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Dal lavoro senza democrazia al welfare mercificato

Dal lavoro senza democrazia al welfare mercificato
Quandosubordinazionediventa sistema e il pluralismo dei valori come antidoto
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In unprecedente articoloabbiamo analizzato come illavoro pubblicosia diventato unospazio senza democrazia, dove operatori e funzionari sperimentano forme di subordinazione che non tollereremmo mai nello spazio pubblico.

Abbiamo visto come questa condizione — cheElizabeth Andersonchiama“governo privato”— contraddice la missione democratica della pubblica amministrazione.

Ma c’è un problema ulteriore, più insidioso:questa subordinazione non resta confinata all’interno degli uffici.Si trasmette ai servizi stessi.

Quando il welfare adotta la stessa logica che produce subordinazione nel lavoro, il risultato è un sistema che mercifica le relazioni, svaluta la cura e tradisce la propria missione emancipatrice.

È qui che si consuma il cortocircuito: ilwelfare pubblico, che dovrebbe costruirerelazioni di eguaglianza, adotta la grammatica delmercatoche producesubordinazione.

E quando questa logica colonizza i servizi alla persona, non fallisce solo tecnicamente: tradisce la propria ragione d’essere.

Come già osservavaNorberto Bobbionel 1984:“La democrazia non ha ancora varcato la soglia della fabbrica e dell’ufficio”.

Quarant’anni dopo, possiamo aggiungere:non ha varcato nemmeno la soglia dei servizi alla persona.

Il monismo economico colonizza il welfare pubblico

In un recente articolo suIl Sole 24 Ore (Il pluralismo dei valori e i limiti del mercato),Vittorio Pelligraha approfondito il pensiero della filosofaElizabeth Anderson, in particolare il suo concetto dimonismo economico: la convinzione che ogni bene, ogni attività, ogni relazione possa essere compresa, confrontata e giustificata attraverso un’unica logica valutativa — quella del prezzo, dello scambio, dell’efficienza.

Andersonsviluppa questa critica inValue in Ethics and Economics(Harvard University Press, 1993), libro che a distanza di oltre trent’anni continua a mettere in discussione uno dei presupposti più radicati dell’economia neoclassica: l’idea che esista un’unica metrica del valore.

“Trattare tutto come una merce significa imporre una particolare concezione del valore a pratiche sociali che rispondono a norme differenti. Le relazioni personali governate dalle norme del mercato tendono a deteriorarsi, perché il mercato incoraggia atteggiamenti di strumentalizzazione incompatibili con il rispetto, la cura e la reciprocità.”

—Elizabeth Anderson,Value in Ethics and Economics (1993), p. 143
Scheda del libro su Amazon.it

Negli ultimi trent’anni, il welfare pubblico italiano ha progressivamente adottato questa logica.

Appalti al ribasso, KPI aziendali, prestazioni standardizzate, voucher individualizzati, minutaggio delle attività di cura.

Strumenti nati per aumentare l’efficienzache hanno finito per trasformare servizi intrinsecamente relazionali in transazioni di mercato.

Il problema — come sottolinea Anderson — non è che questi strumenti siano in sé sbagliati.Il problema è che vengono applicati a sfere dove la logica del prezzo è inappropriata.

Il lavoro di cura, l’educazione, l’assistenza sociale non sonoprestazioniacquistabili al miglior prezzo. Sono pratiche relazionali che incorporano valori — riconoscimento, responsabilità, reciprocità — che si perdono quando vengono mercificate.

E qui emerge il paradosso più profondo:nel settore privato, la subordinazione gerarchica viene giustificata come soluzione efficiente.Ma nel welfare pubblico questa giustificazione decade.

L’obiettivo non è il profitto, ma il perseguimento dell’interesse pubblico. La missione è intrinsecamente democratica: garantire diritti, costruire cittadinanza, facilitare relazioni di eguaglianza.

Eppure, proprio nel welfare pubblico si riproducono — anzi, si amplificano — i meccanismi del mercato.

Con un effetto perverso:la subordinazione si trasmette due volte. Prima agli operatori (come abbiamo visto nell’articolo precedente), poi agli utenti dei servizi.

Come scriveAndersoninPrivate Government: How Employers Rule Our Lives(Princeton University Press, 2017):

“La teoria economica standard ci dice che il mercato è il regno della libertà, ma per la maggior parte delle persone il mercato è solo la porta d'ingresso verso un governo privato in cui sono soggetti a un'autorità arbitraria e dittatoriale.”

