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Lavoro di cura
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Senza chi cura, non c'è welfare

Perché il Manifesto del Lavoro Sociale di VITA ci riguarda tutti. Un appello civico che merita di essere diffuso, discusso e sottoscritto.
Davide Vairani
4 maggio 2026
10 min di lettura

Immagina un momento che domani mattina spariscano per un solo giornoeducatori,assistenti sociali,operatori delle RSA,operatori di comunità. Solo un giorno. Guardate cosa rimane.

Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono famiglie con un figlio con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto.

Con questa immagine potente si apre ilManifesto del Lavoro SocialecheVITAha elaborato insieme alle 75 organizzazioni del suo Comitato Editoriale, pubblicato come appello civico rivolto a tutti, non solo agli addetti ai lavori.

Il Manifesto del Lavoro sociale - Vita.it
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Una crisi silenziosa che riguarda il welfare di tutti noi

Il punto di partenza delManifestoè scomodo ma necessario:la filiera della cura e dell'educazione si sta svuotando.Non è una questione tecnica o sindacale. È una questionecivile, che riguarda la tenuta delle nostre comunità.

I numeri lo dicono chiaramente. Secondo l'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), tra il 2020 e il 2023 il numero di assistenti sociali negli ambiti territoriali è cresciuto del 40%, passando da 9.750 a 13.621: eppure non basta ancora.1

Per rispettare ilLivello Essenziale delle Prestazionifissato per legge (cioè almeno un assistente sociale ogni 5.000 abitanti) servirebbero ulteriori 1.126 assunzioni nel 40% degli ambiti territoriali.

E per raggiungere uno standard di qualità più solido, ovvero un professionista ogni 4.000 abitanti con contratto stabile, il fabbisogno sale a 4.607 assunzioni o stabilizzazioni. Al Sud la situazione è ancora più grave: nelle regioni meridionali la densità è talmente bassa che in alcune aree si arriva a un assistente sociale ogni 15.000 o 20.000 abitanti.

Non va meglio sul fronte delburnout. Secondo uno studio nazionale condotto nel 2025, il settore Sanità e Assistenza Sociale è tra i più colpiti: il 35% dei lavoratori dichiara di aver vissuto sintomi di burnout, e quasi la metà (45%) afferma di non ricevere supporto adeguato.2

Il problema non è solo economico. È culturale. Manca la stima sociale. Manca il riconoscimento pubblico di questi professionisti che hanno un peso determinante nella vita di tutti noi.

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La filiera si svuota: chi non entra e chi se ne va

I dati sulburnoutfotografano chi è già dentro il sistema e resiste a fatica. Ma il dato forse più preoccupante riguarda chi non ci entra più — e la velocità con cui questa tendenza si sta consolidando.

Il caso deglieducatori professionaliè emblematico. Nell'anno accademico 2025-26, per i corsi di laurea in Educatore professionale sanitario (classe L/SNT2), a fronte di 844 posti disponibili in tutta Italia sono arrivate solo 546 candidature: il 35% dei posti è rimasto vuoto.

Non si tratta di un episodio isolato. Il rapporto tra domande e posti disponibili è passato da 0,97 nel 2021/22 a 0,6 nel 2025/26 — una discesa sistematica che fotografa la progressiva perdita di attrattività di una professione centrale per il welfare.3

Anche sul versante infermieristico e dellacura agli anzianiil quadro è critico. Secondo il rapporto OCSEHealth at a Glance 2025, l'Italia ha già oggi un numero di infermieri inferiore alla media OCSE, con una situazione destinata a peggiorare: i nuovi diplomati sono tra i più bassi tra i Paesi considerati, e i giovani non considerano la professione attrattiva.4

Il quadro di lungo periodo, sul fronte della cura agli anziani, è stato tracciato dall'OCSE nel rapportoWho Cares?: per mantenere l'attuale rapporto di cinque lavoratori ogni 100 persone di età pari o superiore a 65 anni, il numero di operatori nel settore dovrà aumentare di 13,5 milioni entro il 2040 a livello OCSE.5L'Italia — con la sua demografia tra le più anziane d'Europa — è tra i Paesi più esposti.

Non si tratta solo di posti vacanti o concorsi deserti. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivistaSalute e Societàdescrive un vero e proprio circolo vizioso: il disinvestimento strutturale nel lavoro di cura degrada le condizioni lavorative, che innescano processi di abbandono da parte di chi cerca condizioni migliori, che a loro volta aggravano ulteriormente le condizioni di chi resta — con un impoverimento progressivo dell'intero settore e un aumento delle disuguaglianze tra lavoratori.6

E quando questi professionisti mollano quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone.

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Un appello in cinque punti

Il Manifesto non è un documento corporativo. È, come lo definisce VITA stessa, un appellocivico.

Cinque tesi per chi ha a cuore la tenuta della nostra società. Non è"dateci di più"ma: guardate cosa perdiamo se continuiamo a fare finta di non vedere.

Il messaggio centrale è chiaro e senza ambiguità: senza welfare non c'è benessere, e senza lavoratori del sociale non c'è welfare. Il welfare non si regge da solo. Si regge sulle spalle di persone in carne e ossa, che ogni giorno fanno un lavoro di relazione, di prossimità, di cura.

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Perché Il Cantiere Welfare rilancia questo Manifesto

Su questo blog ci occupiamo di costruire pensiero intorno al welfare: come funziona, come potrebbe funzionare meglio, dove si inceppa.

E il Manifesto di VITA tocca uno dei nodi che consideriamo più urgenti e più sottovalutati: il riconoscimento — economico, professionale, culturale — di chi il welfare lo fa esistere ogni giorno.

Non è un tema di nicchia. È trasversale. Riguarda i Comuni che non riescono a trattenere gli assistenti sociali. Riguarda le cooperative che faticano a fare contratti dignitosi. Riguarda le RSA che funzionano grazie a persone stressate e sottopagare. Riguarda le famiglie che dipendono da servizi sempre più fragili.

Il Manifesto non ha tutte le risposte e probabilmente non vuole averle. Vuole essere, come dicono i suoi autori, unapresa di coscienza collettiva. Un punto di partenza per un dibattito che questo Paese ha rinviato troppo a lungo.

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Cosa fare

Leggi e scarica ilManifesto del Lavoro SocialesuVITA: diffondilo nei tuoi spazi professionali, nelle tue comunità, tra le persone che conosci.

Condividi la tua storia, se sei un lavoratore o una lavoratrice del sociale: VITA ha aperto uno spazio per raccogliere testimonianze.

Ogni condivisione, come scriveVITA, è un atto culturale e politico. È il modo più concreto per dire che questa società non può continuare a fingere di non vedere.

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