Il paradosso della stabilità
Dodici anni di povertà in Italia: perché l’8% di oggi racconta meno di quello che sembra, e chi resta fuori dalle misure.
I numeri in sintesi
Istat, povertà assoluta e rischio di esclusione, 2025Ogni anno la povertà viene raccontata attraverso percentuali che salgono o scendono di pochi decimali. Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla povertà nel 2025 sono 2,1 milioni le famiglie e 5,4 milioni le persone in povertà assoluta: l’8,0% delle famiglie e il 9,3% delle persone.
Il messaggio passato in tutte le agenzie è stato «stabile». In una stima campionaria «stabile» significa che la differenza non supera l’errore statistico. Le stime puntuali sono scese di 119mila famiglie e 309mila persone, ma Istat dichiara significative poche variazioni: le famiglie con stranieri, i comuni sotto i 50mila abitanti, i minori di 7-13 anni, le coppie sotto i 65 anni.
Gianfranco Zucca, in un intervento recente su Percorsi di Secondo Welfare, osserva che il dibattito pubblico si avvita sulle variazioni congiunturali di un indicatore come l’Arope (At Risk Of Poverty or social Exclusion, in italiano «rischio di povertà o esclusione sociale»), mentre esistono dati molto dettagliati sulle esperienze vissute dalle persone. Il problema è la diffusione pigra e sommaria dell’informazione statistica.
Dodici anni di povertà assoluta
Tra il 2014 e il 2025 l’incidenza è salita dal 6,2% all’8,0% per le famiglie e dal 6,9% al 9,3% per le persone (+1,8 e +2,4 punti).
I livelli più alti della serie sono quelli del 2023 e del 2024: 8,4% delle famiglie in entrambi gli anni, 9,7% e 9,8% delle persone.
Povertà assoluta in Italia, 2014-2025
Incidenza, % su famiglie e persone residenti, tutti gli anni della serieLa curva ha tre fasi e ognuna ha una spiegazione nella letteratura.
2014-2018: la salita. Le famiglie povere passano dal 6,2% al 7,3% e le persone dal 6,9% all’8,3%. La povertà assoluta cresce mentre il Paese esce dalla lunga crisi del 2008-2013 senza recuperare lavoro di qualità. Nel 2017 arriva il Rei, la prima misura nazionale strutturale contro la povertà assoluta, ma con copertura parziale. Già allora Baldini e Gori stimavano che il 41% dei minori poveri ne sarebbe rimasto fuori.
2019: l’unico calo visibile. L’incidenza scende al 6,7% per le famiglie e al 7,5% per le persone e Istat lo collega al Reddito di cittadinanza, di cui dal secondo trimestre avrebbe beneficiato circa un milione di famiglie in difficoltà. Prima del 2025 è l’unico calo marcato della serie e coincide con l’avvio della misura più ampia.
2020-2024: il nuovo livello. Con la pandemia la povertà risale al 7,8% per le famiglie e al 9,1% per le persone e non torna più ai livelli del 2019. Nel 2023 e nel 2024 i minori in povertà assoluta sono il 13,8%, il valore più alto dal 2014, e le famiglie con almeno uno straniero toccano il 30,4%, anch’esso il massimo della serie. Nel 2024, con l’avvio dell’Assegno di inclusione, la stima puntuale resta all’8,4%.
2025: 8,0%. Il calo non è statisticamente significativo e non va letto come effetto della riforma. Il confronto con il 2019 è suggestivo, non una prova: nell’anno di avvio del Reddito di cittadinanza la curva scende, nel 2025, con l’Assegno di inclusione, la variazione non è misurabile.
Chi non ha beneficiato della ripresa
Il miglioramento del 2025 non è omogeneo. La tabella confronta i gruppi dove l’indicatore composito si muove diversamente dal dato nazionale.
Rischio di povertà o esclusione sociale
Persone per 100. Fonte: Istat, Eu-Silc| Gruppo | 2024 | 2025 |
|---|---|---|
| Italia | 23,1% | 22,6% |
| Famiglie di soli italiani | 21,2% | 20,1% |
| Famiglie con almeno uno straniero | 37,5% | 41,5% |
| Famiglie con almeno un minore | 25,6% | 26,2% |
| Famiglie con tre o più minori | 42,0% | 44,4% |
| Reddito prevalente da lavoro autonomo | 22,7% | 23,9% |
| Nuclei con un solo percettore | 39,3% | 39,0% |
| Nuclei con tre o più percettori | 13,5% | 13,8% |
Il miglioramento nazionale è trainato da chi sta già meglio: famiglie di soli italiani, anziani, nuclei con più percettori. Il numero di stipendi in casa divide più dell’età o del territorio: il rischio è del 39,0% con un solo percettore e del 13,8% con tre o più.