—Elizabeth Anderson,Private Government (2017)
Scheda del libro (Princeton University Press)

Il pluralismo dei valori come bussola

Contro il riduzionismo delmonismo economico,Elizabeth Andersonpropone una tesi tanto semplice quanto radicale:i beni differiscono non solo in quantità ma anche nel loro “genere”. Non solo “quanto”, ma anche “perché”.

Come scrivePelligra, citando Anderson: “Il mondo è permeato da molti valori diversi, e le cose buone differiscono non solo per grado, ma per genere“.

Alcuni beni li desideriamo, altri li rispettiamo, altri ancora danno forma alla nostra identità e al modo in cui stiamo in relazione con gli altri.

Questa non è filosofia astratta. È un principio operativo per chi governa e gestisce il welfare.Significa riconoscere che beni diversi richiedono criteri di allocazione differenti, perché incorporano e producono relazioni sociali differenti.

Pelligraporta un esempio illuminante tratto dalla vita quotidiana:

“Stamattina andavo al lavoro a piedi e, ad un certo punto, ho costeggiato una piccola trattoria. [...] In vetrina era esposto un cartello con una scritta a mano che diceva 'Un primo al pomodoro a chi non può'. Se non ce la fai, entra qui, oggi gli spaghetti te li offriamo noi. Quanto vale quella pietanza? Se utilizziamo il criterio del prezzo, niente! Quel pasto è gratis, quindi prezzo uguale zero. Ma siamo sicuri che quegli spaghetti con il gesto che c'è sotto, l'attenzione, la semplicità e il calore, che esso segnala non valgano niente per chi li riceve?”

—Vittorio Pelligra,Il pluralismo dei valori e i limiti del mercato
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2026 (Link all'articolo)

Il paradosso:un bene che possiede un prezzo nullo o bassissimo ma che, al tempo stesso, produce un valore enorme, infinito, proprio perché gratuito, cioè non dovuto.

Questo è esattamente ciò che ilwelfare pubblicodovrebbe fare:produrre valore che non può essere misurato dal prezzo, perché il suo significato dipende dalla relazione che istituisce.

Quando ilwelfareadotta la grammatica del mercato, non cambia solo gli incentivi. Cambia i criteri di riconoscimento. Trasforma relazioni di cura in transazioni. Degrada il valore stesso che dovrebbe proteggere.

Questo principio aveva già trovato una formulazione politica inMichael Walzer, che nel suoSpheres of Justice(1983) sosteneva la necessità di difendere la pluralità delle sfere di valutazione.

Anderson riprende e approfondisce questa intuizione, applicandola specificamente alla critica del mercato come principio ordinatore universale.

Tre aree critiche del welfare mercificato

Illavoro di cura: quando il minutaggio uccide la relazione

La cura — scrive Anderson —non è solo un servizio, ma una pratica relazionale che implica attenzione, responsabilità, riconoscimento della vulnerabilità dell’altro.

Quando viene interamente tradotta in termini di prestazione contrattuale, qualcosa va perduto. Non è tanto una questione di efficienza, quanto di significato morale della relazione.

Pensiamo all’assistenza domiciliare. Il capitolato prevede 30 minuti per l’igiene personale, 15 per il pasto, 10 per il riordino. L’operatore sa che se sfora viene penalizzato. L’anziano percepisce la fretta.La relazione diventa una corsa contro il cronometro.

O pensiamo alleRSA: gare al massimo ribasso, turn-over altissimo del personale, operatori precari e sottopagati, utenti che cambiano riferimento ogni poche settimane.La continuità relazionale — che è il cuore della cura — diventa impossibile.

Qui emerge il doppio paradosso che avevamo anticipato nel precedente articolo:gli operatori sono trattati comefornitori di prestazioni(derubricati, privi di autonomia professionale), e gli utenti sono trattati comeconsumatori di servizi.

Entrambi perdono dignità. Entrambi sperimentano subordinazione invece che riconoscimento.

Andersonè netta su questo punto:“Il problema non è che la cura debba essere gratuita o informale, ma che la sua organizzazione istituzionale non può essere guidata esclusivamente dal criterio del prezzo, senza che questo comprometta il valore stesso che dovrebbe proteggere.”

Le questioni di genere: il welfare che penalizza la cura

Ilwelfareè un settore fortementefemminilizzato: educatrici, OSS, assistenti sociali, infermiere. Eppure usa criteri valutativi che Anderson definiscecompetitivi: performance misurabili, produttività, capacità di autopromozione, propensione al confronto agonistico.

