Premetto che non conosco nulla dirigenerazione urbanae non ho nel mio bagaglio professionaleurban studies.
Ma la lettura di un articolo diArianna Campanile(Ve la buco questa gentrificazione)mi ha fatto riflettere.
Arianna Campanile–project managere consulente nel campo delle politiche urbane e della sostenibilità per FROM e Bloomberg Associates – ci interroga suldove(in quali quartieri interveniamo?)e sulcosa(quali servizi portiamo?)decidere di urbanizzare.
Obbligandoci a smettere di usare la parolagentrificazionecome unascusaper non agire o, peggio, come una colpa preventiva che blocca ogni miglioramento.
Ho buttato giù alcune prime considerazioni sulleimplicazioni con il lavoro socialenelle nostre comunità e territori in un articolo (Bucare la gentrificazione: il welfare di resistenza nello spazio urbano).

Cosa significaresisterenelwelfare
Nel precedente articolo, ho provato ad indicare unfilo rossoper l’operatore diwelfareper unaresistenza all’espulsionedai quartieri delle nostre città, soprattutto delle fasce più fragili e deboli delle nostre comunità locali.
Campanile individua un rischio reale nel dibattito contemporaneo sullarigenerazione urbana: l’idea chefare benesignifichi automaticamentefare male, che ogni miglioramento dellospazio urbanoproduca inevitabilmentegentrificazioneedesclusione.
Questacolpa preventivarischia di paralizzare l’azione pubblica, creando una situazione paradossale in cui il degrado viene preservato per paura di innescare dinamiche gentrificatorie. Ma, come nota Campanile, questa è una semplificazionepigradi un fenomeno complesso.
Ilwelfare di resistenzaprende sul serio questa critica: resistere non significa non intervenire, ma intervenire con una consapevolezza strutturale dei meccanismi che trasformano ilmiglioramentoinespulsione.
La domanda centrale che Campanile pone –“migliorare la città per chi?”– diventa la bussola metodologica delwelfaredi resistenza.
La resistenza come posizionamento strutturale
Resistere, nelwelfare, non significa opporsi genericamente alsistema, ma assumere un posizionamento preciso rispetto ai processi di accumulazione urbana.
Riconoscere il conflitto come strutturale
Il welfare di resistenza riconosce che alcuni conflitti sono costitutivi del capitalismo urbano: tra valore d’uso e di scambio, traabitare e rendita, tra permanenza e valorizzazione.
Nominare e governare il conflitto senza fingere che sia risolvibile con soluzioni tecniche.
Come scrive David Harvey: “La città capitalista produce sistematicamente esclusione: non possiamo costruire un welfare inclusivo senza mettere in discussione imeccanismi di quella esclusione.”
Il welfare tradizionale pensa ai conflitti come“problemi da risolvere”attraverso lamediazionee ilcompromesso.
Ilwelfare di resistenzariconosce invece che alcuni conflitti sono costitutivi del capitalismo urbano: il conflitto tra valore d’uso e valore di scambio dello spazio, tra abitare e rendita, tra permanenza e valorizzazione immobiliare.
Questo non significa alimentare il conflitto fine a sé stesso, ma nominarlo e governarlo senza fingere che possa essere risolto attraverso soluzioni tecniche o consensuali.
Come scriveHarvey,“la città capitalista produce sistematicamente esclusione: non possiamo costruire un welfare inclusivo senza mettere in discussione i meccanismi di quella esclusione.”
Monitorare i processi, non solo gli individui
Il welfare di resistenza monitora i processi: quali quartieri perdono popolazione fragile, dove si concentrano gli sfratti e qualiservizi informalistanno scomparendo.
Superare la singola “presa in carico” per individuarepattern sistematici di espulsione.
Non basta sostenere l'individuo: serve distinguere tra una difficoltà personale e un processo strutturale che richiedeazione politica e normativa.
Il welfare tradizionale monitora gli“utenti”: quanti sono in carico, quali sono i loro bisogni, quali servizi ricevono.
Ilwelfare di resistenzamonitora i processi: quali quartieri stanno perdendo popolazione fragile, dove si concentrano gli sfratti, come evolvono i prezzi degli affitti, quali servizi informali stanno scomparendo.
Questo richiede strumenti di osservazione territoriale che vadano oltre le schede di presa in carico individuale.
Non basta sapere che“la signora Rossi è stata sfrattata”: serve capire se in quel palazzo, in quella via, in quel quartiere c’è unpatternsistematico di espulsione.
Solo così si può distinguere tra unadifficoltà individuale(che richiede un intervento di sostegno) e unprocesso strutturale(che richiede azione politica e normativa).
Costruire potere, non solo servizi
Il welfare tradizionale eroga servizi; il welfare di resistenzacostruisce potere: la capacità collettiva di negoziare, difendere diritti e bloccare processi espulsivi.
Passare dalla semplice presa in carico all'empowerment conflittuale.
L'operatore aiuta l'utente a trasformarsi insoggetto politicocapace di organizzarsi con altri per cambiare le condizioni strutturali della propria esistenza.
Forse questa è la differenza più radicale: il welfare tradizionale eroga servizi(casa, assistenza, sussidi), ilwelfare di resistenzacostruisce potere.
Potere nel senso di capacità collettiva di difendere i propri diritti, di negoziare con istituzioni e proprietari, di bloccare processi espulsivi.
Questo significa passare da un approccio di presa in carico(l’operatore si fa carico del problema dell’utente)a un approccio diempowerment conflittuale(l’operatore aiuta l’utente a diventare soggetto politico che si organizza con altri per cambiare le condizioni strutturali).
