Ho scritto qualche giorno fa cheavevo mollato tutto per aprire un chiringuito. Non era un resoconto immobiliare su una spiaggia: era la metafora con cui provavo a raccontare, a cose già fatte, cosa avevo lasciato: il pubblico impiego, il posto fisso, venticinque anni di Pubblica Amministrazione.
Anche questo articolo è scritto così, a posteriori: non per decidere se cambiare, ma per rileggere cosa è successo dentro di me perché quel cambiamento, già avvenuto, diventasse possibile. Sono cinque gli ostacoli che ho dovuto attraversare per arrivare fin lì.
Lasciare ilposto fisso— e nel pubblico impiego — è stato l’ostacolo più impegnativo nel mio percorso di cambiamento lavorativo. Non la decisione di cambiare, ma il lavoro su di sé che l’ha preceduta e seguita.
Primo ostacolo: mancavano le categorie per leggermi
Le teorie che conoscevo — quelle delchange managementorganizzativo — mi dicevano cosa fare e quando farlo, ma non mi davano le categorie per leggere quello che stava succedendo a me.
È stato ilTransition Modeldi William Bridges a darmi, con ritardo, le categorie che mi mancavano. Bridges, inTransitions: Making Sense of Life’s Changes, individua una sequenza in tre fasi: gliendings, la fine, il distacco da ciò che si era; poi laneutral zone— la zona neutra, la zona grigia come la chiamo io —, il tempo sospeso in mezzo, né dentro il vecchio né ancora dentro il nuovo; e infine inew beginnings, il nuovo inizio. Prima una fine, poi un vuoto, poi un inizio. Ogni transizione comincia con una perdita.
Dopo venticinque anni nella Pubblica Amministrazione locale, ho capito che era arrivato il tempo di cambiare. L’endingnon è stato per me un evento immediato: ha avuto un cominciamento, un momento in cui la fine ha iniziato a essere vera molto prima che lo diventasse formalmente.
Non trovo un giorno preciso. Mi sono reso conto strada facendo, quando mi sono imposto di prendere sul serio l’idea di dimettermi volontariamente.
«L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso — prigione, malattia, abitudine, stupidità — si vorrebbe morire.»(C. Pavese,Il mestiere di vivere, Einaudi, 1952, voce del 23 novembre 1937)
Il cominciare non è solo una gioia che manca quando ci si accorge di essere fermi. È anche una minaccia che incombe su chi crede di essersi mosso e invece si ritrova, senza saperlo, dentro la stessa scena di prima.
Una fine è condizione necessaria di un inizio vero: prima la fine, poi il vuoto, poi l’inizio, mai il contrario, direbbe Bridges. Ma non è condizione sufficiente. Si può finire qualcosa nei fatti e restare comunque dentro l’orrore pavesiano della ripetizione identica, se quella fine non ha prodotto nessuna trasformazione interna. E specularmente si può restare fermi sulla rotaia e vivere lì dentro un vero cominciamento quotidiano, se lo si attraversa con intelligenza.
Quanto tempo ci si deve concedere per cominciare la prima fase della perdita? Per elaborarla, prima di chiamarla nuovo inizio?
Secondo ostacolo: il posto fisso ereditato
Sono nato nel 1971. Generazione X, coorte 1965–1979.Isabella Pierantonici chiama«gli equilibristi, la generazione sandwich». Mai protagonisti di rivoluzioni.
Non nativi di una rottura tecnologica, ma immigrati digitali senza visto di ritorno, arrivati da adulti in un territorio che i più giovani abitano come lingua madre. Nessuna crisi generazionale che tutti riconoscano come evento collettivo di passaggio, come il 2008 per i Millennial o la pandemia per la Gen Z. Equilibristi tra un mondo ereditato e uno incerto che muta irrazionalmente sotto i nostri piedi — segnati ad abitare una zona liminale.
Si può essere collocati in un’epoca senza abitarla per intero. Martine Segalen (1992) sostiene che«non esiste una generazione in sé, ma la posizione relativa alla successione genealogica che situa la generazione in rapporto ai predecessori e ai successori». Il sociologo Vern Bengtson, con i suoi studi longitudinali su più generazioni della stessa famiglia, ha mostrato empiricamente che i valori — religiosità, orientamento politico, etica del lavoro — si trasmettono spesso con più forza lungo la linea familiare diretta (nonni → genitori → figli) che lungo la coorte anagrafica di appartenenza.