Lagender economicsha prodotto negli ultimi anni una vasta letteratura empirica che mostra come uomini e donne, in media, differiscono nella propensione alla competizione, nella disponibilità ad assumere rischi e nell’inclinazione all’autoselezione in contesti altamente competitivi.

Come scrivePelligra, citando la ricerca in questo campo:

“A parità di competenze, le donne tendono più frequentemente a evitare la competizione, non perché meno capaci, ma perché meno inclini a valorizzarla come criterio di giustizia. Se si prende sul serio questo dato emerge un fatto normativamente rilevante: il mercato non premia semplicemente i più meritevoli, ma coloro le cui disposizioni sono maggiormente allineate con la logica competitiva.”

—Vittorio Pelligra,Il pluralismo dei valori e i limiti del mercato
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2026 (Link all'articolo)

Il risultato?Le competenze cooperative — l’affidabilità, l’attenzione ai contesti, la cura relazionale, la responsabilità reciproca — diventano invisibili.

Non perché non ci siano, ma perché il sistema di valutazione non le riconosce. Non sono traducibili in KPI. Non si misurano con il cronometro. Non emergono nei sistemi premiali basati sulla performance individuale.

Andersonè esplicita su questo punto:

“Quando una sfera sociale viene organizzata esclusivamente secondo la logica del mercato, non ci si limita a cambiare gli incentivi: cambiano i criteri di riconoscimento. Capacità come la cooperazione, l'affidabilità, la cura, l'attenzione ai contesti e alle relazioni tendono a diventare invisibili o secondarie, perché non facilmente traducibili in performance competitive. Il risultato non è solo una distorsione allocativa, ma una gerarchia di status.”

—Elizabeth Anderson(citata da V. Pelligra),Il pluralismo dei valori e i limiti del mercato
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2026 (Link all'articolo)

Il welfare mercificato produce quindi una doppia ingiustizia: economica (sotto pagamento sistematico del lavoro di cura) e simbolica (svalutazione delle competenze relazionali).Chi eccelle in contesti competitivi viene riconosciuto come più meritevole; chi contribuisce in modi meno competitivi, ma socialmente essenziali, viene svalutato.

La cittadinanza sociale: utenti o cittadini?

PerAnderson, come già anticipato nel nostro primo articolo,ciò che conta prima ancora dichi ha quanto è la natura delle relazioni che legano tra loro le persone.

Le istituzioni sono giuste quando rendono possibilirelazioni di “non-dominio”, relazioni tra individui che possono considerarsi eguali. Al contrario sono ingiuste quando producono subordinazione, dipendenza, svalutazione morale.

Ma cosa accade quando ilwelfarediventa mercato di prestazioni?

Gli utenti vengono trasformati in consumatori.Non più cittadini con diritti esigibili, ma clienti che “acquistano” servizi (spesso attraverso voucher o buoni). La relazione di cittadinanza viene sostituita da una relazione commerciale.

Il problema non è solo simbolico. È strutturale.Se gli operatori non hanno voice — come abbiamo visto nell’articolo precedente — come possono gli utenti averla?

Se i servizi sono organizzati secondo logiche di efficienza aziendale, dove sta lo spazio per la co-progettazione? Per la partecipazione? Per il riconoscimento della soggettività dell’utente?

Come scriveMariella Stella— che abbiamo citato nelprecedente articolosulla PA di prossimità — il rischio è che l’utente diventisuddito del protocollo, esattamente come l’operatore. Subordinazione replicata, non eguaglianza costruita.

“Il lavoratore, derubricato a suddito del protocollo, vede la propria discrezionalità interpretata come un rischio da neutralizzare invece che come una risorsa per generare valore. La sfida è costruire una burocrazia relazionale: capace di tenere insieme regole e relazioni, struttura e cooperazione.”

—Mariella Stella,L'innovazione sociale per una Pa di prossimità 'competente'
Rivista Italiana di Public Management, Vol. 6, N. 2, 2023 (Link al PDF)

2. Valutazione: rendere visibile l'invisibile

Indicatori di qualità relazionale:costruire sistemi di valutazione che includano: continuità del rapporto operatore-utente (misurata in mesi/anni), percezione di dignità e riconoscimento da parte degli utenti (rilevata attraverso interviste qualitative), capacità di personalizzazione del servizio, spazi di ascolto e co-progettazione effettivamente praticati.

