
Si fa presto a dire"co-programmazione"
Cosa succede davvero quando lo stesso articolo di legge atterra in contesti diversi?
In Italia, secondo il Terzjus Report, solo il10,3%degli avvisi pubblici di amministrazione condivisa sonoco-programmazioni.1
La ricerca di Vesan, Razetti e Papa pubblicata suImpresa Socialemostra che le co-programmazioni sono passate da una sostanziale irrilevanza a quella quota attuale in circa un quinquennio: una crescita reale, ma che lascia lo strumento largamente minoritario rispetto alla co-progettazione2.
Il resto, appunto, èco-progettazione. E prima della co-progettazione? E' obbligatorio per legge fare precedere una procedura di co-programmazione?
Secondo il TAR Toscana la risposta sembrerebbe affermativa. Nella sentenza n. 840/2026 ha infatti annullato una procedura del genere attivata dalla Provincia di Livorno per il servizio di assistenza scolastica agli alunni con disabilità senza che la fase a monte fosse mai avvenuta: il Consiglio di Stato aveva già chiarito che la co-progettazione serve adare attuazionea quanto individuato nella co-programmazione, non a sostituirla3.
Co-programmazione: chi la fa (davvero)?— cinque ragioni per cui lo strumento resta raro e la ricostruzione della giurisprudenza sull'art. 55 dal 2018 a oggi.
A parte questo aspetto, qui voglio scendere dentrotre co-programmazioni realmente accadute, documentate negli atti amministrativi, molto diverse tra loro per scala e territorio: un piccolo ambito montano in Trentino, un intero Piano di Zona in Veneto, e un percorso appena concluso a Milano sull'emergenza abitativa, di cui ho potuto seguire gli atti dall'avviso pubblico fino al suo sbocco in co-progettazione.
L'obiettivo è capire megliocosa succede davvero quando lo stesso articolo di legge — l'art. 55 del Codice del Terzo Settore — atterra in tre contesti amministrativi diversi: che metodo usano, quanta trasparenza offrono, come selezionano chi si siede al tavolo, e quanto tempo dedicano davvero a programmare rispetto a quanto ne dedicano a mettere a punto una soluzione già abbozzata.Caso 1 — Giudicarie e Alto Garda e Ledro (Trentino): la co-programmazione che ascolta anche i cittadini.
Il procedimento nasce con un Avviso pubblico del 12 febbraio 2026, con base giuridica doppia: l'art. 55 del Codice del Terzo Settoreel'art. 3, comma 4 bis della L.P. 13/2007 — la legge sulle politiche sociali della Provincia Autonoma di Trento.
Un primo dato utile: nelle Regioni a statuto ordinario l'art. 55 si applica per via diretta; nelle Province autonome si intreccia con una legislazione sociale propria, spesso più risalente della riforma nazionale del 2017.
La co-programmazione si muove dentro una cornice concettuale, le«Linee di indirizzo per un sistema a sostegno della domiciliarità delle persone anziane e dei loro familiari in Provincia di Trento», approvate con Deliberazione di Giunta provinciale n. 1369 del 12 settembre 2025. Una scelta precisa: avevano già ridefinito la domiciliarità come un costrutto sociale — non il valore assoluto di restare nella propria abitazione, ma l'esito di come le persone vivono concretamente il senso di sicurezza, gratificazione e benessere relazionale legato all'abitare4.
L'oggetto è circoscritto: costruire un«sistema integrato dei servizi a sostegno della domiciliarità»per il territorio delle due Comunità. Alla scadenza sono pervenute28 domande di partecipazionetra Servizi sociali, servizi sanitari territoriali, Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona ed Enti del Terzo Settore.
Ma è ciò che l'amministrazione ha fattoprimadi aprire i tavoli a rendere questo caso diverso dagli altri due: nella fase di progettazione del percorso, l'amministrazione ha raccoltostorie di vitadi 14 persone anziane e caregiver, selezionate per rappresentare le condizioni più significative dei percorsi di non autosufficienza.