Il testo di Istat dice che il rischio scende per tutte le tipologie familiari, con due eccezioni dichiarate: le persone sole (stabili) e le coppie con due figli (in aumento, da 19,1% a 20,6%). Le tavole mostrano però aumenti anche per i nuclei con un solo minore (da 22,9% a 25,2%) e per le altre tipologie familiari (da 23,7% a 32,3%), che il testo non cita.
Le famiglie con stranieri mostrano poi una divergenza tra misure: la povertà assoluta scende (da 30,4% a 26,7%) mentre l’indicatore Eu-Silc sale. Il motivo probabile è l’anno di riferimento: reddito 2024 da una parte, spesa 2025 dall’altra.
Il sorpasso silenzioso: la povertà assoluta è anche una questione del Nord
L’incidenza resta più alta al Sud (9,6% delle famiglie contro il 7,6% del Nord) e per questo il dibattito la tratta come questione meridionale.
I numeri assoluti dicono altro. Al Nord vivono 954mila famiglie povere assolute, contro 813mila nel Mezzogiorno: il 45,3% del totale contro il 38,6% (nel 2024 erano il 44,5% e il 39,8%).
Per le persone il sorpasso arriva nel 2025: 2,317 milioni al Nord (1,388 nel Nord-ovest e 0,929 nel Nord-est) contro 2,263 milioni nel Mezzogiorno, mentre nel 2024 erano 2,388 contro 2,472. A guidare il calo meridionale sono le Isole, dove le persone povere scendono da 851mila a 723mila.
Quota sul totale delle persone in povertà assoluta
% sul totale dei poveri. Fonte: Istat, La povertà in Italia – Anno 2025Una cautela: la differenza tra Nord e Mezzogiorno nel numero di persone è di circa 54mila su 5,4 milioni e Istat non la include tra le variazioni statisticamente significative dell’anno. Il sorpasso è quindi una lettura delle stime puntuali, non un fatto accertato.
Regge invece il quadro di lungo periodo: in dieci anni i poveri assoluti del Nord sono cresciuti di quasi un milione di persone, il doppio del Mezzogiorno, e secondo le elaborazioni del Codacons su dati Istat rispetto al 2015 si contano 523mila famiglie e 837mila persone in più in povertà assoluta. Una crescita di questa portata non si distribuisce in modo uniforme.
Chi lavora sul territorio la vede già. Ai primi di ottobre, a Trento, gli Stati Generali del Welfare hanno dedicato la quarta edizione alla povertà e lo hanno fatto in una provincia che sta ai primi posti per occupazione e redditi.
Trentino: povertà dove l’occupazione è ai massimi
Stati Generali del Welfare, «Destino povertà», Trento, 3 ottobre 2026. Dati presentati dagli organizzatoriI numeri vanno letti con attenzione, perché non sono tutti dello stesso tipo. Nelle tavole Eu-Silc 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale è del 10,8% nella provincia di Trento (11,0% nel 2024) e dell’8,9% nel Trentino-Alto Adige: l’8,9% citato all’evento coincide con il dato regionale, mentre i circa 60mila a rischio di esclusione corrispondono al dato provinciale. Il rischio di povertà monetaria a Trento è dell’8,8%, contro il 6,9% del 2024, ma su un campione di poche decine di casi: non è una tendenza. Gli stessi dati dicono che il Trentino resta ben sotto la media nazionale (22,6%).
Il punto non è che il Trentino sia povero. È che la povertà c’è anche dove l’indicatore medio è basso e che con l’occupazione ai massimi 40mila lavoratori poveri e 8mila minori poveri sono comunque un problema da progettare. I tre «cantieri» annunciati dopo l’evento (solitudine e educazione, consumi e povertà energetica, lavoro e casa) sono gli stessi nodi di cui parliamo qui.