Valutazione partecipata:coinvolgere operatori, utenti e territori nella definizione stessa di cosa significa "qualità" in quel servizio specifico. Non delegare tutto a KPI aziendali definiti dall'alto. Creare tavoli permanenti di valutazione partecipata dove le voci di chi eroga e di chi riceve il servizio abbiano peso reale.

Riconoscere la dimensione non quantificabile:accettare esplicitamente — nei documenti di programmazione, nelle linee guida, nelle valutazioni — che alcune dimensioni della cura (l'ascolto, la presenza, il riconoscimento reciproco, la capacità di stare nell'incertezza) non possono essere misurate con il cronometro o ridotte a numeri. E che va bene così, perché sono proprio queste dimensioni a costituire il valore più profondo del welfare.

3. Organizzazione del lavoro: dalla subordinazione alla voice

Spazi strutturati di voice:collegandoci direttamente all'articolo precedente sul lavoro senza democrazia, creare luoghi istituzionalizzati dove operatori possano esprimere dissenso costruttivo, proporre innovazioni organizzative, partecipare alle decisioni che riguardano il loro lavoro quotidiano. Non assemblee occasionali, ma spazi permanenti con potere deliberativo reale.

Supervisione come pratica riflessiva:trasformare la supervisione da controllo gerarchico a spazio di elaborazione collettiva della complessità del lavoro di cura. Riconoscere che il lavoro sociale ed educativo produce carico emotivo, espone a situazioni difficili, richiede elaborazione. Investire in supervisione professionale di qualità, non come optional ma come diritto e strumento di lavoro.

Legittimazione della discrezionalità professionale:come suggerisce Stella, costruire una "burocrazia relazionale" che tenga insieme regole e relazioni, struttura e cooperazione. Riconoscere che la discrezionalità dell'operatore — la sua capacità di interpretare la situazione, adattare l'intervento, personalizzare la relazione — non è un rischio da controllare ma la risorsa principale del welfare di qualità.

4. Riconoscimento professionale: dare valore alla cura

Inquadramenti contrattuali che valorizzino competenze relazionali:rivedere i sistemi di classificazione e progressione di carriera per riconoscere economicamente — non solo a parole — le competenze cooperative, di cura, di gestione della complessità relazionale. Superare la logica per cui conta solo la produttività misurabile.

Formazione esperienziale e riflessiva:investire in formazione che non sia solo tecnica ma anche relazionale e riflessiva. Formare alla gestione delle emozioni, alla supervisione tra pari, all'analisi dei casi, alla capacità di stare nell'incertezza. Riconoscere che nel lavoro sociale non esistono protocolli che funzionano sempre: serve capacità di giudizio professionale situato.

Dignità economica del lavoro di cura:affrontare il paradosso strutturale per cui chi si prende cura degli altri — bambini, anziani, persone fragili — è sistematicamente sottopagato, precario, esposto a condizioni di lavoro deteriorate. Questo non è un effetto collaterale: è il risultato diretto di una logica che misura il valore attraverso il prezzo di mercato e che quindi svaluta tutto ciò che il mercato svaluta.

La responsabilità politica di scegliere quali valori proteggere

Come scriveAndersonnel passaggio forse più politicamente denso diValue in Ethics and Economics:

“La giustizia non riguarda solo l'allocazione delle risorse, ma la forma delle relazioni sociali che quelle allocazioni rendono possibili. Difendere la pluralità delle sfere di valutazione significa difendere una concezione della giustizia come architettura delle relazioni tra eguali.”

—Elizabeth Anderson,Value in Ethics and Economics (1993)
Scheda del libro (Harvard University Press)

Non è una questione tecnica: è una questione politica.Significa decidere quali valori vogliamo proteggere e come. Significa riconoscere che il welfare non può essere valutato solo con il metro dell’efficienza, perché la sua missione è costruire eguaglianza, non subordinazione.

Pelligraconclude il suo articolo con un monito che vale per tutti noi che operiamo e decidiamo nel welfare:

“Il compito delle istituzioni non è idolatrare né demonizzare il mercato, ma capire dove informa bene e dove misura male. In alcune sfere il prezzo è un buon indice; in altre è un cattivo interprete del valore e finisce per riscrivere, senza dichiararlo, i criteri del riconoscimento. È qui che la politica deve intervenire. Non per sostituirsi al mercato, ma per impedirgli di diventare l'unica grammatica con cui giudichiamo ciò che più conta.”

—Vittorio Pelligra,Il pluralismo dei valori e i limiti del mercato
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2026 (Link all'articolo)