Un contributo di Elena Cetto, Alba Civilleri, Luca Fazzi, Ester Gubert, Federica Rottaris e Federica Sartori, pubblicato suWelforumsposta l'attenzione proprio su questo aspetto, un punto che la letteratura precedente dà quasi per scontato: quando si parla di«co-titolarità della lettura dei bisogni», si intende quasi sempre la relazione fra amministrazione ed Enti del Terzo Settore, non quella fra amministrazione e le persone che quei bisogni li vivono in prima persona.
Gli autori notano che i meccanismi di selezione e coinvolgimento previsti dall'art. 55 finiscono per rafforzare la dimensione negoziale fra pubblico e Terzo settore, più che la capacità di lettura autentica dei bisogni — e che cittadini e utenti, pur essendo teoricamente i sensori più affidabili dell'evoluzione dei bisogni sociali, risultano«quasi sempre assenti»dai tavoli4.
Le storie sono state organizzate lungo le tre fasi tipiche del decadimento — la fase preliminare, il sostegno a domicilio, la residenzialità protetta — e questa scansione temporale è servita a costruire il calendario e i temi degli stessi tavoli di co-programmazione, invece di ripartire ogni volta da un confronto generico tra punti di vista già consolidati4.Il tavolo si è riunito cinque volte fino a metà maggio 2026: un primo incontro di discussione generale, tre incontri dedicati ciascuno a una fase del percorso di non autosufficienza — costruiti sulle storie di vita raccolte — e un incontro conclusivo di sintesi delle priorità. Usare le voci dirette di anziani e caregiver come materiale di lavoro dei tavoli, anziché farle raccontare solo da chi li rappresenta istituzionalmente, è esattamente ciò che la letteratura sul coinvolgimento dei cittadini raccomanda e che, empiricamente, quasi nessuna co-programmazione mette in pratica.
Il contenuto emerso è un modello costruito sui corsi di vita reali: l'esigenza di un accompagnamento precoce fin dalla comparsa dei primi segnali, la necessità di strumenti di valutazione che includano anche il sistema di caregiver familiari, e una filiera di continuità tra domiciliarità, sostegno professionale e residenzialità protetta pensata per accompagnare l'evoluzione dei bisogni invece di intervenire solo quando la situazione è ormai sfuggita di mano.
L'esito, come previsto dalla norma, resta non vincolante: le due Comunità ne terranno conto nelle successive decisioni di affidamento e finanziamento.
Caso 2 — Piano di Zona 2023-2025, ULSS 8 «Berica» (Veneto): la co-programmazione «a cascata regionale».
Qui non si co-programma un singolo intervento, ma l'intero Piano di Zona dei servizi sociali e sociosanitari per il triennio 2023-2025 di due Distretti (Est e Ovest) dell'Azienda ULSS 8, in attuazione delle Linee Guida della Giunta Regionale del Veneto (DGRV 1312/2022).
Il percorso amministrativo colpisce per la sua compressione temporale.
Tutto si concentra tra dicembre 2022 e marzo 2023: preannuncio pubblico, avviso, raccolta delle domande, due giornate in cui gli enti si autoselezionano dividendosi per area tematica, le sessioni operative dei sei Tavoli (famiglia/infanzia/adolescenza/minori, persone anziane, disabilità, dipendenze, salute mentale, inclusione sociale), il lavoro di sintesi tecnica, l'approvazione dei due Piani di Zona di Distretto e infine la trasmissione alla Regione.
Il dato che conta è questo: ciascuna delle sei aree tematiche ha ricevutodue sessioni di due ore ciascuna— quattro ore di lavoro di tavolo, in tutto, per costruire la programmazione triennale di un'intera area di policy che riguarda decine di migliaia di persone.
Dall'avviso pubblico alla trasmissione del Piano approvato alla Regione:88 giorni. Sei aree di policy, 78 candidature gestite, un Piano di Zona triennale completo.
Il meccanismo delle 78 domande merita un commento a parte. Di fronte a un numero di richieste superiore al quorum, l'amministrazione non ha scelto discrezionalmente chi ammettere: ha delegato la selezione della rappresentanza agli enti stessi, con un principio di rotazione. Una soluzione elegante sulla carta, coerente con l'autonomia del Terzo settore — ma che sposta soltanto il luogo della discrezionalità, dall'amministrazione al settore stesso, senza eliminarla: chi non viene scelto dai propri pari resta comunque fuori dal tavolo formale.
