La pubblicazione delDecreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62, attuativo dellaLegge Delega 227/2021, sancisce il passaggio definitivo dal modello medico a quellobio-psico-sociale.
Tuttavia, tra la narrazione istituzionale e la prassi dei servizi esiste un divario profondo. Per gli addetti ai lavori, la sfida non è applicare una norma, ma cambiare paradigma: trasformare ilProgetto di Vitada adempimento burocratico a reale strumento di libertà.
Come analizzato daRivista Impresa Sociale, questo salto richiede di superare la logica delle “prestazioni a catalogo” per approdare a sostegni personalizzati.
In questo spazio di tensione si muovono le riflessioni del nostro podcast conLuciano Pasqualottoe l’ammonimento diCarlo Lepri: un progetto, per essere vivo, deve saper restare “scritto a matita”.
Il Progetto di Vita tra riforme e territorio
LE FONDAMENTA n. 15 - Newsletter su Linkedin
| Davide Vairani
Ne abbiamo parlato nellaPuntata 16delpodcastIl Cantiere del WelfareconLuciano Pasqualotto, formatore e ricercatore in ambito sociale e sanitario presso l’Università di Verona, prendendo spunti dal suo ultimo volume‘Progetto di vita e disabilità’(Carocci, 2025), un testo che prova a tradurre la norma in strumenti operativi.
🎧ASCOLTA LA PUNTATA 16
Il Progetto di Vita tra riforma e territorio
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La VMD: dal paradigma diagnostico al profilo di funzionamento
Il cuore tecnico delD.Lgs. 62/2024risiede nella ridefinizione dei processi valutativi.
Per gli operatori professionali dei servizi, il cambiamento non è meramente terminologico: si passa da una valutazione basata sulla “minorazione” a unaValutazione Multidimensionale (VMD)fondata sul modello bio-psico-sociale dell’ICF.
L’obiettivo è mappare non più solo il deficit, ma l’interazione tra la persona e il suo ambiente, identificando con precisionebarriereefacilitatori.
Tuttavia, come sottolineato nell’analisi diRivista Impresa Sociale, il rischio tecnico è la “deriva prestazionale”.
Se la VMD viene percepita dai servizi come un mero passaggio burocratico per “sbloccare” risorse, si perde la sua natura di bussola progettuale.
La sfida per leUnità di Valutazione Multidimensionale (UVM)è quella di integrare saperi diversi: quello medico, quello sociale e quello pedagogico.
Non basta più certificare una condizione; occorre redigere unProfilo di Funzionamentoche sia la base tecnica per il Progetto di Vita.
—Luciano Pasqualotto, Podcast'Il Cantiere del Welfare'
In questo scenario, la figura del professionista cambia pelle. Come discusso nel nostro approfondimento conLuciano Pasqualotto, chi valuta deve saper “leggere” i domini della Qualità della Vita.
Il profilo di funzionamento non deve essere una fotografia statica, ma un documento dinamico che tenga conto delle aspettative e dei desideri della persona, evitando che la tecnica schiacci l’esistenza dentro parametri troppo rigidi.
Senza questa sensibilità, la VMD rischia di diventare una nuova forma di etichettamento, magari più sofisticata, ma ugualmente distante dalla vita reale.
Il Progetto di Vita: dispositivo di libertà o adempimento procedurale?
IlProgetto di Vita (PdV), nell’architettura del D.Lgs. 62/2024, non è un semplice documento amministrativo, ma il “diritto alla personalizzazione” che si fa prassi.
Per gli addetti ai lavori, la sfida tecnica consiste nel tradurre il profilo di funzionamento emerso dalla VMD in una strategia di sostegni concreti.
È qui che si gioca la vera partita: evitare che il PdV diventi un “piano dei servizi” fotocopia, uguale per tutti, e trasformarlo in un sarto su misura che segua i domini dellaQualità della Vita.
Tuttavia, la tecnica deve fare i conti con la “tenuta” pedagogica del progetto.
Come suggerisceCarlo Lepri, il rischio è la scrittura di progetti “a penna”, definitivi e immutabili, che non tengono conto della plasticità dell’esistenza umana.
Un PdV scritto “a matita” — come sottolineato suAnimazione Sociale— è un progetto che accetta la provvisorietà, che sa correggersi e che rimette al centro il potere di scelta della persona.
Se il coordinatore del servizio o l’assistente sociale agiscono solo come compilatori di moduli, il progetto perde la sua carica trasformativa e diventa una nuova forma di istituzionalizzazione, stavolta procedurale.
