Sono passati solo pochi anni dalla pandemia di COVID-19, eppure sembra già appartenere a un passato remoto. Le mascherine sono sparite, gli ospedali non sono più in affanno, la vita è tornatanormale.
Ma questa normalità porta con sé una dimenticanza pericolosa: abbiamo già rimosso le lezioni più profonde che quella crisi ci aveva insegnato sulla fragilità delle nostre infrastrutture di cura, sulla vulnerabilità strutturale dei nostri sistemi, e soprattutto sul valore essenziale — e troppo spesso invisibile — dellavoro dicura.
Questo articolo nasce dalla lettura di“Le dieci dimensioni della cura”, un manifesto condiviso recentemente daNicola Palmarini(Director del National Innovation Centre for Ageing del Regno Unito) sui social.
Palmarini racconta di come, qualche anno fa, un gruppo di ricerca dell’Università di Lancaster si fosse interrogato se il design si prendesse cura - una domanda apparentemente retorica ma in realtà profonda, legata alla densità semantica della parolacareche in inglese abbraccia sia l’atto pratico del curare sia la disposizione emotiva dell’affetto.
Nel primo articolo di questa serie abbiamo esplorato le prime cinque dimensioni del manifesto“Le dieci dimensioni della cura”, ispirato dal lavoro condiviso daNicola Palmarinie nato dalle riflessioni del gruppo di ricerca dell’Università di Lancaster sulla densità semantica dicare.

Abbiamo visto come la cura sia:
- Visibile— si manifesta attraverso gesti percepibili, ha una forma estetica
- Traducibile— può essere compresa, condivisa, insegnata attraverso linguaggi comuni
- Occupa spazio— irrompe, interrompe, rallenta; rifiuta la logica dellafrictionlessness
- Apre possibilità— è promessa di trasformazione, non solo gestione dell’esistente
- Relazionale— non appartiene a chi la offre ma a chi la riceve, si definisce nella relazione
Queste prime cinque dimensioni ci diconocosa èla cura nella sua essenza.
Ora guardiamo alle ultime cinque — quelle che riguardanocome agiscela cura: come si moltiplica, come trasforma, come si sostiene nel tempo, come è inscritta nella nostra stessa natura.
Le dimensioni dinamiche della cura

06.
La Cura è generativa
La curanon si consuma, genera continuamente. È strumento per costruire mondi personali, per dare forma a esistenze più autentiche. Questa dimensione richiama la “promiscuous care” del Care Manifesto — una cura che si moltiplica, che crea reti di relazioni e supporto reciproco.
Mentre le logiche estrattive consumano risorse fino a esaurirle, la cura ha una natura opposta: si moltiplica nell’uso. Quando qualcuno si prende cura di te, spesso questo ti rende più capace di prenderti cura di altri. La cura crea circoli virtuosi invece di spirali di depauperamento.
Per il design, questo significa:progettare sistemi che si rafforzano con l’uso invece di degradarsi. Creare piattaforme che facilitano relazioni di cura reciproca invece di estrarre valore dalle interazioni. Pensare in termini di ecosistemi generativi invece che di risorse finite da ottimizzare. Ogni progetto dovrebbe chiedersi: questo sistema genera più cura di quanta ne consuma?
07.
La Cura è trasformativa
Una delle affermazioni più politiche del manifesto:ogni atto di cura è un atto politico. La cura non è mai neutrale — prende posizione, cambia le cose, redistribuisce potere e attenzione.
Questo è cruciale. Durante la pandemia, le scelte su chi proteggere, chi vaccinare per primo, come allocare le risorse erano profondamente politiche. Come evidenziato dalla letteratura etica sulla pandemia, le decisioni di triage non erano solo tecniche ma incarnavano specifiche concezioni di giustizia, uguaglianza e valore della vita.