I miei genitori — prima coorte Baby Boomer, insegnanti elementari — sono stati i primi della famiglia a studiare. Per i loro genitori, contadini della bassa padana, rappresentavano già il successo. È da loro che ho ereditato il mito del posto fisso e pubblico: riscatto e garanzia della pensione come traguardo scontato di un percorso lineare. Non la carriera, non il successo: i soldi come mezzo per una vita dignitosa. Una consegna antica, a sua volta consegnata dai miei nonni — Generazione Silent (1925–1945), quella che ha vissuto la scarsità reale del dopoguerra. La sufficienza come traguardo, non l’accumulo.
Il pubblico impiego italiano non nasce come promessa di stabilità: nasce comesupplenza strutturale. Lo Stato occupa storicamente lo spazio lasciato vuoto da un’industrializzazione mai arrivata fino in fondo, prima nel regime fascista, poi nella Repubblica democratica. Il nodo si forma tra il 1922 e il 1942, quando l’espansione della burocrazia diventa strumento di consenso del regime e prende avvio quella che gli storici dell’amministrazione chiamano«meridionalizzazione del pubblico impiego»: il posto statale come unico canale di mobilità sociale dove un tessuto industriale privato semplicemente non esiste.
Tra il 1945 e il 1962, il pubblico impiego assume ufficialmente la sua funzione di ammortizzatore sociale: prima ancora che uno Stato sociale universalistico esista, è l’assunzione pubblica a fare da rete di protezione contro la disoccupazione, specie meridionale. Il welfare state italiano, a differenza della gran parte degli altri paesi europei, si è sviluppatoper via categoriale e particolaristica, non universalistica, con una spesa sociale storicamente sbilanciata sulla tutela pensionistica.
Ancora oggi la distribuzione dell’occupazione pubblica ricalca quasi esattamente le stesse geografie del dopoguerra: le regioni a statuto speciale contano in media16,4 dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti, contro i10,1delle regioni a statuto ordinario — il 62% in più — conCalabria, Lazio e Liguria che presentano un eccesso di personale non giustificabile dalle sole competenze amministrative.
Per questo, quando oggi il ‘posto fisso’ smette di reggere, non si rompe solo un contratto di lavoro individuale, ma l’ultima funzione di supplenza che lo Stato italiano si era assunto un secolo fa — in un paese che nel frattempo non ha mai costruito né un mercato del lavoro privato capace di assorbire quella domanda di sicurezza, né un welfare universalistico capace di scollegare la protezione sociale dal tipo di contratto che si firma.
Terzo ostacolo: l’habitus
Habitus deriva dal latinohaberee traduce l’hexisdell’Etica Nicomachea di Aristotele: un’abitudine nella forma virtuosa di carattere morale, acquisita ma radicata, che orienta attraverso la ragione le sensazioni e le condotte — a differenza della semplice ripetizione passiva di comportamenti.Bourdieu riprende questa radiceper descrivere qualcosa di più profondo di un’abitudine: una disposizione che si forma in un contesto storico e continua ad agire anche quando quel contesto è sparito.
Venticinque anni dentro la Pubblica Amministrazione non mi hanno solo dato uno stipendio e un ruolo: mi hanno costruito un habitus — una disposizione radicata che orientava, quasi a mia insaputa, cosa percepivo come sicurezza e cosa come rischio.
Lasciare il posto fisso non mi si presentava come una scelta professionale tra due opzioni legittime: mi si presentava come un fallimento. Non un rischio calcolato che poteva andare bene o male — una colpa, quasi morale, ancora prima di essere una decisione.Non decidevo con un metro costruito sul mio presente. Giudicavo con un metro ereditato— formato da chi il posto fisso lo aveva desiderato come approdo, non come gabbia.
Non è stata quindi la paura dell’ignoto, da sola, a trattenermi per tanto tempo. È stata la sensazione, mai del tutto verbalizzata prima d’ora, che allontanarsi da quella stabilità fosse un tradimento non verso un datore di lavoro, ma verso un’intera genealogia di sacrifici che quella stabilità l’avevano resa possibile per me. Il posto fisso non mi proteggeva solo dall’incertezza economica, ma dalla possibilità stessa di dover fare i conti con un mio limite:il fallimento come una sentenza definitiva su chi sono.
La domanda utile, allora, non è se una scelta sia stata giusta o sbagliata. È un passo prima: il criterio con cui la giudico — l’ho scelto io, esaminandolo? O l’ho solo ricevuto, senza mai verificare se vale ancora nel mondo in cui vivo oggi?