La trasparenza, qui, è la più solida dei tre casi: verbali pubblicati, sito web dedicato, playlist YouTube completa del percorso dalla videoconferenza di preannuncio in poi.
Il meccanismo di compressione temporale appena descritto per l'ULSS 8 non è un'anomalia locale: è l'effetto prevedibile di come molte Regioni hanno impostato il rapporto tra Piani di Zona e co-programmazione.
In Lombardia, per fare l'esempio più documentato, la DGR XII/2167 del 15 aprile 2024 richiede esplicitamente agli Ambiti di coinvolgere il Terzo settore«in ottica di co-programmazione»prima della co-progettazione, fissando una scadenza stretta: i nuovi Piani di Zona dovevano essere approvati entro il 31 dicembre 20245.
l risultato, prevedibile, è stato che decine di Ambiti lombardi — l'Ambito di Brescia Est ne è un esempio tra i tanti — hanno prodotto avvisi di co-programmazione nello stesso trimestre, per lo stesso obbligo regionale, con margini di manovra ancora più stretti di quelli veneti6.
Non è una critica ai singoli Ambiti, ma un'osservazione sul meccanismo. Quando una Regione impone o raccomanda con forza la co-programmazione come passaggio formale del ciclo di programmazione — utile per rendicontare in modo omogeneo l'adempimento su tutto il territorio — il rischio è che il termine venga usato per etichettare un adempimento burocratico stagionale, sincronizzato sul calendario regionale, più che per descrivere un reale investimento di tempo e risorse nella lettura condivisa dei bisogni.
Caso 3 — Comune di Milano, filiera degli alloggi: la co-programmazione «che corre veloce verso l'azione».
Il percorso milanese di co-programmazione si è concluso, ed è arrivato a produrre conseguenze operative concrete: 488 alloggi messi in campo e un avviso di co-progettazione.
Il punto di partenza è la Deliberazione di Giunta Comunale n. 272 del 6 marzo 2025, che approva — ai sensi dell'art. 55 — le linee di indirizzo politico per una co-programmazione sulla «filiera degli alloggi da destinare al disagio sociale e abitativo in generale, ed all'emergenza abitativa in particolare». È la prima volta che a Milano una co-programmazione viene condotta congiuntamente da due Direzioni comunali — Welfare e Salute, e Casa — anziché da una sola: un dettaglio che segnala l'ambizione di superare la logica dei silos amministrativi.
L'Avviso pubblico operativo, approvato con Determinazione Dirigenziale n. 2211 del 24 marzo 2025, resta aperto dal 26 marzo al 29 aprile 2025. Sono ammessi 34 soggetti: 31 Enti del Terzo Settore più 3 soggetti non appartenenti al Terzo settore, invitati in quanto portatori di conoscenza specialistica sul tema. Un ventaglio ampio ma non spropositato, gestito — a differenza del caso veneto — per ammissione diretta di tutti i richiedenti idonei, senza necessità di autoselezione.
Il percorso si apre con una plenaria il 15 maggio 2025, in cui l'amministrazione presenta quattro Gruppi di Lavoro tematici: ricognizione dei bisogni per target, mappatura dell'offerta e del patrimonio immobiliare disponibile, ricognizione dei modelli esistenti (AUTE, RST, Housing First, Housing Led), individuazione di risorse e modelli di finanziamento. Ogni ente sceglie a quali gruppi partecipare, con un tetto di due preferenze a testa; ciascun gruppo si riunisce due volte, tra maggio e giugno. Una plenaria di restituzione il 27 giugno e una plenaria conclusiva il 4 luglio 2025 chiudono il percorso. Il Documento di sintesi finale viene approvato con Determinazione Dirigenziale n. 7521 del 10 settembre 2025.
Dall'avviso pubblico all'approvazione del documento conclusivo:poco più di cinque mesi e mezzo— un ordine di grandezza più vicino al caso veneto che a quello trentino, nonostante l'oggetto sia enormemente più ampio di entrambi.