La deprivazione cresce dove non la cerchiamo
La grave deprivazione materiale e sociale riguarda chi non riesce ad affrontare almeno sette spese su tredici. Sale in Italia dal 4,6% al 5,2%, e la distribuzione territoriale è il dato più significativo dell’indagine. Tutto l’aumento nazionale viene dal Centro-Nord, mentre nel Mezzogiorno la deprivazione scende.
Nel Nord-ovest passa dal 2,1% al 4,2%; in Lombardia dall’1,8% al 4,4%, mentre il rischio di povertà monetario scende dall’11,5% al 9,2%. Le due misure si muovono in direzioni opposte: meno poveri di reddito, più persone che non riescono a scaldare casa, pagare le bollette o far fronte a una spesa imprevista.
Perché? Questa è un’ipotesi, non un dato. Gli indicatori di deprivazione misurano la tenuta del bilancio mensile più che il reddito dell’anno e dipendono dai costi fissi, in primo luogo l’abitazione. Zucca lo mostra con i dati del 2024: il 9,9% della popolazione non riesce a garantirsi un pasto proteico ogni due giorni, in risalita dopo anni di miglioramento, e l’8,6% non riesce a riscaldare adeguatamente la casa, con quote più alte tra persone sole e anziani.
L’Ilo aggiunge che i lavoratori a basso reddito hanno subito la perdita maggiore di potere d’acquisto perché spendono la quota più consistente del salario in alloggio, energia e alimentari, beni per i quali l’inflazione è stata più alta dell’indice generale. Sono gli stessi beni su cui Istat costruisce la soglia di povertà assoluta, e questo spiega perché una crescita media dei redditi non basta a spostarla.
Anche qui, cautela. I dati regionali sono molto rumorosi: la Liguria passa dal 13,8% al 19,7% di rischio di povertà o esclusione, il Lazio dal 25,8% al 20,7%, e per la povertà relativa le Marche dimezzano (da 11,9% a 5,1%), cosa che Istat spiega come riallineamento. Le graduatorie regionali di una sola edizione non vanno lette come tendenze; i dati per ripartizione sono più solidi.
Lavoro, salario e casa: dove nasce il divario
Nel 2025, secondo Eurostat, 92,7 milioni di persone nell’Unione europea erano a rischio di povertà o esclusione sociale, il 20,9% della popolazione, 600mila in meno del 2024. L’Italia, con il 22,6%, sta circa 1,7 punti sopra la media.
Il lavoro, da solo, non protegge. In Italia il 20,4% degli occupati ha un reddito da lavoro basso, con punte del 40,9% nei servizi alla persona e del 40,1% per i contratti a termine. Tra le famiglie con persona di riferimento operaio la povertà assoluta è del 14,3%, tra dirigenti, quadri e impiegati del 3,6%. Rispetto al 2007 i redditi familiari reali sono ancora inferiori del 4,9%. Del lavoro povero e di chi resta fuori da ogni tutela abbiamo scritto in Né poveri né tutelati.
Povertà assoluta e titolo di godimento dell’abitazione
% famiglie, 2025. Barra piena = 25%. Fonte: IstatPer le famiglie con minori la differenza tra affitto e proprietà è di quasi cinque volte: 28,7% contro 6,0%. Tra le famiglie povere di soli italiani il 56% è proprietario e il 33,5% in affitto; tra quelle con stranieri il 76% è in affitto.
In Italia esistono due povertà con architetture diverse: quella dei proprietari con spesa compressa e quella degli inquilini. Nessuna misura nazionale del 2025 agisce sulla seconda.
Cosa è cambiato nelle politiche?
La storia recente è breve. Con il Rei del 2017 l’Italia ha avuto la prima misura nazionale strutturale contro la povertà assoluta, secondo la lettura di Massimo Baldini e Cristiano Gori. Già allora il problema era la copertura. Poi sono arrivati il Reddito di cittadinanza e, dal 2024, l’Assegno di inclusione (ADI).
Il passaggio decisivo è l’ultimo e lo analizza Gori in un saggio recente. Dopo una breve fase di universalismo basato sul solo bisogno economico, nel 2024 l’Italia ha invertito rotta: l’accesso al sostegno al reddito è ora riservato ai nuclei con minori, anziani o persone con disabilità, escludendo gli adulti poveri senza figli a carico. Gori parla di «categorialità parentale»: il merito si fonda sullo status di genitore e non sulla capacità di lavorare, un’anomalia nel confronto europeo.