Due logiche inconciliabili?
Ilwelfare tradizionalee ilwelfare di resistenzanon sono semplicemente due“modelli”che si possono combinare o integrare.
Sono espressione dilogiche diverserispetto al ruolo delle politiche sociali nella società capitalista.
| Dimensione | Welfare Tradizionale | Welfare di Resistenza |
|---|---|---|
| Oggetto | L’individuo e i suoi bisogni | I processi strutturali |
| Finalità | Adattare le persone | Trasformare le strutture |
| Conflitto | Mediazione | Riconoscimento |
| Operatore | Case manager | Community organizer |
| Spazio | Servizi decentrati | Difesa del territorio |
| Utenza | Presa in carico | Soggettività politica |

Uno dei paradossi più inquietanti è che il welfare tradizionale può involontariamente facilitare i processigentrificatori.
Individualizzazione delle risposte a processi collettivi
Quando 50 famiglie vengono sfrattate per affitti aumentati, il welfare tradizionale risponde con 50 prese in carico individuali. Risolve il problema immediato, ma lascia intatto ilprocesso di espulsione.
Evitare di funzionare da semplici “ammortizzatori” che rendono meno conflittuale l'espulsione di classe.
Bisogna passare dalla gestione del sintomo individuale all'azione sul meccanismo collettivoche produce lo svuotamento sociale dei quartieri.
Quando 50 famiglie di un quartiere vengono sfrattate per impossibilità a pagare affitti aumentati, il welfare tradizionale risponde con 50 prese in carico individuali: trova alloggi alternativi (spesso in periferie lontane), eroga sussidi temporanei, attiva percorsi di accompagnamento.
Risolve il problema immediato di quelle famiglie, ma lascia intatto il processo che ha prodotto quegli sfratti.
Il risultato è che il quartiere si“svuota”di popolazione fragile, la gentrificazione procede, e ilwelfareha di fatto funzionato da ammortizzatore sociale che ha reso meno conflittuale un processo di espulsione di classe.
Preparazione del terreno per la valorizzazione immobiliare
Senza vincoli sugli affitti, investire in panchine e illuminazione significa lavorare per il mercato immobiliare. È il concetto di“Rent Gap”: il pubblico investe, il privato capitalizza aumentando i prezzi.
Interrogarsi su chi beneficia realmente dei nuovi servizi.
Il welfare non può essere neutro: ogni intervento di riqualificazione deve prevedere clausole di salvaguardia per garantire che i benefici vadano airesidenti attualie non solo a quelli futuri.
Quando il pubblico interviene in un quartiere degradato per “migliorarlo” – mettendo nuove panchine, riqualificando piazze, installando illuminazione – senza contemporaneamente vincolare gli affitti e proteggere i residenti, sta di fatto lavorando per il mercato immobiliare.
Come notato daNeil Smithcon il concetto diRent Gap, i proprietari immobiliari aspettano proprio questo: che il pubblico investa per rendere appetibile un’area, così loro possono capitalizzare quegli investimenti aumentando affitti e prezzi di vendita.
Il welfare tradizionale, concentrato sull’erogazione di servizi“per i cittadini”, non si interroga su chi beneficia realmente di quei servizi: i residenti attuali o quelli futuri?
Mancanza di advocacy strutturale
Il welfare tradizionale lavora “dentro il sistema”, gestendo le conseguenze dell'esclusione senza metterne in discussione le cause. Si limita a trovare alloggi per gli sfrattati invece diopporsi alla radicedei piani di rigenerazione espulsivi.
Passare dalla gestione passiva alla negoziazione attiva.
L'operatore sociale deve agire come un attore politico, pretendendoclausole di protezione vincolantigià nella fase di approvazione dei piani comunali di trasformazione urbana.
Il welfare tradizionale è tipicamentenon-conflittualerispetto alle istituzioni.
Gli operatori lavoranodentro il sistema, cercando di ottenere il massimo possibile per i loro utenti senza mettere in discussione le politiche pubbliche che producono esclusione.
Il risultato è che quando un Comune approva un piano di rigenerazione che produrrà gentrificazione, i servizi sociali si limitano a gestire le conseguenze (trovare alloggi per chi viene sfrattato) invece di opporsi alla radice al piano stesso o di negoziare clausole di protezione vincolanti.
Oltre lacolpa, verso laresponsabilità
Torniamo alla provocazione diArianna Campanile: abbiamo paralizzato l’azione pubblica con lacolpa preventivadigentrificareogni volta che miglioriamo uno spazio?
La risposta del welfare di resistenza è: il problema non è intervenire, ècomee perchiinterveniamo.
La domanda non èaggiustare questa strada produrrà gentrificazione?mastiamo aggiustando questa strada garantendo che chi la abita oggi possa continuare a viverci dopo il miglioramento?
Questo sposta il discorso dallacolpaallaresponsabilità:
Ilwelfare di resistenza, allora, non ècontroil miglioramento urbano:ècontroun miglioramento cheespelle.
È per un miglioramento che include, che protegge, che difende il diritto di chi abita a continuare ad abitare lo spazio che contribuisce a trasformare.
Come scriveLefebvre, ildirittoalla città èil diritto all’opera: partecipare alla produzione dello spazio urbano.
Il welfare di resistenza lavora perché questo diritto non resti un’astrazione teorica, ma diventi pratica quotidiana di difesa e trasformazione dello spazio vissuto.


