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Pianificare il welfare sul TFR sbagliato — Il Cantiere del Welfare
Tasso di Fecondità Totale — Il Cantiere del Welfare
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Dati·19 maggio 2026

Pianificare il welfare sul TFR sbagliato

Le proiezioni ufficiali sul TFR italiano incorporano un rimbalzo che i dati non giustificano. Usati correttamente, però, quegli stessi scenari rivelano le scelte che qualcuno dovrà fare.Spagna e Germania le stanno già facendo.
Davide Vairani
19 maggio 2026
10 min di lettura

Una premessa necessaria: non sono un demografo. Non mi intendo di statistica nel senso tecnico del termine. Quello che segue non è un'analisi esperta delle proiezioni ISTAT, né una critica metodologica dei modelli demografici europei.

È qualcosa di più semplice: il tentativo di capire come devono essere correttamente utilizzati.

Ho letto, ho cercato, ho chiesto. Quello che segue è quello che ho trovato. Con tutte le approssimazioni del caso.

* * *

Il dato: proiezioni del TFR italiano

Il punto di partenza: un grafico ISTAT sulle proiezioni del TFR italiano, ilTasso di Fecondità Totale, cioè il numero medio di figli per donna in età fertile.1

Un indicatore apparentemente tecnico, che misura però qualcosa di molto concreto: quante persone ci saranno domani, chi lavorerà, chi pagherà le pensioni, chi avrà bisogno di cure.

Il grafico mostra due cose. La prima è lastoria: dal 1997 al 2023, il TFR italiano è sceso da 1,22 a 1,20, con un picco temporaneo a 1,46 nel 2008 e una caduta quasi ininterrotta nell'ultimo decennio. La seconda è la proiezione ISTAT: dal 2023 in poi, una risalita graduale e continua fino a 1,47 nel 2080. Come se iltrendsi invertisse da solo, senza che nulla di strutturale cambi.

TFR Italia — Serie storica e scenari al 2080
Storico 1990–2024 + scenari mediano, basso, alto e soglia 2,1
Storico
Mediano
Basso
Alto
Soglia 2,1
0,81,01,21,41,61,82,02,21990200020102020203020402050206020702080→ proiezione2,1
Fonti: ISTAT "Previsioni della popolazione residente 2022–2080" (2023). Il dato 2024 è preliminare (~1,18). Scenario basso: ~1,04 al 2080; scenario alto: ~1,75.
TFR UE — Media europea 1990–2023
Serie storica UE a confronto con soglia di sostituzione 2,1
UE storico
Soglia 2,1
0,81,01,21,41,61,82,02,2199019952000200520102015202020232,1
Fonte: Eurostat. Media UE costantemente sotto la soglia di sostituzione (2,1) dal 1975. Il dato copre EU27.

Perché sale? Perché la proiezione prevede un rimbalzo che iltrendreale degli ultimi quindici anni non giustifica in nessun modo visibile?

La risposta — che ho trovato cercando nella documentazione metodologica di ISTAT e Eurostat — è che il modello incorpora strutturalmente un'ipotesi di ritorno verso un valore di equilibrio. Tecnicamente si chiamamean reversion. In sostanza: il modello assume che il TFR italiano, nel lungo periodo, converga verso una media europea considerata "normale".

Non perché ci siano politiche familiari nuove, non perché le condizioni economiche dei giovani migliorino, non perché cambino le norme culturali sul lavoro femminile e sulla maternità. Ma perché il modello è costruito così: se una variabile scende sotto il suo valore di equilibrio atteso, il modello la riporta su.

Quello che il grafico non mostra — e che ISTAT pubblica ma raramente viene citato — è che esistonotre scenari, non uno.

Lo scenario mediano prevede quella risalita verso 1,47. Lo scenario basso prevede una discesa ulteriore fino a circa 1,04 al 2080. Lo scenario alto arriva a 1,75. La forbice tra scenario basso e alto è di oltre 0,7 punti di TFR: una differenza che in termini di popolazione si traduce in decine di milioni di persone.

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Come funziona un modello che rimbalza sempre

Per capire perché la proiezione mediana ISTAT incorpora un rimbalzo, bisogna capire — almeno a grandi linee — come sono costruiti imodelli demografici standard. Si tratta di una scelta metodologica che ha conseguenze politiche rilevanti. E che, come ho scoperto cercando, non riguarda solo l'Italia.

I modelli demografici di lungo periodo lavorano con il meccanismo dellamean reversion: l'idea che le variabili demografiche, nel lungo periodo, tendano a convergere verso un valore di equilibrio. ISTAT non fa eccezione. Le proiezioni demografiche ufficiali di tutti i 27 paesi dell'Unione Europea sono costruite sul modelloEUROPOPdi Eurostat, che incorpora esplicitamente la stessa logica: il TFR di ogni paese tende verso un valore obiettivo di lungo periodo fissato a 1,77, derivato dalle performance dei paesi europei con la fecondità più alta.2I modelli nazionali — incluso quello ISTAT — sono costruiti in coerenza con EUROPOP.

