Il59° Rapporto Censis(2025) ci consegna un’immagine impietosa: l’Italia è una societàa guscio.
Davanti alla complessità del mondo, ci siamo ritirati nel privato, nel welfare familiare, in un presente difensivo. Ma come ho sostenuto suLetture Lente, questo isolamento non è solo sociale, è unacrisideldesiderioche desertifica i luoghi.
La tesi diAldo Bonomi(Il Sole 24 Ore, 13/01/2026) aggiunge un tassello fondamentale per chi si occupa di welfare.

Come ho avuto modo di analizzare nel mio contributo suLetture Lente, il 59° Rapporto Censis ci restituisce l’immagine di una società “ferma”, dove il declino del desiderio di futuro sta prosciugando la nostra capacità generativa. Questa stasi non è solo un dato economico o una flessione demografica, ma un vero e proprio vuoto esistenziale che colpisce al cuore i legami di comunità, rendendo i cittadini spettatori impotenti della propria marginalità.
Siamo di fronte a unamanutenzione del presenteche nasconde una profonda crisi di senso: quando il desiderio si spegne, il sociale si riduce a un insieme di individui atomizzati che non riescono più a immaginarsi come parte di un destino comune.
In questo scenario, il welfare tradizionale mostra la corda, perché non può limitarsi a riparare i danni di una società che ha smesso di investire sul proprio domani.
L'Hotel dell'Abisso e il capitale semantico
Per chi si occupa di welfare, la sfida oggi non è più soltanto erogare servizi, ma rompere questo isolamento.Aldo Bonomi(13/01/2026) descrive efficacemente questa condizione come l’“Hotel dell’Abisso”: un luogo di passività dove i grandi flussi della geoeconomia passano sopra le teste dei territori, lasciandoli privi di strumenti per reagire.
La tesi di Bonomi è che la risposta risieda nel “sottosuolo”, in quel“residuo irrisolto del sociale sommerso”fatto di individualità che non cercano solo reddito, ma un“capitale semantico”.
🌐MICROCOSMI – L'analisi di Aldo Bonomi
Bonomi sposta ilfocusdal dato economico a quello esistenziale. La vera crisi che attraversa i territori non è solo una carenza di risorse, ma unacrisi di significazione.
Siamo immersi in una fenomenologia di flussi (tecnologici, finanziari, geopolitici) che ci attraversano senza che noi riusciamo a decodificarli.
È qui che Bonomi introduce la sua tesi centrale: ilsottosuoloitaliano non è un deserto, ma un giacimento diresiduo irrisolto. Sono energie, competenze e biografie che restano sommerse perché non trovano un linguaggio comune con le istituzioni.
Queste individualità, scrive Bonomi, non chiedono più soltanto interventi assistenziali (il puro reddito), ma rivendicano uncapitale semantico.
Nelle sue parole, il capitale semantico è la capacità di darsi un riconoscimento. In un mondo atomizzato, il cittadino ha bisogno di strumenti — parole, narrazioni, simboli — per capire la propria posizione e per tornare a sentirsi parte di una traiettoria collettiva. Senza questo capitale, si resta ospiti passivi dell’Hotel dell’Abisso: protetti burocraticamente, ma politicamente e socialmente muti.
"Forse occorre ripercorrere il 'residuo irrisolto' del sociale sommerso e sotterraneo dei tanti che cercano di sopravvivere evitando l’Hotel dell’Abisso dei padroni dei flussi. Sono individualità che non chiedono solo reddito ma capitale semantico, riconoscimento, qualità della vita."
Dall'invisibilità all'intraprendenza: la sfida operativa
Se accettiamo la sfida di Bonomi, il welfare deve cambiare mestiere. Non può più limitarsi a gestire l’emergenza o a erogare prestazioni standardizzate; deve diventare un’officina di“dispositivi esperienziali”. Questo significa che il capitale semantico non si distribuisce come un sussidio, ma si costruisce attraverso l’azione comune.
Tuttavia, è proprio qui che il sistema spesso si inceppa.
Come denunciaGiovanni Tenegginel suo saggio sulle cooperative di comunità (Note di Pastorale Giovanile), ci troviamo di fronte a una pericolosa deriva: l’involuzione del“galateo istituzionale”.
Invece di scendere nel “sottosuolo” per intercettare il residuo irrisolto, le istituzioni e il Terzo Settore spesso preferiscono costruire un’architettura di carta: patti e protocolli d’intesa che servono a rassicurare gli attori coinvolti, ma che non hanno alcuna “trazione” sulla realtà.
"La cooperazione è prima di tutto un fatto antropologico [...] Spesso i protocolli d’intesa e le cabine di regia non sono strumenti di lavoro, ma architetture di rassicurazione reciproca che finiscono per difendere gli equilibri esistenti invece di generare cambiamento."