Questa lettura dà senso a un dato dei file Istat. Le persone sole sotto i 65 anni hanno un rischio di povertà o esclusione del 28,6%, e le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione un’incidenza di povertà assoluta del 20,7%. Sono profili in larga parte esclusi dall’Assegno, che non copre gli adulti sotto i 60 anni senza minori, disabilità o fragilità nel nucleo: per loro resta il solo Supporto per la formazione e il lavoro. Il collegamento è mio, non di Gori: i dati non dicono quante di queste famiglie sarebbero state escluse dall’ADI.
C’è poi la geografia. Secondo l’Osservatorio Inps, a giugno 2025 il 68% dei nuclei che ricevevano l’ADI viveva nel Mezzogiorno, quota che sale al 73% contando le persone. Nel rapporto Istat il Mezzogiorno ha il 38,6% delle famiglie povere assolute e il 41,6% delle persone, mentre il Nord ne ha il 45,3% e il 42,6%.
I due insiemi non coincidono: l’ADI dipende da Isee e requisiti familiari, la povertà assoluta dalla spesa. Ma lo scarto è ampio: la misura raggiunge molto di più dove la povertà è più intensa e meno dove oggi è più numerosa. Il confronto è tra fonti e anni diversi, quindi indica un ordine di grandezza e non una quota di copertura.
Sulla copertura, per il 2024 Istat stima 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, mentre secondo l’Osservatorio Inps a fine 2024 le persone nei nuclei con ADI accolta erano 1,82 milioni. Restano quasi 4 milioni di persone senza quel sostegno. Le due cifre non misurano la stessa cosa (spesa per consumi da una parte, Isee e requisiti dall’altra), quindi indicano un ordine di grandezza e non un tasso di copertura. Nel 2021 l’incidenza era del 7,7% e oggi è dell’8,0%: 2,1 milioni di famiglie. Nel frattempo, secondo il Rapporto Caritas 2025 sulle politiche contro la povertà, solo l’11,5% degli assistiti riceve l’ADI e l’1,3% il Supporto per la formazione e il lavoro.
Quanto abbiamo investito? Le analisi esistono, ma misurano soprattutto gli stanziamenti. Vanno lette accanto alla spesa effettiva, perché negli ultimi anni le due cifre divergono.
Contro la povertà: stanziato e speso, per misura
Miliardi di euro l’anno. Serie non omogenee: n.d. = dato non disponibile nelle fonti consultate| Periodo e misura | Stanziato | Speso |
|---|---|---|
| 2018 · Rei | ~2,0 | n.d. |
| 2019 · Rdc (da aprile) | 5,9 | 3,82 |
| 2020 · Rdc | 7,0 | 7,19 |
| 2022 · Rdc | fino a 8,8 | 8,03 |
| 2023 · Rdc | n.d. | 6,68 |
| 2024 · ADI + SFL | 6,85 | 4,44 + 0,26 |
| 2025 · ADI + SFL | n.d. | n.d. |
Per periodo, lo stanziamento nazionale passa dai 50 milioni l’anno della social card ai circa 2 miliardi del Rei nel 2018. Con il Reddito di cittadinanza il Fondo parte nel 2019 con 5,9 miliardi e raggiunge un massimo di circa 8,8 miliardi l’anno. Per ADI e SFL la dotazione 2024 è di 6,85 miliardi: 5,5 per l’ADI e 1,35 per il SFL, secondo il Ministero del Lavoro. Il Rdc è costato nel complesso oltre 34 miliardi tra aprile 2019 e dicembre 2023.
La spesa effettiva racconta un’altra storia. Nel 2024, secondo il rendiconto Inps, l’ADI ha erogato 4,44 miliardi e il SFL 260 milioni: circa 2,2 miliardi in meno di quanto stanziato, con una platea inferiore alle attese. Il confronto con il massimo storico va fatto con cautela, perché stanziato e speso non sono la stessa grandezza.