Ciò che rende questo caso interessante ècosa è emerso nei quattro Gruppi di Lavoro. I primi due — ricognizione dei bisogni e mappatura dell'offerta — restano nel perimetro classico della co-programmazione: individuano target prioritari e mappano un patrimonio di partenza di circa 300 alloggi pubblici, concentrati per il 35% nel Municipio 9. È lettura dei bisogni, nel senso proprio dell'art. 55, comma 2.
Ma il Gruppo di Lavoro 4 ha già prodotto, nell'ambito della co-programmazione, una stima puntuale dei costi di ristrutturazione (in media 25.000 euro per unità abitativa, più 4.000-5.000 euro di allestimento), un'ipotesi di durata minima di disponibilità degli alloggi (15 anni, più 10 di proroga), un mix di finanziamento articolato (indebitamento bancario non superiore al 50%, equity per il resto, social bond, fondi a fondo perduto) e persino un tasso di morosità atteso (tra l'8% e il 15%). Questo non è più «individuazione dei bisogni e delle risorse disponibili» in senso ricognitivo: è dimensionamento finanziario di un intervento — esattamente il tipo di lavoro che, nella distinzione di Marocchi, appartiene alla co-progettazione avanzata, non alla co-programmazione7.
La conferma arriva dal seguito. L'11 dicembre 2025 — poco più di tre mesi dopo l'approvazione del documento di sintesi — la Giunta comunale approva con la Deliberazione n. 1568/2025 gli indirizzi per la co-progettazione vera e propria, relativa a un sistema di gestione di488 unità immobiliari(339 alloggi ERP nel Comune di Milano, 143 nell'area metropolitana, 6 beni confiscati), da mettere a disposizione degli enti del Terzo settore per25 anni— esattamente la somma di quei «15 più 10 di proroga» già ipotizzata a settembre8. Il modello di finanziamento misto, il ruolo della cabina di regia, persino i target prioritari sono gli stessi, quasi parola per parola, di quelli emersi nei Gruppi di Lavoro di maggio-giugno9.
Dall'avviso di co-programmazione alla delibera che avvia la co-progettazione:circa nove mesi.
Ma proprio questa rapidità solleva la domanda: un percorso che, già a settembre, sapeva indicare il tasso di morosità atteso su un finanziamento bancario non ancora acceso, stava davvero ancora «programmando insieme i bisogni», o stava già, di fatto, mettendo a punto un progetto abitativo la cui architettura finanziaria era sostanzialmente già decisa? Non è una domanda a cui gli atti amministrativi, per quanto trasparenti, permettono di rispondere con certezza: quel che è certo è che il caso milanese, tra i tre, è quello in cui la distanza tra «leggere i bisogni» e «decidere la soluzione» appare più corta.
Va sottolineato che sul piano della trasparenza documentale il caso milanese è solido: l'elenco nominale dei 34 soggetti ammessi è pubblico, così come l'avviso, le due determinazioni dirigenziali di apertura e chiusura, e il documento di sintesi di sedici pagine con tabelle SWOT e stime di costo dettagliate.
Gianfranco Marocchi, riflettendo suWelforumsul perché la co-programmazione«arranchi», nota che sotto l'etichetta dell'art. 55 convivono in realtà esigenze molto diverse: c'è la co-programmazione «vera», quella che si interroga su scenari di medio periodo con un investimento serio in dati e studio; e ci sono operazioni che assomigliano più a un adeguamento operativo di un sistema di servizi già abbastanza definito, per cui basterebbe — a suo dire — una co-progettazione «avanzata» ben condotta7.
Il campanello d'allarme, scrive Marocchi, suona proprio quando co-programmazione e co-progettazione si susseguono a distanza di pochi mesi: in quei casi, è lecito chiedersi se non fosse più onesto, fin dall'inizio, dichiarare che si stava già progettando qualcosa di abbastanza preciso, invece di passare comunque per due procedimenti distinti7.
Milano offre un livello di dettaglio finanziario che né il caso trentino né quello veneto offrono — e questo lo rende, paradossalmente, il casopiù trasparente sui numerie insieme ilpiù esposto al dubbioche la co-programmazione fosse già, di fatto, co-progettazione.