Il rimbalzo del TFR italiano nello scenario mediano non è quindi un'anomalia nazionale: è un'applicazione locale di un'assunzione di convergenza che opera a livello continentale.

Eurostat stessa avverte esplicitamente che le proiezioni EUROPOP non devono essere considerate previsioni: sono scenari"what-if"che mostrano cosa succederebbe se le assunzioni si mantenessero costanti sull'intero orizzonte temporale.3Una precisazione metodologica corretta, ma che sparisce quasi sempre nel momento in cui quei numeri entrano nei documenti di programmazione pubblica, trasformandosi da scenari condizionali in basi di fatto per le decisioni politiche.

Il problema è che questa assunzione ignora la natura strutturale del calo. I dati di fecondità completata — cioè il numero medio di figli per le donne che hanno concluso la loro vita riproduttiva — mostrano che le coorti nate negli anni Ottanta stanno chiudendo con meno figli in assoluto, non solo con figli fatti più tardi. Il calo non è solo un effetto di posticipo, recuperabile nel tempo.È una riduzione definitiva della dimensione familiare desiderata e realizzata.4

Francesco Billari, demografo tra i più autorevoli in Italia, ha documentato come il calo della fecondità nei paesi dell'Europa meridionale risponda a fattori strutturali profondi — precarietà lavorativa giovanile, costo delle abitazioni, carenza di servizi per l'infanzia, norme culturali sul ruolo delle donne — che non si modificano nel medio periodo senza interventi radicali e sostenuti nel tempo.5

Nessuno di questi fattori strutturali ha mostrato segnali di inversione significativa negli ultimi anni in Italia. Il TFR nel 2023 era a 1,20. Nel 2024 i dati preliminari lo collocano intorno a 1,18.La curva non sta decelerando la caduta. La sta accelerando.

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La proiezione ottimistica come rinvio collettivo

C'è una domanda che mi sono fatto leggendo tutto questo: cosa succederebbe se ISTAT — e con essa Eurostat — adottasse lo scenario basso come scenario centrale?

Le implicazioni sarebbero immediate e scomode. Una popolazione di 10-15 milioni di persone in meno al 2080 rispetto allo scenario mediano significa un rapporto tra attivi e pensionati che rende il sistema previdenziale attuale insostenibile senza riforme radicali. Significa ipotesi sul PIL potenziale che crollano. Significa una traiettoria del debito pubblico in rapporto al PIL che diventa esplosiva. Significa, per chi si occupa di welfare, un sistema di protezione sociale progettato per una platea di contribuenti che non ci sarà.

-10/15 mlnpersone in meno al 2080 nello scenario basso rispetto al mediano
22/27paesi UE con popolazione in età lavorativa in calo entro il 2050
44 mlnlavoratori in meno stimati in Europa entro il 2050 senza immigrazione (CGD)

Vale la pena dirlo esplicitamente: l'Italia non è un caso isolato. Il problema è europeo, e le sue dimensioni continentali rendono ancora più evidente perché la soluzione non può essere solo nazionale. Entro il 2050 la popolazione in età lavorativa è destinata a diminuire in 22 dei 27 paesi dell'Unione Europea, mentre la quota degli over 85 sul totale della popolazione raddoppierà.6I paesi dell'Europa orientale e meridionale — tra cui l'Italia — subiranno un invecchiamento più severo e una contrazione della forza lavoro più marcata rispetto ai paesi dell'Europa occidentale e settentrionale.

Ed è qui che probabilmente le proiezioni di scenario possono dirci indirettamente qualcosa di utile:il rimbalzo del TFR nello scenario mediano funziona solo se arrivano flussi migratori significativi e sostenuti nel tempo.È la variabile che tiene in piedi l'intera costruzione, a meno di improvvisi eventi catastrofici oppure di insperabili massicce politiche pubbliche di investimento generale.

Un'analisi recente dell'Osservatorio CPI dell'Università Cattolica — firmata da Galli, Geraci e Scinetti nel giugno 2025 — lo dice con una chiarezza che raramente si trova nel dibattito istituzionale: senza nuove immigrazioni nette, l'Italia perderà oltre 10 milioni di abitanti ogni 25 anni, scendendo sotto i 50 milioni nel 2050 e sotto i 30 milioni nel 2100.7

Per conservare semplicemente la sostenibilità del welfare — cioè mantenere il rapporto tra popolazione in età lavorativa e totale della popolazione ai livelli attuali — servirebbero490mila permessi di soggiorno lordi l'anno entro il 2035e 620mila entro il 2050. I decreti flussi 2023-2025 ne prevedono circa 165mila l'anno. Meno di un terzo del fabbisogno stimato.