Joan Tronto parla di “caring with” come pratica democratica. Quando decidiamo insieme di chi e come prenderci cura, stiamo facendo politica nel senso più profondo — stiamo definendo che tipo di società vogliamo essere.
Per il design, questo significa:riconoscere che ogni scelta progettuale è politica. Decidere per chi progettare, cosa rendere accessibile, cosa semplificare e cosa lasciare complesso — tutte queste sono scelte che redistribuiscono potere. Il design della cura non può fingere neutralità. Deve essere esplicitamente schierato dalla parte di chi è più vulnerabile, di chi ha meno potere, di chi è stato storicamente escluso.
08.
La Cura è gratuita
La cura autenticanon compete, non vende, non calcola ritorni. È come una partita amichevole: si gioca per il piacere di giocare insieme, non per vincere.
Questa dimensione è forse la più radicale in un contesto capitalista. La pandemia ha mostrato le conseguenze del sottoporre la sanità alla logica del profitto: carenze di personale, mancanza di equipaggiamento, strutture inadeguate. La “gratuità” della cura non significa non pagarla — significa liberarla dalla logica dell’estrazione di valore.
Come scrive il Care Collective, la cura non può essere completamente mercificata senza essere distrutta. C’è qualcosa nella cura che resiste alla transazione, che richiede un dono, un eccesso, una generosità che non può essere ridotta a scambio equivalente.
Per il design, questo significa:creare spazi e servizi che non siano interamente governati dalla logica del ritorno sull’investimento. Progettare commons digitali, beni pubblici, infrastrutture condivise. Resistere alla pressione di monetizzare ogni interazione. Riconoscere che alcuni dei sistemi più preziosi sono quelli che operano secondo logiche di dono e reciprocità, non di mercato.

09.
La Cura si rigenera
La cura devenutrire anche sé stessa. Prendersi cura del mondo significa anche custodire le risorse della cura, proteggere chi cura, sostenere nel tempo la possibilità stessa di continuare a curare.
Questo è stato drammaticamente evidente durante la pandemia: il burnout massiccio degli operatori sanitari, la “moral injury” subita da chi ha dovuto violare i propri principi etici, l’esaurimento di chi ha dato tutto senza ricevere supporto sufficiente. Come evidenziato da ricerche sulla well-being dei professionisti sanitari, progettare sistemi sostenibili e creare una cultura che supporti la pratica etica nel luogo di lavoro può mitigare la sofferenza morale e migliorare il benessere.
La cura che non si rigenera si esaurisce. Chi cura ha bisogno di essere curato. I sistemi di cura hanno bisogno di manutenzione, investimento, attenzione continua. Non possiamo estrarre indefinitamente lavoro di cura senza restituire risorse, riconoscimento, supporto.
Per il design, questo significa:progettare per la sostenibilità di lungo termine, non solo per il lancio. Creare sistemi che si prendano cura di chi li mantiene. Includere nei progetti meccanismi di rigenerazione: tempo per il riposo, spazi per la riflessione, risorse per la formazione continua, supporto emotivo per chi sta in prima linea. Riconoscere che la cura ha bisogno di cura.
10.
La Cura è inevitabile
L’ultima dimensione è esistenziale:siamo esseri che curano. Possiamo dimenticarlo, ma non cancellarlo. La cura è scritta nella nostra natura. Essere “care-full” significa affermare ciò che siamo, tornare a ciò che siamo sempre stati.
La pandemia ha forzato questo riconoscimento. Ha costretto a notare la nostra interdipendenza umana. Come scrivono ricercatori applicando la care ethics alla recovery post-pandemica, la crisi ha evidenziato due cose: la nostra interdipendenza umana e la tolleranza della società occidentale per le “disuguaglianze incarnate nelle iniquità sanitarie.”