Le tre dimensioni a confronto
| Trentino Giudicarie / Alto Garda e Ledro | Veneto ULSS 8 Berica | Milano Filiera degli alloggi | |
|---|---|---|---|
| Scala dell'oggetto | Un tema, un ambito montano | 6 aree di policy, intero Piano di Zona, due distretti | Un'area tematica, scala metropolitana, due Direzioni comunali |
| Base giuridica | Art. 55 CTS + L.P. 13/2007 (autonomia speciale) | Art. 55 CTS + DGRV 1312/2022 (attuazione regionale LEPS) | Art. 55 CTS + Regolamento comunale 2023 + DGC 272/2025 |
| Metodo / facilitazione | Storie di vita di 14 anziani/caregiver a monte, tavoli scanditi sulle fasi della non autosufficienza | Interna (Ufficio di Piano + Gruppo Tecnico Interdistrettuale) | Interna, 4 Gruppi di Lavoro co-condotti PA/ETS, strumenti CANVAS e SWOT |
| Tempo di tavolo | 5 sedute fino a metà maggio 2026 | 5 sessioni operative, ~4 ore per area tematica, in 88 giorni totali | 2 plenarie + 4 gruppi (2 incontri ciascuno) in ~5,5 mesi |
| Accesso al tavolo | 28 domande tra servizi sociali, sanitari, APSP ed ETS | 78 domande, sopra quorum → autoselezione tra enti | 34 domande, tutte ammesse (31 ETS + 3 non ETS) |
| Coinvolgimento diretto di cittadini/utenti | Sì: 14 interviste (storie di vita) alla base dei tavoli | No: solo enti e istituzioni | No: solo enti e istituzioni |
| Trasparenza | Verbali pubblicati sui siti istituzionali | Verbali + sito dedicato + playlist YouTube completa | Avviso, determinazioni, elenco ammessi e documento di sintesi, con dettaglio finanziario |
| Esito | Modello di servizio non vincolante, pensato come cornice replicabile | Piano di Zona approvato e trasmesso alla Regione | Documento di sintesi approvato; confluito in co-progettazione entro 9 mesi, 488 alloggi per 25 anni |
Quattro lezioni
Messi fianco a fianco, e con tutti i limiti di un campione di tre casi, suggeriscono quattro lezioni sulla co-programmazione in Italia.
Primo: la co-programmazione, per essere tale ed efficace, sembra funzionare meglio su una scala circoscritta.Non un tema qualsiasi né un territorio qualsiasi, ma un tema specifico dentro un territorio piccolo.
Gregorio Arena, teorizzando l'amministrazione condivisa a partire dalla sussidiarietà orizzontale dell'art. 118 Cost., la costruisce esplicitamente come pratica di prossimità: una relazione diretta tra cittadini attivi, Terzo settore e amministrazione che presuppone un contesto in cui i soggetti si conoscono e possono negoziare risorse reali, non un adempimento a distanza10.
Il caso trentino conferma il punto da un'angolatura complementare: la co-programmazione ha potuto fondarsi su storie di vita raccolte casa per casa perché il perimetro — due Comunità di valle, un tema, la domiciliarità — era abbastanza piccolo da renderlo materialmente possibile. E soprattutto poteva appoggiarsi a una cornice locale che la precedeva: le Linee di indirizzo provinciali del settembre 2025 non si limitavano a direqualistrumenti usare, ma dichiaravano già una lettura della domiciliarità come costrutto sociale, cioè un impegno concettuale previo della PA a mettere in gioco una parte della propria visione, non solo del proprio tempo.
Secondo: su scala ampia la co-programmazione vera è strutturalmente difficile..
Il tema non è nuovo: già nel 2014, un'analisi sui Piani di Zona lombardi documentava un«acuirsi delle dinamiche di elusione presenti nel lavoro dei tavoli»e una frustrazione diffusa tra gli enti di Terzo settore proprio nei territori più ampi11. Più di recente, un'analisi su Welforum ha posto la domanda in modo diretto: la co-programmazione dentro i Piani di Zona rischia di essere usata dalle amministrazioni per spostare, di fatto, scelte rilevanti e persino strategiche dentro un'arena negoziale con il Terzo settore, senza che questo equivalga a una reale condivisione della programmazione12.
