondo l’autore, la feticizzazione dei dati agisce come un “anestetico” che rassicura i finanziatori e i decisori, offrendo un’illusione di efficacia oggettiva mentre, di fatto, sottrae spazio alla scelta discrezionale, al rischio dell’innovazione e, soprattutto, alla necessaria dimensione politica e conflittuale del cambiamento

⚖️L'IMPATTO SOCIALE OLTRE LE METRICHE – L'analisi di Flaviano Zandonai

L’impatto sociale rischia di diventare un"anestetico"se ridotto a pura contabilità. Zandonai ci avverte: quando la misurazione serve solo a rassicurare i finanziatori, si perde la capacità politica di trasformare i territori.

L’anestesia alla fonte: la PA e la dittatura degli output senza impatto

Il primo livello di “anestetizzazione” del welfare non nasce nel Terzo Settore, ma all’interno della Pubblica Amministrazione.

Nonostante l’entrata in vigore della normativa nazionale sullaValutazione di Impatto Sociale (VIS)per i progetti di rilevanza pubblica, il rischio è che questo strumento venga recepito dalla PA come l’ennesimo fardello burocratico anziché come una leva strategica.

📂RISORSE E DOCUMENTI: VIS ED ECONOMIA SOCIALE

Per approfondire il quadro normativo e la strategia nazionale sulla valutazione dell'impatto e il ruolo dell'economia sociale:

In Italia, la macchina pubblica è strutturalmente tarata sullarendicontazione quantitativa degli output: si contano le prestazioni erogate e le risorse impegnate, ma si ignora sistematicamente l’esito reale di tali interventi sulla vita dei cittadini.

Come denunciato dalForum Disuguaglianze e Diversitàe dai monitoraggiASviS, la macchina pubblica è strutturalmente tarata sullarendicontazione quantitativa degli output: si contano le prestazioni erogate, i bandi pubblicati e le risorse impegnate, ma si ignora sistematicamente l’esito reale di tali interventi sulla vita delle persone.

Questa ossessione per il dato numerico-formale è figlia di quello cheGelsomina Macchitelladefinisce“procedimentalismo difensivo”(Essere ibridi, 2025). Il dirigente pubblico, per tutelarsi, si rifugia nella certezza del dato contabile — l’unico oggettivamente “sicuro” in sede di controllo — trasformando la valutazione da strumento di visione politica a mero adempimento burocratico.

Senza processi interni capaci di processare l’impatto, la PA finisce per generare una “montagna di Excel” che serve a dimostrare che la macchina è attiva, mentre il territorio resta immobile. È qui che il dato diventa un anestetico: un alibi tecnico che copre l’incapacità di guidare il cambiamento e di rimuovere le cause profonde del bisogno sociale.

Terzo Settore e la "servitù" metrica: quando il dato svuota il senso

In questo deserto di valutazione strategica da parte delle istituzioni, il Terzo Settore corre un rischio speculare e altrettanto pericoloso.

Come analizzato daFlaviano Zandonai(Vita, 2026), l’impatto sociale rischia di essere ridotto a un mero dispositivo tecnico di rassicurazione per i finanziatori.

Se la PA chiede solo output quantitativi per “chiudere le pratiche”, le organizzazioni sociali sono tentate di adeguarsi, adottando una“servitù metrica”che anestetizza la loro capacità politica.

"L’impatto sociale rischia di diventare unanesteticose ridotto a pura contabilità. Quando la misurazione serve solo a rassicurare chi mette le risorse, si perde la capacità politica di trasformare la realtà."

Zandonai avverte che quando il KPI (indicatore chiave di prestazione) cessa di essere una bussola per l’apprendimento e diventa l’unico linguaggio ammesso, si verifica uno svuotamento di senso:

  • la dittatura del misurabile.Si finisce per dare valore solo a ciò che è facilmente contabile (pasti erogati, ore di assistenza), trascurando gli impatti invisibili e trasformativi che richiedono tempo e discrezionalità;

  • l’impatto come anestetico.La produzione di report impeccabili dal punto di vista formale agisce come un sonnifero. Offre l’illusione che “tutto vada bene” perché i numeri tornano, mentre le disuguaglianze strutturali restano intoccate.