In questo senso, il contributo diLuciano Pasqualotto, approfondito nel nostro podcastIl Progetto di Vita tra riforma e territorio, è dirimente: il PdV deve essere orientato agli “esiti”.
Non dobbiamo chiederci quante ore di educatore siano necessarie, ma quali obiettivi di autonomia e inclusione vogliamo raggiungere.
Questo richiede unaregia educativaforte, capace di dialogare con la Pubblica Amministrazione per garantire che la flessibilità richiesta da Lepri trovi una sponda amministrativa e non si scontri con la rigidità dei protocolli comunali o sanitari.
—Luciano Pasqualotto, Podcast'Il Cantiere del Welfare'

Il "collo di bottiglia" regionale e l’analisi della realtà
Nonostante l’impianto pedagogico sia solido, la declinazione pratica del Progetto di Vita deve fare i conti con un’Italia a diverse velocità.
La critica mossa daChristian SerpellonisuVita.itcolpisce nel segno: esiste una distanza siderale tra la narrazione della riforma e la sua sostenibilità.
Deicinque punti criticievidenziati, quello sullaframmentazione territorialeè il più allarmante per gli addetti ai lavori.
Se il D.Lgs. 62/2024 definisce i livelli essenziali (LEPS), spetta poi alle Regioni tradurli in delibere operative.
Il rischio concreto è che il Progetto di Vita diventi un’opportunità garantita solo in base al codice di avviamento postale.
Luciano Pasqualotto, nel nostro podcast, citava lasperimentazione della Regione Friuli Venezia Giuliacome un modello avanzato di integrazione socio-sanitaria e di budget di salute.
Tuttavia, come giustamente rilevato, il Friuli gode dei vantaggi di una Regione a Statuto Speciale, con un’autonomia finanziaria e legislativa che le permette di “osare” dove altre amministrazioni restano bloccate da vincoli di bilancio e rigidità burocratiche.
Per un esperto di disabilità, il limite della riforma appare chiaro: senza una regia nazionale che uniformi non solo i criteri di valutazione (VMD), ma anche lemodalità di accesso ai fondi, il Progetto di Vita rimarrà un “diritto teorico”.
Come segnalato daVita, se mancano gli assistenti sociali e se i budget di salute rimangono “fondi di carta” senza una reale ricomposizione delle risorse tra Sanità e Sociale, l’autodeterminazione resterà un privilegio per pochi.
Il monitoraggio su come le singole Regioni declineranno la partita nel 2026-2027 sarà il vero banco di prova: la sfida è evitare che la “matita” di Lepri venga spezzata dalla burocrazia regionale.
Il paradosso della convivenza: nuovi diritti in vecchi contenitori
Come abbiamo appena accennato, la Riforma della disabilitànon smantella l’esistente.
I servizi residenziali, i centri diurni e le attuali unità d’offerta rimangono in piedi, con le loro rette, i loro accreditamenti e le loro rigidità strutturali.
La sfida per il Terzo Settore — come analizzato daRivista Impresa Sociale— non è dunque quella di “chiudere i servizi”, ma di capire come il Progetto di Vita possa abitarli o, se necessario, “scardinarli” dall’interno.
Come può un Progetto di Vita convivere con un’offerta di servizi spesso standardizzata e vincolata da standard gestionali regionali?
Se l’offerta attuale non viene toccata, il rischio è che il Progetto di Vita si riduca a un semplice “permesso di uscita” o a una flessibilità di facciata, mentre il cuore delle risorse resta bloccato nel finanziamento dei posti letto o delle frequenze giornaliere.
È proprio in questa “intercapedine” tra la vecchia offerta e la nuova progettualità che si inserisce la lezione diLuciano Pasqualotto.
Nel nostro podcast, emerge chiaramente che il Progetto di Vita deve agire come una forza “centrifuga”: deve saper usare le risorse dell’offerta attuale per proiettare la persona verso l’esterno, verso la comunità.
Non si tratta di ignorare i servizi esistenti, ma di trasformarli inhub di risorseche alimentano il budget di progetto.
Se l’ente gestore resta ancorato alla difesa della propria struttura (l’offerta attuale), la riforma fallirà.
Se invece accetta la sfida di essere un pezzo di un puzzle più ampio, allora la convivenza tra “vecchio” e “nuovo” potrà diventare una transizione sostenibile.