Poi c’è il livello locale. L’ultimo dato Istat, riferito al 2022, indica 800 milioni di spesa dei comuni per povertà e disagio degli adulti, al netto delle compartecipazioni (900 lordi), per 559mila utenti presi in carico dal servizio sociale professionale (elaborazioni Ref Ricerche su dati Istat, in un’analisi di Intesa Sanpaolo). Sono 102 milioni in meno del 2021, mentre crescevano le richieste di aiuto. Anche la quota servizi del Fondo Povertà, che finanzia valutazione e progetti personalizzati dell’ADI, scende da 496,7 milioni nel 2024 a 467,8 nel 2025 e a 412 nel 2026. Gli ambiti hanno più compiti con meno risorse.
E rispetto all’Europa? Secondo i dati Eurostat sulla spesa pubblica per funzione (Cofog), nel 2023 l’Italia ha destinato all’esclusione sociale lo 0,94% del Pil, in linea con la media Ue (0,97%) e al 9° posto tra i 27 paesi dell’Ue. Sul sostegno alle famiglie per l’abitazione il divario è netto: 0,03% contro lo 0,33% medio. È la funzione «housing» della protezione sociale: non comprende il resto della spesa per l’abitazione, che nel 2023 per l’Italia vale il 4,3% del Pil ma, secondo Eurostat, soprattutto per i crediti d’imposta edilizi. Sommando le due voci l’Italia scende al 13° posto su 27, e per l’Italia valgono il 4,6% della spesa per protezione sociale, per la media Ue il 6,8%.
Spesa pubblica contro la povertà: Italia e Europa
% del Pil, 2023. Fonte: Eurostat, Cofog, protezione sociale (funzioni «Social exclusion n.e.c.» e «Housing»)| Paese | Esclusione sociale | Abitazione | Somma |
|---|---|---|---|
| Paesi Bassi | 2,79 | 0,40 | 3,18 |
| Francia | 1,30 | 0,73 | 2,03 |
| Austria | 1,64 | 0,10 | 1,74 |
| Media Ue | 0,97 | 0,33 | 1,30 |
| Germania | 0,61 | 0,38 | 0,99 |
| Italia | 0,94 | 0,03 | 0,97 |
| Spagna | 0,68 | 0,04 | 0,72 |
Il dato non va letto come «l’Italia spende come l’Europa per i poveri», per tre ragioni.
La voce è larga. L’esclusione sociale «non altrimenti classificata» comprende anche gli aiuti energetici non mirati e l’accoglienza dei rifugiati, quindi sovrastima la spesa rivolta a chi è povero. Un ordine di grandezza, che è un calcolo nostro: lo 0,94% del Pil sono circa 20 miliardi, mentre il Rdc nel 2023 ne è costato 6,7, circa un terzo. Il resto non è reddito minimo e le tabelle usate non lo scompongono.
Il 2023 è l’ultimo anno del Rdc. Con ADI e SFL la spesa 2024 è di circa 4,75 miliardi, intorno allo 0,2% del Pil contro circa lo 0,3% del Rdc nel 2023. A parità delle altre voci, la riga italiana è destinata a scendere quando Eurostat pubblicherà i dati più recenti.
La spesa non dice a quanti arriva. Secondo il rapporto della Banca Mondiale sui redditi minimi nell’Ue (2024), a dicembre 2022 il Rdc raggiungeva il 4,2% della popolazione, contro il 6,4% del Bürgergeld tedesco, il 6,1% dell’Rsa francese e il 3,4% dell’Imv spagnolo. L’ADI è stimata tra il 2,5% (beneficiari a maggio 2024, dati Inps) e il 3%. Sono quote di popolazione e non di poveri, e i tassi di povertà cambiano da un paese all’altro: indicano una direzione, non un tasso di raggiungimento. Resta il confronto con il 9,3% di persone in povertà assoluta.
Il quadro d’insieme è questo: sull’aggregato l’Italia sembra allineata alla media, ma sotto la superficie ha quasi nulla di sostegno alle famiglie per la casa, meno copertura dal 2024 e servizi locali in calo. Conta meno quanto si spende e più per chi.
Questo non prova che le misure non servano: senza di esse la povertà potrebbe essere più alta, e i dati non permettono di dirlo. Suggerisce però che conta non solo quanto si stanzia, ma quanto arriva davvero e a chi.
Quanto hanno inciso le misure del 2025?
