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Spendiamo contro il futuro?
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Politiche sociali·20 aprile 2026

Spendiamo contro il futuro?

Salerno suLaVoceha ragione: c’è una forbice tra investimenti pubblici e spesa corrente, guidata dall’invecchiamento demografico. Ma c’è una seconda forbice, più nascosta, che nessuno misura — e che vivedentro la spesa per il welfare stesso.
Davide Vairani
20 aprile 2026
8 min di lettura

La forbice che Salerno vede

A febbraio 2026Nicola Salernoha pubblicato suLaVoce.infoun articolo che vale la pena leggere con attenzione.1La tesi: dagli anni Settanta, in quasi tutti i paesi occidentali, la quota di PIL destinata agli investimenti pubblici è in calo strutturale, mentre quella destinata a pensioni, sanità e long-term care cresce.

Si è aperta una forbice — ancora in divaricazione — tra spesa che costruisce qualcosa per il futuro e spesa che risponde ai bisogni del presente. E l’invecchiamento della popolazione è il motore principale: gli elettori anziani preferiscono programmi di cui possono essere immediati beneficiari rispetto a investimenti che maturano su archi temporali lunghi.

È una tesi solida. I dati dell’AMECO e delFinancial Timesche Salerno cita sono reali. Il meccanismo politico che descrive — quella che Jäger e Schmidt chiamano lapolitical economy of public investmentin presenza di una popolazione che invecchia — è stato verificato econometricamente su panel internazionali.2

In Italia il meccanismo è particolarmente visibile. Secondo ilRapporto Welfare Italia 2025(Unipol/Ambrosetti), la spesa previdenziale ha assorbito nel 2024 il16%del PIL — contro una media Eurozona del12,3%.3La spesa totale per il welfare ha raggiunto i 669,2 miliardi di euro, pari al 60,4% della spesa pubblica complessiva. Dentro questo aggregato, però, la spesa per istruzione resta al 3,9% — sotto la media europea del 4,6% — e quella per le politiche sociali attive al 4,9%.

Salerno non dice che il welfare vada ridotto: va riorganizzato e la cura, paradossalmente, è la stessa che serve per la crescita, cioèinvestire sul futuro. La soluzione che propone è lo sviluppo sistemico delmultipillar(per pensioni, sanità e LTC) capace di spostare risorse dall’erogazione corrente all’accumulazione reale.

Ha ragione. Ma quella soluzione presuppone che dentro la spesa corrente per il welfare ci sia qualcosa di omogeneo. E non è così.

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La forbice che non si vede

Dentro laspesa correnteper ilwelfareesistono due tipi strutturalmente diversi di uscita.

La prima si esaurisce: l’indennità di accompagnamento entra nelle tasche di una famiglia, risponde a un bisogno reale, ma non lascia nulla di riutilizzabile nel sistema. La retta RSA viene consumata ogni giorno: paga operatori, strutture, farmaci — tutto necessario, tutto corrente, nulla che produca capacità futura.

La seconda moltiplica: una rete di domiciliarità intensiva, se ben progettata, tiene una persona fuori dalla RSA anche per anni e con un costo quotidiano enormemente inferiore. Un centro diurno che funziona libera un caregiver familiare al mercato del lavoro, contribuisce alle entrate fiscali, riduce il rischio diburnoute di crollo della rete informale. Una politica di prevenzione che intercetta la fragilità prima che diventi non autosufficienza sposta verso destra nel tempo il momento del bisogno acuto.

Sono, in senso tecnico, spese con unmoltiplicatore sociale diverso. Non è una distinzione morale. È una distinzione economica.

Composizione della spesa pubblica per LTC — Italia vs Media UE (2022)
Cash benefits (indennità monetarie)
Italia
53%
Media UE
25%
Servizi residenziali
Italia
25,8%
Media UE
46,2%
Home care
Italia
21,2%
Media UE
28,8%
Fonte: Pavolini et al., ESPAN — Long-term care settings for older people in Italy, Commissione Europea, marzo 2026, Tab. A3

L’Italia spende il doppio della media europea incash benefits, cioè in trasferimenti incondizionati che rispondono al bisogno immediato, ma non costruiscono nulla per gestirlo meglio domani. Spende meno della metà in servizi residenziali strutturati e in domiciliarità. E dentro quei servizi, come ha documentato il reportESPAN 2026, la quota destinata ai livelli intermedi — i modelli ibridi tra casa e RSA — è quasi invisibile: non è codificata nazionalmente, non ha tariffa standard, non scala.4

Questa non è solo una questione di efficienza allocativa. È una questione di struttura temporale della spesa: spendiamo per rispondere al bisogno acuto di oggi, e rinunciamo a costruire la capacità che renderebbe quel bisogno meno acuto domani.

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La stessa logica politica a scala più piccola

Il meccanismo che Jäger e Schmidt descrivono a livello macro(gli elettori anziani preferiscono il presente agli investimenti a lungo termine)ripreso da Salerno nell'articolo pubblicato suLaVoce.infosi replica dentro il sistema di welfare territoriale.