Il limite segnalato daVita.itsulla narrazione della riforma risiede proprio qui: è illusorio pensare che basti un decreto per cambiare l’inerzia di decenni di welfare istituzionale.
La riforma dà il diritto, ma la “matita” per scriverlo è nelle mani dei coordinatori che dovranno negoziare ogni giorno tra la rigidità dell’offerta attuale e la fluidità dei nuovi bisogni.
Il quadro lombardo
Il caso lombardo dimostra come una regione strutturalmente “avanti” possa diventare il principale ostacolo alla transizione verso il Progetto di Vita.
Sebbene laL.R. 25/2022riconosca formalmente il diritto all’autodeterminazione, l’architettura dei servizi sociali e sociosanitari per disabili rimane blindata.
Il sistema lombardo continua a poggiare suUnità di Offerta (sociali e sociosanitarie)che sono regolate dastandardrigidi che non dialogano tra loro e, soprattutto, non dialogano con la riforma.
Qui risiede il tradimento della “chance trasformativa” invocata daSalvatore SemeraroeMarco FainisuVita.itnegli scorsi mesi: l’allineamento richiederebbe di usare la co-progettazione per trasformare la natura stessa delle UDO, ma la Regione resta arroccata sulla difesa dell’offerta attuale.
Invece di ricomporre le risorse nelBudget di Progetto, si continua a finanziare il “posto” e la “struttura”.
Il risultato è che il Progetto di Vita in Lombardia si scontra con un muro di gomma: la persona ha il diritto teorico di scegliere (la “matita” diLepri), ma nella pratica è costretta a scegliere solo tra pacchetti di servizi pre-confezionati (le UDO).
Questo stallo non è solo burocratico, è politico.
Non raccogliere la sfida dell’allineamento normativo significa condannare il Progetto di Vita a essere un’appendice costosa e inutile di un sistema sociosanitario che non vuole rinunciare al controllo delle prestazioni.
Come analizzato daRivista Impresa Sociale, senza un cambio di paradigma che parta dalla riforma dei criteri di accreditamento e del finanziamento delle UDO, il Terzo Settore lombardo resterà un mero esecutore di compiti, impossibilitato a generare quella flessibilità che la riforma nazionale (D.Lgs. 62/2024) e quella regionale (25/2022) sulla carta pretenderebbero.
La Lombardia, insomma, sta dimostrando che si può cambiare tutto (le leggi) per non cambiare niente (l’offerta).
📚BIBLIOGRAFIA E FONTI TECNICHE CITATE
Il Piano d’Azione: ennesimo libro dei sogni?
L’enfasi mediatica sul recente nuovoPiano d’Azione Biennaleper la disabilità si scontra con una domanda brutale posta daVita.it: perché questa volta non dovrebbe essere solo un esercizio di stile accademico?
La “chance trasformativa” dell’allineamento normativo è in realtà un campo di battaglia politico.
Il Piano d’Azione rischia di restare un “libro dei sogni” se non ha la forza d’urto per imporre alle Regioni il superamento del modello a compartimenti stagni.
Problematizzare il Piano significa ammettere che, ad oggi, non esiste una realetracciabilità delle risorse.
Mentre il Ministro annuncia la riforma, i territori — con la Lombardia in testa — rimangono ancorati a un’offerta sociale e sociosanitaria che drena la quasi totalità dei fondi in strutture rigide.
Il Programma Biennale parla di deistituzionalizzazione, ma non chiarisce come “disincastrare” i budget dalle rette fisse. Senza questo passaggio tecnico, il Progetto di Vita non è una scelta di libertà, ma una concessione fatta “se avanzano fondi” dopo aver pagato il sistema dell’offerta attuale.
La vera criticità sollevata daVitaè l’allineamento mancato: se il Piano d’Azione non diventa il parametro vincolante per i nuovi LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali), la riforma resterà un guscio vuoto.
Se il Piano d’Azione non obbliga a una riconversione industriale del welfare — quella metamorfosi degli enti gestori auspicata daRivista Impresa Sociale— ci ritroveremo tra due anni a commentare l’ennesimo documento impeccabile dal punto di vista pedagogico, ma totalmente irrilevante per la vita quotidiana delle persone con disabilità.
La scommessa del 2026 non è dunque “approvare il piano”, ma verificare se il sistema ha il coraggio di tagliare i ponti con un’offerta assistenziale che non vuole cedere il passo alla vita indipendente.