Anche un caso enunciato come buona pratica — la co-programmazione del Piano di Zona del Distretto di Pavia — ammette esplicitamente, nella propria autovalutazione, che il calendario serrato degli incontri e una durata non troppo lunga hanno favorito una partecipazione ampia, ma che lo spazio per l'approfondimento è stato relativamente breve13: esattamente la tensione che il caso veneto illustra con i numeri, quattro ore di tavolo per area tematica in 88 giorni.
Quando è una Regione a fissare la scadenza — come la Lombardia con la DGR XII/2167 e il termine del 31 dicembre 20245— il rischio non è la malafede del singolo Ambito, che risponde a un obbligo che non ha scelto, ma la trasformazione strutturale della co-programmazione in un adempimento burocratico stagionale, sincronizzato sul calendario amministrativo anziché sui tempi reali dell'ascolto.
Terzo: il caso milanese, letto rigorosamente sui soli atti pubblici e senza alcuna possibilità di verificare le intenzioni di chi li ha scritti, apre un problema più specifico e più grave, che riguarda la co-progettazione ancor prima della co-programmazione: il rischio che diventi una gara d'appalto mascherata.Non è un timore peregrino: è lo stesso nodo sollevato dal Consiglio di Stato nel parere n. 2052/2018, che mise in discussione la compatibilità degli istituti dell'art. 55 con la disciplina europea sui contratti pubblici proprio temendo che, sotto l'etichetta della co-progettazione, si nascondessero affidamenti di fatto sottratti alla gara14. La giurisprudenza successiva ha in parte corretto quella lettura, ma non ha eliminato il rischio concreto: una recente pronuncia ha annullato una co-progettazione perché priva a monte degli «atti presupposti» di programmazione e progettazione richiesti dall'art. 55, comma 3 — cioè perché l'amministrazione non aveva davvero fatto il lavoro di lettura dei bisogni che la norma pretende prima di aprire un tavolo15. Il Gruppo di Lavoro 4 milanese, che già a settembre sapeva indicare un tasso di morosità atteso su un finanziamento bancario non ancora acceso, pone esattamente questa domanda: se l'amministrazione ha già chiaro cosa vuole fare, dove e con quali numeri, la co-progettazione rischia di essere un passaggio formale che veste da procedimento collaborativo una scelta già presa — lo stesso campanello d'allarme che Marocchi individua per la co-programmazione7, spostato una casella più avanti nel processo.
Quarto: la partecipazione dei cittadini è possibile, come dimostra il Trentino, ma anche qui la domanda è su quale scala regga.Raccogliere quattordici storie di vita, organizzarle per fasi, e costruire su di esse il calendario dei tavoli è un lavoro artigianale che presuppone tempo, competenze di ascolto e soprattutto un numero di persone coinvolte che resta gestibile. Trasferire lo stesso metodo a un Piano di Zona che riguarda decine di migliaia di persone, o a una co-programmazione metropolitana su 488 alloggi, non è un semplice problema di scala aritmetica: è un problema di metodo che nessuno dei due casi più ampi ha nemmeno tentato di affrontare.
Questo limite trova oggi una cornice istituzionale. LeLinee guida nazionali per la partecipazione pubblica, pubblicate dal Dipartimento della funzione pubblica il 30 giugno 2026 nell'ambito del 6° Piano d'azione nazionale per il Governo Aperto, confermano innanzitutto che non esistono ostacoli normativi a coinvolgere direttamente cittadini e utenti nei processi di amministrazione condivisa.
Distinguono tre livelli di coinvolgimento — informazione, consultazione, partecipazione attiva — e osservano che il Codice del Terzo Settore«non limita esplicitamente la possibilità di applicazione dei dispositivi ad altre organizzazioni della società civile (non ETS)», lasciando aperta la strada a un coinvolgimento più ampio di quello oggi praticato16.