Quarto ostacolo: cinque generazioni fianco a fianco
Il quarto ostacolo è la complessità. L’Italia, scrive Isabella Pierantoni neIl secolo delle generazioni(Il Mulino, 2026), è il caso più evidente di un fenomeno nuovo: un Paese dove la denatalità svuota le culle mentre la longevità trattiene gli anziani, e dove più mentalità generazionali possono trovarsi fianco a fianco negli stessi ambienti di lavoro. L’ADP Research Institute, nel reportPeople at Work, condotto su oltre 32.000 lavoratori in 17 Paesi — circa 2.000 in Italia —, documenta empiricamente che per la prima volta cinque generazioni distinte lavorano gomito a gomito nella stessa azienda: Baby Boomer, Generazione X, Millennial, Generazione Z e Generazione Alpha.SDA Bocconi School of Managementparte dallo stesso dato per studiare come sia cambiato il concetto diengagementin un ambiente dove le carriere non sono più lineari e l’avanzamento deriva più facilmente da cambiamenti di azienda che dalla scalata interna.
IlDeloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2026, condotto su oltre 22.500 giovani nel mondo, restituisce l’immagine di una generazione che ridefinisce il significato di successo professionale. Stabilità economica, benessere, sicurezza psicologica, possibilità di apprendere e senso di scopo pesano ormai quanto salario e avanzamenti di carriera.
I numeri italiani delRandstad Workmonitor Pulsedicono che solo il39%dei giovani italiani considera oggi la carriera una priorità assoluta, contro oltre il60%della Generazione X. Per il70%degli under 30, l’equilibrio tra vita professionale e privata è condizione irrinunciabile; il57%dei giovani lavoratori è disposto a cambiare occupazione entro un anno se l’ambiente non garantisce motivazione e benessere, mentre solo il22%considera la stabilità di lungo periodo una priorità. Il67%dei lavoratori Gen Z dichiara di preferire uno stipendio più basso in un contesto che tutela salute mentale e fisica, piuttosto che un salario più alto in un ambiente ad alto stress: l’esatto rovescio dell’etica ereditata di cui parlavo all’inizio, quella per cui il sacrificio è categoria morale.
Il quarto ostacolo si è presentato solo dopo aver capito i primi tre: guardarmi intorno e scoprire che la paura che mi teneva fermo — quella colpa morale nel lasciare la sicurezza — non era universale, era generazionale. Per un giovane della Gen Z, dimettersi da un lavoro che non offre benessere non è un fallimento, ma buon senso. Questo mi ha messo davanti a un ostacolo diverso: non solo convincere me stesso a lasciare, ma fare i conti con lo scarto tra la mia fatica e la naturalezza con cui altri, più giovani, affrontano la stessa soglia senza il fardello che mi portavo dietro. Un misto di invidia e sollievo: invidia per una libertà che a loro sembra scontata e a me è costata un lavoro interiore lungo anni; sollievo nel capire che, se quella libertà è già la normalità per chi viene dopo di me, allora la colpa che sentivo non era una verità sul mondo — era solo l’eco di un mondo che non esiste più.
Non ho ancora finito di finire
Mi rendo conto, arrivato fin qui, di aver raccontato solo il primo terzo della storia. Bridges direbbe che sono ancora dentro l’ending— non ho messo piede nella zona grigia, e tantomeno in un nuovo inizio. Cinque ostacoli, ma tutti dello stesso tipo: ostacoli a lasciare, non ostacoli ad arrivare da qualche parte. Ho passato queste pagine a spiegare perché non riuscivo a finire, non a raccontare cosa succede dopo che hai finito — perché quel dopo, semplicemente, non l’ho ancora vissuto.
E la verità è che non lo so ancora, e credo sia onesto dirlo invece di fingere una sintesi che non ho. So che il chiringuito, per ora, resta un’immagine — non un piano, non un progetto con una data. So che il metro con cui giudicavo la mia paura all’inizio di questo pezzo non è più lo stesso con cui la giudico ora che l’ho scritta: qualcosa, nel nominarla, si è già spostato. Ma non so ancora con quale altro metro la sostituirò, né se quello nuovo sarà davvero mio o solo un’altra eredità che non ho ancora imparato a riconoscere come tale.
La zona neutra di Bridges non si racconta prima di averla attraversata — si può solo dire, da qui, che ci si sta entrando. E forse è proprio questo il punto: non tutte le transizioni si lasciano scrivere in tempo reale. Alcune si possono solo annunciare, e poi vivere, e poi — se va bene — raccontare da un punto più avanti, quando la zona grigia avrà smesso di essere grigia.
Questo non è un articolo che si chiude. È un articolo che si interrompe dove finisce quello che riesco a vedere da qui. Il resto arriverà quando ci sarà da dire qualcosa di vero, non prima.




