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Censis 2025: la generatività come risposta al declino del desiderio di futuro.

IlRapporto Censis 2025vede l’Italia intrappolata nel declino del desiderio di futuro.

La sfida è superare l’inerzia con ilparadigma generativo, ma la sua applicazione rimane confinata in modelli locali, bloccata da un sistema amministrativo che non riesce a rendere la sussidiarietà circolare una realtà strutturale.

La svolta antropologica e il declino del desiderio

Nelmainstreamingdella comunicazione è rimbalzato un passaggio del59° Rapporto Censis 2025: l’Italia è entrata nell’età selvaggia,un tempo del“ferro e del fuoco, di predatori e di prede”, dove la violenza e la prevaricazione illimitata prevalgono sul diritto e sul progresso illuminato.

La diagnosi è descrittiva e cinica: se negli anni precedenti l’analisi si concentrava sulle conseguenze economico-sociali della crisi (finanza, debito, divari di classe), oggi la svolta è segnata dall’abbandono della razionalità economica a favore di una prospettiva che riconosce l’irrazionalitàel’antropologiacome veri motori della storia.

È il Censis stesso ad affermare chenon è l’economia da sola a guidare i grandi processi, ma sono icaratteri antropologici (paure, miti, fanatismi ideologici) a costituire la forza motrice.
Siamo usciti dallacomunità del rancore dei primi anni Duemila, caratterizzata dalla degenerazione del desiderio in egoismo proprietario e paura del declassamento. L’Italia dei rancorosi era un Paese che, pur nella sua tossicità, combatteva e manifestava uneccesso di energia negativache la politica doveva saper incanalare.
Lacrisiche stiamo vivendo è per ilCensisla conseguenza di unvitalismo irrazionaleche ha soppiantato lafiducia ragionevole in un illuminato e impersonale progressismo liberal: l’Italia ha smesso di guardare al futuro per concentrarsi sulla sua mera capacità di esistere nel presente.

La società italiana contemporanea è intrappolata neldeclino del desiderio di futuro. In questo scenario, l’energia sociale, anziché essere proiettata in avanti per generare nuove opportunità, viene impiegata per la difesa dell’esistente.
Il Paese si attesta su unritorno ai fondamentalidi natura meramente protettiva. Questa ritirata nel presente, pur garantendo una resilienza immediata e limitando gli urti delle crisi geopolitiche, congela la mobilità sociale e blocca ogni slancio progettuale.

L’orizzonte si restringe, la progettualità collettiva scompare e la società si ritiraa guscio nella convinzione che basti resistere per sopravvivere.

Welfare familista e disuguaglianze

Con questa cornice interpretativa, ilRapporto Censis 2025analizza ilwelfareper sostenere che lacrisinon è solo un mero problema discarsa spesapubblica(un dato stabile del welfare italo-mediterraneo), ma un problema diqualità della vitae difragilità antropologica.

Siamo un Paese diimmortali(over 65 al 24,7%) che vive a lungo (aspettativa di vita media 83,4 anni), ma male. IlBES ISTAT 2024documenta che la speranza di vita in buona salute (HLE) si ferma a circa 58,1 anni.

La società italiana sta vivendo un declino di civiltà: il desiderio di prolungare l’esistenza e di sfuggire alle malattie – vero grande obiettivo di tutte le classi sociali – non si traduce in un sistema di assistenza e di cura sostenibile.

In questo senso, il problema è avere trasformato lalongevitàin unpeso economico e sociale insostenibileche ha innescato una polarizzazione tra chi può permettersi servizi privati diLong-Term Caree chi si affida unicamente alla resilienza familiare.

La metafora dell’autonoma difesa immunitariadescrive una società che si salva da sola, senza un’azione coesa dello Stato.

L’unica difesa rimasta è rappresentata dalregime di welfare familista,con il 43,2% dei pensionati che aiuta i parenti, una cifra che evidenzia il crollo della solidarietà istituzionale. Ildovesi manifesta questo fallimento è nelladisuguaglianza territorialecertificata dai divari di aspettativa di vita (3 anni tra Nord e Sud) e dalla crescente polarizzazione del welfare tra regionibesteworst(divario di 23,6 punti).