Le stesse Linee guida introducono anche un concetto che spiega il fenomeno opposto: il BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement), cioè la scelta di alcuni soggetti di restare fuori dal tavolo perché ritengono più efficace esercitare pressione dall'esterno piuttosto che legittimare un processo negoziale a cui non credono fino in fondo.
È un rischio speculare, ma complementare, a quello dell'assenza per mancanza di canali: il Trentino, con le sue interviste porta a porta, ha almeno provato ad affrontare il secondo; nessuno dei tre casi ha ancora affrontato il primo.
Un ciclo, non un adempimento
I tre casi, letti insieme, raccontano una tensione che va oltre la cronaca amministrativa: la co-programmazione produce valore pubblico quando è integrata nel ciclo ordinario di governo di un ente, non quando resta un passaggio isolato da spuntare prima di aprire la co-progettazione.
E' la distinzione che Mark Moore, alla Harvard Kennedy School, ha reso il perno della sua idea di gestione strategica pubblica: un ente pubblico crea valore solo se tiene insieme, nel tempo, tre cose — cosa ritiene valga davvero la pena perseguire, quale legittimazione politica e sociale lo sostiene in quella scelta, e quali capacità operative può realisticamente mettere in campo per realizzarla17.
Letta con questa lente, la co-programmazione non è un adempimento a monte della co-progettazione: è il momento in cui un ente pubblico dovrebbe negoziare pubblicamente proprio quella legittimazione, prima di investire capacità operative su un percorso già deciso altrove.
Il caso trentino ci riesce perché quel triangolo — valore, legittimazione, capacità — era già in parte montato prima di aprire i tavoli: le Linee di indirizzo provinciali avevano già definito cosa contasse come valore (una domiciliarità intesa come costrutto relazionale, non come mero restare a casa), e i tavoli hanno potuto lavorare sulla legittimazione e sulle capacità operative partendo da lì. Nei casi veneto e lombardo, il triangolo si costruisce — se si costruisce — sotto la pressione di una scadenza regionale, il che ne rovescia l'ordine: prima la capacità operativa, cioè rispettare il termine, poi, se resta tempo, la legittimazione sostanziale.
A Milano, infine, la rapidità con cui la co-programmazione produce già stime di costo e tassi di morosità attesi suggerisce che le tre dimensioni fossero, in larga misura, già allineate prima ancora che il tavolo si aprisse: non tanto un difetto specifico di questo caso, quanto il segnale di quanto sia raro, in Italia, trattare la co-programmazione come un momento di reale apertura del triangolo, piuttosto che come la sua ratifica successiva.
C'è un secondo filone di studi che aiuta a leggere lo stesso problema da un'altra angolatura. Stephen Osborne, criticando l'impostazione New Public Management che ha dominato le riforme amministrative degli ultimi trent'anni, sostiene che i servizi pubblici funzionano quando sono pensati come processi continui di co-creazione di valore fra chi eroga e chi utilizza, e falliscono quando restano transazioni episodiche scandite da adempimenti formali, ciascuno chiuso in sé stesso18.
È la differenza che separa il Trentino — dove le storie di vita, i tavoli e l'esito confluiscono in un processo che l'amministrazione userà per le proprie decisioni future — dai casi in cui la co-programmazione, per usare la stessa logica, resta un evento transazionale: si apre, si chiude, si mette agli atti, e la relazione fra amministrazione e territorio non ne esce trasformata.Questo, più che un giudizio sui tre casi, è il criterio con cui a mio avviso vale la pena leggere ogni nuova co-programmazione che si incontra: non chiedersi soltanto se rispetta la lettera dell'art. 55, ma se l'ente che la promuove la tratta come un momento del proprio ciclo strategico ordinario — di cui la co-progettazione, l'affidamento e persino la rendicontazione successiva sono fasi dello stesso processo — oppure come una casella burocratica da spuntare prima di tornare al lavoro «vero». La differenza quasi mai si vede nell'atto che apre il procedimento: si vede in quello, spesso silenzioso, che arriva dopo — nel modo in cui l'ente userà davvero, nella programmazione successiva, ciò che ha ascoltato al tavolo.