Solo che qui i “decisori” non sono gli elettori in senso stretto. Sono i legislatori che disegnano i LEA, i dirigenti regionali che costruiscono i nomenclatori tariffari, gli amministratori comunali che allocano i fondi dei Piani di Zona, ipolicy makerche scelgono quali servizi accreditare.

Perché la prevenzione è strutturalmente sottofinanziata, anche quando i dati ne dimostrano la convenienza economica?

La spesa che si vede subito ha un elettore diretto: la persona che riceve l’indennità, la famiglia che paga la retta con il contributo pubblico. La spesa che produce effetti diffusi su orizzonti lunghi — la rete di domiciliarità che tiene fuori dalla RSA per tre anni, il centro diurno che libera un caregiver, il progetto di vita che ritarda la crisi — non ha un testimonial identificabile. I suoi effetti non sono attribuibili a chi li ha finanziati, perché maturano troppo tardi e su troppi livelli.

Focus — Il caso della prevenzione

Il Rapporto Welfare Italia 2025 stima fino a 14 euro di ritorno per ogni euro investito in sanità preventiva. Evidenze internazionali robuste su screening, vaccinazioni e presa in carico precoce delle cronicità. Eppure nel 2024, in Italia, solo il5,6% della spesa sanitaria pubblicaè stato destinato alla prevenzione — 7,7 miliardi su 137,4.5

Non è un dato nuovo. È stabile da anni. Questo significa che il sottoinvestimento in prevenzione non è un’anomalia congiunturale: è una scelta strutturale, incorporata nel modo in cui il sistema alloca le risorse. La prevenzione produce effetti che arrivano dopo il mandato di chi le ha finanziate, distribuiti su una popolazione che non sa a chi attribuirli. Nessun meccanismo di incentivo spinge verso di essa.

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Il moltiplicatore che non calcoliamo

C’è un programma —Age-It, finanziato dal PNRR — che ha provato a mettere un numero su questo. La stima è di benefici sociali attesi cumulati tra 25 e 60 miliardi di euro nell’arco 2025-2046, con un tasso di rendimento interno del 25-35%.6Superiore aibenchmarkconvenzionali degli investimenti pubblici in infrastrutture. L’investimento riguarda prevenzione dell’invecchiamento, diagnosi precoce, riduzione delle limitazioni funzionali — esattamente il tipo di spesa che tiene le persone fuori dai circuiti di cura acuta più a lungo.

Questi sono esattamente gliinvestimenti nel welfareche Salerno invoca come soluzione alla forbice macro. Esistono già, con dati. Ma non scalano — perché il sistema di finanziamento non distingue tra spesa che si esaurisce e spesa che rende.

Tutto confluisce nella categoria “corrente”. Il problema non è solo allocativo: è contabile e cognitivo. Non abbiamo gli strumenti per vedere la differenza, e quindi non possiamo nemmeno discuterne seriamente.

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Cosa cambia se si vede la seconda forbice

Riconoscere la seconda forbice non risolve la prima. La pressione demografica che Salerno descrive è reale, e la transizione verso un sistema più basato sull’accumulazione(il multipillar per LTC, pensioni, sanità)probabilmente inevitabile nel lungo periodo. Il dibattito su questo è aperto e legittimo.

Ma guardare solo alla prima forbice — quella tra spesa corrente totale e investimenti — rischia di generare una risposta sbagliata: ridurre la spesa per il welfare, o spostare costi sulle famiglie, senza cambiare la struttura interna di quella spesa. Con il risultato di tagliare indistintamente sia la spesa che si esaurisce sia quella che moltiplica — accelerando il problema invece di affrontarlo.

Se si riconosce la seconda forbice, il problema cambia forma. Non è“quanto spendiamo per il welfare”: su questo l’Italia non è lontana dalla media europea, in termini aggregati.

Ècomequella spesa è strutturata nel tempo. Quanta parte risponde al bisogno acuto di oggi senza lasciare capacità futura. Quanta parte, invece, investe nella riduzione del bisogno acuto di domani.

La domanda che Salerno fa alla macro-economia pubblica(perché gli elettori anziani preferiscono il presente?)vale la pena rifarla anche all’interno del sistema di welfare territoriale: perché i sistemi di allocazione delle risorse locali tendono verso la spesa visibile e immediata, anche quando i dati mostrano che quella a orizzonte lungo sarebbe più conveniente?

Se Salerno ha ragione che la forbice macro è strutturalmente guidata dalla demografia e dalla politica, cosa ci fa pensare che la forbice dentro il welfare si chiuda da sola? Probabilmente niente. Perché entrambe rispondono alla stessa logica: chi prende le decisioni tende a premiare il presente, e lo fa non per irrazionalità ma perché i meccanismi diaccountabilitynon sono calibrati per vedere il futuro.

Finché non lo saranno, continueremo a costruire un welfare che risponde bene al bisogno di oggi e progressivamente peggio a quello di domani. Non perché manchino i modelli — esistono. Non perché manchino i dati — ci sono, almeno in parte. Ma perché nessuno è incentivato a guardare oltre il mandato.

Nota