Lavorare faccia a faccia con il presente

Ha probabilmente il sociologo Luca Pesenti quando, nel commentare ilRapporto Censis 2025,sostiene che dobbiamo prendere atto di essere usciti definitivamente dal ‘900.È in questa direzione che IlCensischiede alla politica di lavorarefaccia a faccia con il presente.

Non un governo debole, ma un governo che si cali nella realtà contingente, trasformando la mera resistenza sociale in un’azione politica fertile:lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo.

Una politica ibrida che non abbia visioni astratte del futuro e si tenga vicina alle dinamiche sociali di rigenerazione interna.

La sfida allora non è più soltantoquantospendere, macomeedoveagire. Il cambio di paradigma delle politiche pubbliche di welfare deve essere il passaggio dalla logicaredistributivaa quellagenerativa.

Il consenso su questa architettura concettuale è totale tra gli studiosi di Economia Sociale e delle politiche di welfare generativo: Magatti e Giaccardi identificano nellageneratività socialel’unica via per ricostruire la libertà; Venturi e Zandonai dimostrano chel’innovazione sociale deve sempre crearespazio al desiderio; Maino insiste sullasussidiarietà circolarecome il modello di governance istituzionale per rendere operativa la generatività.

Non un governo debole, ma un governo che si cali nella realtà contingente, trasformando la mera resistenza sociale in un’azione politica fertile:lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo.

Una politica ibrida che non abbia visioni astratte del futuro e si tenga vicina alle dinamiche sociali di rigenerazione interna.

La sfida allora non è più soltantoquantospendere, macomeedoveagire. Il cambio di paradigma delle politiche pubbliche di welfare deve essere il passaggio dalla logicaredistributivaa quellagenerativa.

Il consenso su questa architettura concettuale è totale tra gli studiosi di Economia Sociale e delle politiche di welfare generativo: Magatti e Giaccardi identificano nellageneratività socialel’unica via per ricostruire la libertà; Venturi e Zandonai dimostrano chel’innovazione sociale deve sempre crearespazio al desiderio; Maino insiste sullasussidiarietà circolarecome il modello di governance istituzionale per rendere operativa la generatività.

La sfida della generatività

Tuttavia, l’applicazione del paradigma generativo rimane per lo più confinata in laboratori di innovazione o eccellenze locali e i territori non vedono ancora uncambio di paradigma strutturale.
I progetti virtuosi restano spesso modelli isolati e il sistema, nella sua maggior parte, è ancora ancorato alla logica della  esternalizzazione e della gara d’appalto, senza quel salto di qualità sistemico che trasformerebbe la sussidiarietà circolare da eccezione a regola.

Il vero blocco non è di natura finanziaria, ma risiede in unamiopiache non osa tradurre l’architettura concettuale della generatività in prassi strutturale. La transizione delWelfare Statenon ha ancora prodotto nuovi modelli su scala nazionale o regionale.

Occorrepluralizzare il welfaree rendere effettivamente obbligatorio per la Pubblica Amministrazione l’utilizzo degli strumenti digovernance— e in particolare dellaco-amministrazione— non come adempimenti burocratici, ma come atto politico chericentra lo Statoda meroerogatoreadabilitatore strutturale della sussidiarietà. Lo Stato deve concentrare il suo potere non solo nel legiferare, ma nelco-progettareeirrigarele risorse dove la crisi di coesione è più acuta, legittimando e indirizzando le forze rigeneratrici già presenti nel tessuto sociale.

Il desiderio – sostienePaolo Venturiha bisogno di ecosistemi che lo nutrano: comunità, organizzazioni, luoghi di lavoro, politiche pubbliche.

La posta in gioco è smettere di confondere il welfare con il solo sostegno ai bisogni. Un approccio generativo, invece, restituisce alle persone la libertà di desiderare.

Ecco perché l’innovazione sociale non è mai solo risposta a un bisogno: è sempre spazio al desiderio. Senza questa consapevolezza, il rischio è trasformare il welfare in consolazione, e il sociale in riparazione: senza rigenerazione.