Riconoscere la cura come inevitabile significa accettare la nostra vulnerabilità costitutiva. Tutti nasciamo dipendenti, molti di noi diventeranno nuovamente dipendenti, e durante la vita tutti abbiamo bisogno di cura in modi diversi e in momenti diversi. L’autonomia assoluta è un mito. Siamo esseri relazionali, interdipendenti, fragili — e questo non è un difetto da correggere ma la condizione umana da riconoscere e onorare.
Per il design, questo significa:progettare partendo dall’interdipendenza, non dall’autonomia. Creare sistemi che riconoscano e supportino la vulnerabilità invece di negarla. Abbandonare l’ideale dell’utente “normale” e “indipendente” e progettare per la diversità delle capacità, dei bisogni, delle condizioni. Il design universale non è un nice-to-have, è il riconoscimento di ciò che siamo: esseri vulnerabili e interdipendenti.
Perché ora? Perché un manifesto?
Quattro anni dopo lo scoppio della pandemia, stiamo vivendo una pericolosaamnesia collettiva. I ritmi produttivi sono ripresi, le priorità economiche sono tornate a dominare, e il breve momento di riflessione collettiva sul valore della cura sembra evaporato.
Ma le condizioni strutturali che hanno reso la pandemia così devastante non sono cambiate:
- i sistemi sanitari continuano a essere sotto-finanziati
- i lavoratori della cura rimangono sottopagati e sovraccarichi
- le diseguaglianze sociali ed economiche continuano ad ampliarsi
- il cambiamento climatico promette crisi sanitarie ancora più gravi
- l’invecchiamento della popolazione richiederà sempre più risorse di cura

Unmanifestoper ildesign della curaè necessario perché:
- Serve memoria attiva. Non possiamo permetterci di dimenticare ciò che abbiamo vissuto e imparato.
- Serve traduzione operativa. I principi dell’etica della cura devono diventare pratiche concrete di design — nell’architettura, nei servizi sanitari, nelle politiche pubbliche, nelle tecnologie.
- Serve cambio di paradigma. Dobbiamo passare da un design centrato sull’efficienza e sul profitto a un design centrato sulla cura e l’interdipendenza.
- Serve azione politica. La cura deve essere riconosciuta come infrastruttura essenziale e finanziata di conseguenza.
Verso un futuro della cura
Il filosofoArundhati Royha scritto, all’inizio della pandemia, che“storicamente le pandemie hanno costretto gli umani a rompere con il passato e immaginare il loro mondo di nuovo. Questa non è diversa. È un portale, un gateway tra un mondo e il prossimo.”
Abbiamo avuto il portale. Ma invece di attraversarlo verso un mondo diverso, più giusto, più basato sulla cura, ci siamo affrettati a tornare indietro verso la normalità che conoscevamo.
Unmanifestoper ildesign della curaè un invito a tornare a quel portale.
A riconoscere che la cura non è un settore dell’economia o una professione specifica, ma la dimensione fondamentale dell’esistenza umana.
A progettare sistemi, servizi, spazi, tecnologie che mettano la cura al centro — non come valore aggiunto, ma come fondamento.
Come diceMaria Puig de la Bellacasa, la cura deve essere“speculativa”— un’esplorazione di nuovi modi di co-esistenza.
La pandemia è stata un momento di“tenderizzazione”che ha allentato la presa del neoliberalismo. Ma questa apertura si sta richiudendo rapidamente.
È il momento di affermare, con forza e chiarezza:siamo esseri che curano. E il design — in tutte le sue forme — deve riflettere questa verità fondamentale.
Ledieci dimensionidelmanifestoci offrono una bussola: la cura è visibile, traducibile, occupa spazio, apre possibilità, è relazionale, generativa, trasformativa, gratuita, si rigenera, ed è inevitabile.
Ognuna di queste dimensioni è un invito all’azione, una sfida al modo in cui progettiamo il mondo. Non possiamo più permetterci di dimenticare. Non possiamo più permetterci di tornare abusiness as usual. La cura ci chiama, e dobbiamo rispondere.