Questa deriva produce tre effetti paralizzanti che Teneggi smaschera con precisione:
- la difesa dallo spiazzamento.Il protocollo non serve a esplorare il nuovo, ma a recintare il conosciuto. Diventa un’infrastruttura per “difendere dal cambiamento anziché generarlo”, imponendo linguaggi standardizzati a energie informali che non possono essere incasellate;
- l’assenza di corresponsabilità.Nel galateo dei tavoli, tutti sono “invitati” ma nessuno è davvero “ingaggiato”. Si scambia la partecipazione formale con la cooperazione reale. Teneggi insiste invece sulla cooperazione come “fatto antropologico”: un legame che nasce dal bisogno reciproco e dalla condivisione di un destino, non dalla firma di un accordo di programma;
- il tradimento del territorio.Mentre il galateo si celebra nelle stanze dei bottoni, i luoghi fisici restano vuoti. Si progettano “servizi” per “utenti” senza mai generare “luoghi” per “comunità”, dimenticando che la rigenerazione è, prima di tutto, un processo di riabitazione.
Verso un'infrastruttura della generatività: i Patti complessi
Se il “Microplan” è lo spazio fisico in cui si ricostruisce il capitale semantico, abbiamo bisogno di una nuova cornice giuridica e amministrativa che non soffochi l’intraprendenza delle comunità. La risposta non risiede nei patti di collaborazione semplici — spesso ridotti a meri adempimenti per la gestione del verde o piccoli interventi di manutenzione — ma in quelli che il rapportoEuricse (2022)definisce“Patti di collaborazione complessi”.
📊REPORT EURICSE – Comunità Intraprendenti
A differenza della burocrazia difensiva, il patto complesso è un dispositivo di “trazione”. Come si legge nel Report n. 023 sulle Comunità Intraprendenti, esso richiede:
"I patti di collaborazione complessi richiedono un’attività di co-progettazione e una gestione condivisa nel tempo [...] L'ente pubblico e i soggetti civici non sono più fornitore e utente, ma partner paritetici finalizzati alla trasformazione sociale."
Mentre il patto semplice è spesso una “concessione” (il Comune permette ai cittadini di fare qualcosa), ilpatto complessoè una“sfida di sistema”.
Esso interviene su quella che abbiamo definito la fame di capitale semantico perché:
- istituzionalizza l’informale.Permette alle energie del “sottosuolo” di Bonomi di operare con l’ente pubblico senza essere soffocate da linguaggi standardizzati;
- crea valore ibrido.Non si limita a erogare un servizio, ma genera economia locale, presidio sociale e rigenerazione urbana simultaneamente;
- sperimenta il rischio.Accetta che il risultato non sia scritto in un protocollo d’intesa preventivo, ma nasca dalla “frizione” del fare insieme.
La generatività oltre il welfare: una sfida di sistema
Dobbiamo dircelo con onestà intellettuale: il welfare da solo non può risolvere la stasi antropologica se agisce come un “riparatore di danni” a valle.
Se non integriamo le politiche sociali con quelle economiche, urbanistiche e culturali, continueremo a fare pura manutenzione della povertà. Per uscire dall’Hotel dell’Abisso non serve solo un assistente sociale più bravo, serve unecosistema territorialecapace di visione.
Rompere il guscio della stasi antropologica denunciata dal Censis significa, in ultima analisi, smettere di abitare l’Hotel dell’Abisso.
Se il welfare continua a essere solo erogazione, confermerà l’isolamento dei cittadini. Se invece diventa generativo, si trasformerà in uno strumento di “riabitazione” dei territori.
Perché il “sottosuolo” di Bonomi diventi davvero una “comunità intraprendente”, occorre un ribaltamento di visione che poggi su pilastri concreti:
- urbanistica delle relazioni.I Microplan non sono solo progetti sociali, ma interventi urbanistici. Ci vorrebbero spazi fisici “ibridi” dove il welfare incontra il commercio di vicinato e l’artigianato;
- economia di prossimità.Serve riconoscere il valore economico delle comunità intraprendenti, con incentivi fiscali per chi rigenera luoghi abbandonati;
- infrastruttura culturale.Se il problema è il capitale semantico, la cultura è un’esigenza primaria. Ci vorrebbe un’integrazione strutturale tra biblioteche, teatri e servizi alla persona.
La sfida per i prossimi anni è chiara: passare dal “galateo dei protocolli” alla “densità dei Microplan”. Serve il coraggio di lasciare che il sottosuolo emerga, dotandolo non solo di risorse economiche, ma di quel capitale semantico che permette di trasformare una somma di individui in una comunità intraprendente.
La generatività sociale non è una tecnica, ma una postura politica: è la capacità di organizzare le domande del territorio invece di limitarsi a erogare risposte preconfezionate.
"La generatività sociale non è un esito scontato, ma il frutto di una frizione tra il capitale sociale esistente e la capacità di visione. Senza attrito tra questi due poli, l’innovazione sociale rimane una tecnica senza anima."
Solo così la generatività sociale smetterà di essere una tecnica “senza anima” per diventare il motore di un nuovo desiderio di futuro.
Ci vuole una “politica della fiducia” che sostituisca definitivamente la burocrazia difensiva con la responsabilità condivisa del fare.



