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Le dieci dimensioni della cura (Parte 1)

Ritornare aldesigndella cura (Parte 1)

Un manifesto necessario dopo la pandemia

Le dimensionidella visibilità
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Sono passati solo pochi anni dallapandemia di COVID-19, eppure sembra già appartenere a un passato remoto. Le mascherine sono sparite, gli ospedali non sono più in affanno, la vita è tornatanormale.

Ma questa normalità porta con sé una dimenticanza pericolosa: abbiamo già rimosso le lezioni più profonde che quellacrisici aveva insegnato sullafragilità delle nostre infrastrutture di cura, sullavulnerabilitàstrutturale dei nostri sistemi, e soprattutto sul valore essenziale — e troppo spesso invisibile — dellavoro dicura.

Questo articolo nasce dalla lettura di“Le dieci dimensioni della cura”, un manifesto condiviso recentemente daNicola Palmarini(Director del National Innovation Centre for Ageing del Regno Unito) sui social.

Palmarini racconta di come, qualche anno fa, un gruppo di ricerca dell’Università di Lancaster si fosse interrogato se il design si prendesse cura - una domanda apparentemente retorica ma in realtà profonda, legata alla densità semantica della parolacareche in inglese abbraccia sia l’atto pratico del curare sia la disposizione emotiva dell’affetto.

L’amnesia collettiva del COVID-19

Durante la pandemia, il mondo ha dovuto confrontarsi con questioni etiche di portata storica.

Gli operatori sanitari si sono trovati a dover decidere chi intubare quando i ventilatori non bastavano, hanno lavorato senza protezioni adeguate rischiando la propria vita, hanno sperimentato quella cheChristophe Dejourschiamasofferenza etica— il dolore psicologico di dover violare i propri valori morali a causa di costrizioni organizzative.

Il sistema sanitario ha mostrato tutte le sue crepe: diseguaglianze strutturali che hanno reso alcune popolazioni più vulnerabili di altre, carenze di risorse che hanno costretto a scelte tragiche, una logica neoliberale che aveva progressivamente eroso le infrastrutture di cura.

Eppure, appena la crisi è passata, siamo tornati abusiness as usual.

Come se niente fosse. Come se non avessimo visto ilavoratori essenziali — quelli della cura, della logistica, della pulizia — essere celebrati come eroi per poi essere nuovamente dimenticati e sottopagati. Come se non avessimo sperimentato sulla nostra pelle la radicale interdipendenza che ci lega gli uni agli altri.

È per questo che oggi è urgente tornare a parlare didesigndellacura.  Non come esercizio accademico, ma come imperativo politico ed etico.

IlCOVID-19ha funzionato come un enorme esperimento etico involontario.

Come evidenziato nelNew England Journal of Medicine, la pandemia ha richiestogiudizi di valoresu questioni critiche: come allocare vaccini scarsi, se introdurre mandati, se limitare i viaggi, come proteggere i più vulnerabili.

Questi non erano problemi tecnici risolvibili con più dati, ma dilemmi etici fondamentali.

La pandemia ha anche esposto brutalmente ledisuguaglianzestrutturali.

Come notato da ricercatori che applicano lacare ethicsal contesto pandemico, abbiamo identificato popolazionivulnerabilioa rischioma non ci siamo presi cura di loro in anticipo; invece, abbiamo radicato disuguaglianze sociali che hanno reso le vite di molti cittadini più difficili.

Le dieci dimensioni della cura: un manifesto operativo

È in questo contesto che si colloca il manifesto“Le dieci dimensioni della cura”— un tentativo di tradurre i principi dell’etica della cura in indicazioni concrete per il design.

01.

La Cura è visibile

La prima dimensione afferma qualcosa di radicale:la cura deve manifestarsi attraverso gesti percepibili.

Non esiste cura invisibile. Questo ribalta decenni di retorica che ha reso il lavoro di cura “naturale” e quindi invisibile, soprattutto quando svolto da donne, da migranti, da persone marginalizzate.

Ladimensione esteticadella cura non è superficiale — è responsabile della forma che prende l’oggetto della cura.

Durante la pandemia, la cura è diventata improvvisamente visibile: i balconi con gli applausi, i cartelli“Grazie eroi”, le lunghe file per i vaccini. Ma questa visibilità era ancora troppo legata alla retorica dell’eroismo, che alla fine ha funzionato come un“responsibility pass”per non dover strutturalmente cambiare le condizioni di lavoro di chi cura.

02.

La Cura è traducibile

La cura non può rimanere un sentimento ineffabile. Deve poter esserecompresa, condivisa, insegnata.

Questo significa costruire linguaggi, metodologie, strumenti che rendano la cura accessibile e trasmissibile — senza perderne l’essenza umana.

Questo è esattamente ciò che stanno facendo i ricercatori del“Designing for Care”: creandoframeworkconcettuali,mid-level principles, metodi applicabili.

Come nella filosofia diEva Feder Kittay, riconoscere l’interdipendenza come aspetto necessario della condizione umana e l’iniquità come strutturale permette di passare da un approccio individuale a uno sistemico.

03.

La Cura occupa spazio

Una delle intuizioni più potenti del manifesto:la cura non si nasconde, irrompe, interrompe, rallenta. Rifiuta la logica del contratto e della transazione veloce.

Si fa esplicita, invade il tempo, chiede attenzione.

Questo è in netto contrasto con la logica neoliberale dell’efficienza, dove il tempo è denaro e ogni rallentamento è uno spreco.

Durante la pandemia, la cura ha letteralmente fermato il mondo. Ilockdownerano interruzioni necessarie.

Il prendersi cura richiedeva tempo, spazio, attenzione — cose che il capitalismo considera costose e improduttive.

04.

La Cura apre possibilità

La cura non è mera gestione del presente, mapromessa di trasformazione. Ogni gesto di cura contiene in sé la possibilità di un domani diverso.

Non necessariamente “migliore” in senso ottimista, ma certamente più giusto.

Questa dimensione generativa della cura è centrale anche nel lavoro diJoan Tronto, che parla di“caring with”— prendersi cura insieme per costruire futuri condivisi.

La pandemia ha mostrato che un altro mondo è possibile: abbiamo visto governi nazionalizzare produzioni, redistribuire risorse, mettere la salute pubblica prima del profitto.

Poi, troppo rapidamente, tutto è tornato come prima.

05.

La Cura è relazionale

Forse la dimensione più centrale dell’etica della cura:la cura non appartiene a chi la offre, ma a chi la riceve. Come nella conversazione, il significato nasce nell’ascolto.

La vera cura è fluida, adattiva, imprevedibile — si modella sulla persona, non sul protocollo.

Questo è fondamentale neldesign. Troppo spesso i sistemi sono progettati secondo logichetop-down, protocolli standardizzati che ignorano i contesti specifici.

Durante la pandemia, i protocolli erano necessari, ma quelli più efficaci erano quelli che rimanevano flessibili e attenti alle necessità concrete delle comunità.

Queste prime cinque dimensioni ci dicono cosa è lacura: èvisibile,traducibile,occupa spazio,apre possibilità, èrelazionale.

Sono dimensioniontologiche— definiscono l’esseredellacura.

Nel prossimo articolo esploreremo le ultimecinque dimensioni— quelle che riguardano come lacuraagisce nel tempo, come si trasforma, come si sostiene, come cambia il mondo.

Guarderemo alla cura come forza generativa, politica, gratuita, rigenerativa e inevitabile.

Continua…

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