L’impatto sociale, secondo questa visione, o è unatto politico— capace cioè di spostare i rapporti di forza e generare autonomia — o non è. Un welfare davvero generativo richiede che il Terzo Settore non si limiti a “fornire servizi” per conto della PA, ma rivendichi la propria capacità diprodurre senso.

Come sottolineato nel volume“Essere ibridi” (FrancoAngeli, 2025), la sfida è passare dalla “misurazione per il controllo” alla“misurazione per l’apprendimento”, dove il dato non serve a chiudere un bando, ma a capire come cambiare davvero un territorio.no 

Il Patto oltre la metrica: co-programmazione come antidoto all'anestesia

Il vero nodo non è tecnologico o statistico, ma relazionale: qualepattolega la Pubblica Amministrazione e il Terzo Settore nel welfare di oggi?

Se continuiamo a muoverci dentro lo schema fornitore-cliente, la VIS rimarrà uno strumento di controllo gerarchico.

L’unica via d’uscita dall’anestesia dei dati è l’attivazione piena dei modelli diAmministrazione Condivisa.

Il vero nodo non è tecnologico o statistico, ma relazionale: qualepattolega la Pubblica Amministrazione e il Terzo Settore nel welfare di oggi?

Se continuiamo a muoverci dentro lo schema fornitore-cliente, la VIS rimarrà uno strumento di controllo gerarchico.

"L’impatto sociale, se non èpolitico, se non serve a spostare i rapporti di forza e a generare autonomia, è solo un modo più elegante per amministrare l'esistente."

Perché la valutazione abbia senso, deve nascere all’interno di un processo diCo-programmazione e Co-progettazione(Sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale), dove il dato non è l’esito di un bando, ma il punto di partenza di un patto territoriale:

  • Rompere il “disciplinamento”:la valutazione deve tornare a essere un dialogo tra pari. Nella co-programmazione, PA ed enti decidono insiemecosamisurare eperché, trasformando la VIS da esame punitivo a strumento di lettura comune dei bisogni.

  • Valorizzare l’inatteso:i veri impatti trasformativi sono spesso quelli che non avevamo previsto. Una co-progettazione matura premia la capacità di adattamento e la gestione della complessità, non la cieca aderenza a un cronoprogramma Excel.

  • Abbandonare l’alibi tecnico:come sottolineato in“Essere ibridi”(2025), non esiste una valutazione neutra. Ogni dato scelto è una scelta politica. Riconoscere l’intenzionalità dietro ogni metrica significa ridare dignità al lavoro sociale e al ruolo politico della PA.

Senza una reale co-progettazione, la VIS rischia di essere il “trucco” per far sembrare innovativo un welfare che resta ancorato al passato. Al contrario, quando la metrica serve a monitorare un patto di collaborazione, essa diventa lo strumento per dare gambe alPiano Nazionale per l’Economia Sociale, trasformando il welfare da costo da gestire a infrastruttura di sviluppo del Paese

Verso un welfare della responsabilità condivisa

la Valutazione di Impatto Sociale non è un problema di algoritmi, ma divisione politica. Se resta un adempimento burocratico della PA, continuerà ad agire come l’anestetico denunciato da Zandonai, svuotando di senso il lavoro di cura.

La via d’uscita risiede nella capacità di trasformare il rapporto tra istituzioni e sociale da una logica di “comando e controllo” a unpatto di amministrazione condivisa. Solo attraverso una realeco-programmazione, in cui PA e Terzo Settore definiscono insieme gli obiettivi e il valore da generare, la metrica può smettere di essere un peso e diventare un’infrastruttura di senso.

Liberare i dati dall’anestesia significa, in ultima analisi, restituire dignità al welfare: non più erogatore di prestazioni standardizzate, ma motore di una democrazia reale, capace di svelare i bisogni e di progettare, insieme, il cambiamento.