C’è una parola che il linguaggio del welfare ha smarrito nei meandri dei bilanci e dei protocolli:tenerezza.
Per troppo tempo l’abbiamo lasciata confinata nell’ambito del privato, quasi fosse un cedimento della professionalità, o peggio, il combustibile di una “missione” che dovrebbe giustificare la svalutazione del nostro lavoro.
Ma se oggi il sistema delle professioni di cura in Italia attraversa una crisi senza precedenti — una crisi di attrattività che ilQuaderno 52 di Fondazione Cariplofotografa con spietata lucidità — è proprio perché abbiamo barattato il senso profondo del nostro agire con una fredda erogazione di prestazioni.

Lavorare oggi nelsociale, specialmente in quei territoriai confini dell’imperodove la solitudine e il diritto si scontrano quotidianamente, richiede un nuovo paradigma.
Non servono martiri, servono professionisti capaci di unarivoluzione della tenerezza: una competenza tecnica raffinata che sappia abitare la differenza tra ilcure(guarire) e ilcare(prendersi cura).
In questo articolo esploriamo come l’idealità, intesa come progetto politico e costituzionale, sia l’unica vera via d’uscita per restituire dignità e futuro a chi ha scelto il mestiere più difficile e bello del mondo.
Il coraggio di restare umani
Esiste un’immagine romantica, persistente e profondamente tossica che perseguita chi opera nel sociale: quella del “missionario”.
È una trappola culturale che riduce illavorodicurae diassistenza socio-educativaad un’attività mossa esclusivamente da slanci caritatevoli, una sorta di dote naturale che dovrebbe magicamente compensare salari insufficienti, precarietà contrattuale e carichi di lavoro logoranti.
Ma la“tenerezza”di cui scrivo — quella che richiamava Paco Ignacio Taibo II nella celebre biografia di Che Guevara — non ha nulla a che fare con la smanceria.
Non fatevi distogliere dal riferimento allo storico guerrigliero argentino, restate sull’immagine che riporta potentemente alcoraggioche ci vuole e all’idealitàche sempre resiste al passare del tempo e degli anni.
La tenerezza è unatto di resistenza professionale. È la capacità tecnica, scientifica e umana di abitare la complessità senza lasciarsi anestetizzare dal cinismo.
Chi sceglie oggi questa strada lo fa spessoaiconfini dell’impero: in quelle periferie esistenziali dove il diritto si infrange contro la burocrazia e dove il silenzio delle istituzioni è interrotto solo dal grido di solitudine dei domicili.
In questi luoghi, la tenerezza non è un sentimento: è l’unica armatura professionale possibile.
La crisi del welfare: non mancano le teste, manca il senso
Non possiamo più permetterci di derubricare lacrisi del welfarea una semplice questione economica e di riconoscimenti pubblici.
I dati delQuaderno 52 di Fondazione Cariplo(2025) scardinano un alibi comune: le iscrizioni ai corsi di laurea per educatori e assistenti sociali sono aumentate del 30% nell’ultimo decennio, ma i servizi rimangono drammaticamente vuoti.
Ma se oggi il sistema delle professioni di cura in Italia attraversa una crisi senza precedenti — una crisi di attrattività che il fotografa con spietata lucidità — è proprio perché abbiamo barattato il senso profondo del nostro agire con una fredda erogazione di prestazioni.
—Quaderno 52 Fondazione Cariplo,Professionalità qualificate nei servizi di cura (2025)
Perché? Questasvalutazione ontologicaè il vero veleno.
Se la società e la politica continuano a considerare la cura come unistinto maternoo unapropensione al bene, non sentiranno mai l’urgenza di investire in retribuzioni adeguate o in percorsi di carriera solidi.
La conseguenza è una fuga di massa: i professionisti si formano, entrano nel sistema e poi scappano verso settori dove la loro intelligenza emotiva non viene scambiata per volontariato mascherato.
La tecnica della relazione: oltre la "prestazione"
Intendiamoci: non mi nascondo che i nodi siamo più complessi. E proprio per questo dobbiamo rivendicare con forza che la cura è unaprofessione ad alta qualifica.
Non si salvano i percorsi di vita con l’entusiasmo, ma con una padronanza clinica e sociale della relazione.
Il Quaderno 52 sottolinea un aspetto che deve diventare il pilastro della nostra identità:
—Quaderno 52 Fondazione Cariplo,Professionalità qualificate nei servizi di cura (2025)
Essere professionisti “teneri” ai confini dell’impero significa agire su tre fronti scientifici:
Advocacy e Voce.Avere il coraggio di “dare voce” ai soggetti, trasformando il servizio da semplice luogo di “sorveglianza e contenimento” del disagio a spazio di emancipazione.
Architettura dei legami.Abitare il limite tra l’individuo e la comunità, ricostruendo reti sociali laddove la solidarietà è stata atomizzata dal mercato.
Gestione del trauma.Resistere allacompassion fatiguee al cinismo reattivo, che sono le vere malattie professionali di chi opera senza i giusti supporti di supervisione.
Cure e Care: guarire vs prendersi cura
Esiste un confine invisibile quanto spesso invalicabile che attraversa i nostri territori: quello che separa ilsocialedalsanitario.
Nel linguaggio tecnico anglosassone si parla di distinzione traCure(il trattamento della malattia) eCare(la presa in carico della persona).
Il sanitario gode ancora di prestigio, risorse e protocolli certi (i LEA); il sociale è spesso considerato il “fratello povero”, quello che interviene quando la medicina ha finito il suo compito.
Ma ai “confini dell’impero” sappiamo che questa separazione è artificiale e dannosa. Non puoi “curare” un corpo senza “prenderti cura” della vita che lo abita. C’è bisogno di entrambe le professioni.
Come evidenziato dalla ricerca:
—Quaderno 52 Fondazione Cariplo,Approfondimenti sulle professioni di cura (2025)
Tornare ai fini: un’idealità per il futuro
Dobbiamo essere onesti: stiamo assistendo negli ultimi anni ad una deriva verso un“welfare sociale prestazionale”: un mercato diore di assistenzaepasti consegnati, dove il numero sostituisce il valore e la procedura sostituisce il pensiero.
Questo modello sta uccidendo l’attrattività del mestiere. Per recuperare le nuove generazioni, non dobbiamo promettere un “impiego”, ma offrire una partecipazione a un progetto di giustizia sociale.
—Quaderno 52 Fondazione Cariplo,Professionalità qualificate nei servizi di cura (2025)
LaCareè quellatenerezza professionaleche rimette al centro il Progetto di Vita delle persone fragili. Non salva le vite, ma può consentire alle persone fragili di potere vivere con dignità.
Lavorare nel sociale significa essere i custodi delCare. È una professione che non può limitarsi a somministrare un servizio, ma deve abitare lo spazio tra ilbisognoe larisposta.
E’ nelle trame del quotidiano che il sociale deve ritrovare gli spazi di una generatività feconda nelle comunità e nei territori del nostro Paese.
È qui che si misura la nostra competenza: nel saper trasformare un “paziente” in una “persona”.
Senza questa integrazione, continueremo ad avere ospedali efficienti ma territori deserti, medici competenti ma cittadini soli.
La verarivoluzione della tenerezzaparte da qui: dal rifiuto di considerare la cura sociale come un accessorio del sanitario.
Mi piace richiamare uno dei tanti passaggi sulla tenerezza che Papa Francesco ci ha donato. Indipendentemente dal senso religioso di ciascuno di noi, è un invito davvero ad unostile professionalechenon può e non deve mai perdere la tenerezza:
—Papa Francesco, Esortazione ApostolicaEvangelii Gaudium