Poco. Istat misura la disuguaglianza con l’indice di Gini, che va da 0 a 100: più è alto, più i redditi sono distribuiti in modo diseguale. Tasse e prestazioni sociali, nel loro insieme, lo riducono di 16,1 punti.
Il pacchetto del 2025 (bonus fiscale, bonus mamme, assegno unico, ADI e SFL, misure sull’energia) ha contribuito con soli 0,24 punti, da 31,41 a 31,17: l’1,5% di quella riduzione. Più della metà di quel piccolo effetto, 0,13 punti, viene da ADI e SFL.
Il passaggio dalla decontribuzione al bonus fiscale ha poi fatto guadagnare 6,3 milioni di famiglie e perdere 7,1 milioni, in prevalenza nei quinti centrali della distribuzione. E in fondo alla scala dei redditi il welfare è già soprattutto pensioni: per il quinto di famiglie con i redditi primari più bassi, le pensioni di vecchiaia, invalidità e superstiti valgono il 68,6% del reddito lordo.
In sostanza, le novità del 2025 hanno spostato pochissimo la disuguaglianza. Non sorprende che la povertà resti ferma.
Cosa è cambiato nel modo di essere poveri
Andrea Gollini, su Percorsi di Secondo Welfare, ricorda che dal 2008 la povertà si è trasformata in profondità, al punto che Caritas Italiana ha parlato di «normalizzazione della povertà»: una condizione sedimentata come strutturale per fasce crescenti di popolazione. Del suo contributo sul lavoro sociale consapevole della povertà abbiamo scritto in Poverty-Aware Social Work: che cosa ci chiede la povertà.
Gollini individua tre elementi:
La multidimensionalità. Secondo il Rapporto Caritas 2025, il 56,4% delle persone che si rivolgono ai servizi presenta due o più fragilità combinate, e il 30% ne cumula tre o più. Nel 2025 il 55,6% degli accompagnati dalla rete cumula più dimensioni di disagio. È anche per questo che la lettura della povertà come colpa individuale non regge, come abbiamo provato a mostrare in Povertà e salute mentale: colpa individuale?
La trasmissione intergenerazionale. Quasi sei persone su dieci tra quelle che si rivolgono al circuito Caritas vivono una precarietà in continuità con la famiglia di origine.
La dimensione relazionale. Essere poveri di relazioni significa non avere quella trama di legami che garantisce protezione, fiducia e capacità di progettare. Non è un effetto collaterale della povertà materiale ma una dimensione autonoma che, intrecciata alle altre, produce vulnerabilità difficili da sciogliere. A questo tema è dedicato il primo numero di Nessi, «Più soli, più poveri».
Il punto per chi progetta servizi è che le statistiche ufficiali misurano soprattutto la prima dimensione e solo in parte la seconda. Gollini ne ricava che il modello prevalente, centrato sul professionista come detentore della competenza e sulla persona come destinataria passiva, con una risposta standardizzata a un bisogno che quasi mai lo è, mostra i suoi limiti.
Cosa ne ricaviamo per i territori
Il welfare locale deve guardare al Nord. Più famiglie e più persone povere assolute, deprivazione in crescita, poveri meno visibili. Anche dove l’occupazione è ai massimi, come in Trentino, lavoro povero e minori poveri restano numerosi. La coprogettazione tra ente pubblico e terzo settore è lo strumento più adatto a raggiungere chi le misure categoriali lasciano fuori, a patto che l’oggetto non sia già scritto: ne parliamo in Dimmi quali strumenti usi e ti dirò che idea di welfare hai.
La casa e il lavoro povero non sono politiche di nicchia. Spiegano l’incidenza più degli indicatori demografici, e sono i due fronti su cui le misure del 2025 hanno inciso meno. Il sostegno pubblico alle famiglie per la casa vale lo 0,03% del Pil, contro lo 0,33% della media Ue.
Il terzo settore vede quello che i numeri non dicono. Se l’ADI raggiunge l’11,5% degli assistiti Caritas, i servizi di prossimità sono il luogo dove si capisce chi sta fuori. Il dato delle persone aiutate e non misurate dalle statistiche è un patrimonio da portare nei tavoli di programmazione.
Serve leggere le variazioni con cautela. Un anno di stabilità statistica non è una tendenza e ogni titolo sul «calo» o sul «record» andrebbe controllato sulle variazioni statisticamente significative.
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