Il meccanismo nascosto

La proiezione ottimistica non è solo un rinvio sulla natalità — "il TFR risalirà da solo". È un meccanismo di rinvio sull'immigrazione: le proiezioni assumono flussi migratori adeguati senza che nessuno sia chiamato a decidere esplicitamente che quei flussi devono arrivare, come devono essere selezionati, come devono essere integrati. Il modello li incorpora silenziosamente come variabile tecnica, sottraendoli al confronto politico.Senza una politica migratoria strutturata e ambiziosa, lo scenario basso non è il caso peggiore. È il caso più probabile.

* * *

Usare gli scenari per quello che sono

C'è un uso sbagliato degli scenari demografici — quello più comune — e un uso corretto, che quasi nessuno fa.

L'uso sbagliato è trattare lo scenario mediano come una previsione. Prenderlo come base di programmazione, costruire piani quinquennali su quella traiettoria, e poi sorprendersi quando i dati reali se ne discostano. È quello che fanno, quasi inevitabilmente, i documenti istituzionali. Non per malafede: perché il mediano è il numero che sembra più ragionevole da usare.

L'uso corretto è quasi l'opposto. Uno scenario demografico ben costruito non ti dice cosa succederà. Ti dicecosa dovrebbe essere veroperché quella traiettoria si realizzi. È un ragionamento condizionale, non predittivo. E letto così, diventa qualcosa di molto più utile di una previsione: diventa una domanda che obbliga a scegliere.

Prendiamo lo scenario mediano ISTAT. Perché il TFR risalga a 1,47 al 2080, e perché la popolazione italiana rimanga sopra i 55 milioni, il modello incorpora flussi migratori netti significativi e sostenuti per decenni. L'ho scritto sopra come un problema — come una variabile nascosta che viene sottratta al confronto politico. Ma si può leggere anche diversamente.

Quella variabile non è una raccomandazione sull'immigrazione. È unrivelatore. Ci dice che il sistema di welfare che stiamo programmando oggi regge solo se alcune condizioni strutturali si realizzano. E la domanda che ne segue non è "siamo favorevoli o contrari a quei flussi", ma: quali condizioni di governance, di integrazione, di mercato del lavoro, di servizi devono essere costruite perché quella variabile si materializzi? E, specularmente: cosa succede al welfare se non si materializza?

Usato in questo modo, lo scenario demografico smette di essere un dato da citare in un'introduzione e diventa uno strumento di pressione istituzionale. Non dice cosa verrà — costringe a guardare cosa succederebbe nei diversi casi, e a decidere qualcosa adesso.

È una forma di onestà politica che raramente vediamo nei documenti di programmazione. E la sua assenza ha un costo. Perché nel frattempo, altri paesi europei con i nostri stessi numeri quella domanda se la stanno facendo — e qualcuno ha iniziato a risponderle.

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Il confronto che manca

Nel 2024, il TFR della Spagna era intorno a 1,12 — sotto l'Italia, che si attestava a 1,18. Due tra i valori più bassi dell'intera Unione Europea.8Stessa famiglia di welfare, stesso modello mediterraneo, stessa pressione demografica. Paese quasi gemello, per questa variabile.

La differenza è che la Spagna ha deciso di rispondere esplicitamente alla domanda che il modello poneva implicitamente. A partire dal 2022, la popolazione spagnola è cresciuta di 1,6 milioni di persone, quasi interamente grazie all'immigrazione. A fine 2024 il governo Sánchez ha approvato una riforma entrata in vigore nel maggio 2025 che mira a regolarizzare 300.000 persone l'anno fino al 2027, semplificando le procedure e riducendo i tempi di accesso ai permessi.9Non come misura umanitaria — o non solo — ma come scelta esplicita di sostenibilità del sistema di welfare e della base contributiva. Parallelamente, la riforma pensionistica del 2023 ha introdotto un meccanismo di equità intergenerazionale — il MEI — che lega i contributi aggiuntivi all'equilibrio demografico del sistema.10

Non sto dicendo che questo modello sia esportabile direttamente. Sto dicendo che la Spagna ha trasformato una variabile tecnica del modello demografico in una scelta politica dichiarata. Ha fatto quello che i modelli di scenario, usati bene, dovrebbero spingere a fare.

La Germania parte da un punto diverso — TFR intorno a 1,46, più alto — ma la dinamica non è meno preoccupante. Le projezioni di crescita potenziale per il quinquennio 2025-2029 si attestano intorno allo 0,3-0,4% annuo, in larga parte per effetto della contrazione demografica sulla forza lavoro.11La risposta è stata duplice: nel 2023 è entrato in vigore ilFachkräfteeinwanderungsgesetz, la legge sull'immigrazione qualificata, che ha aperto canali strutturati per lavoratori stranieri in settori a carenza cronica — tra cui, esplicitamente, la cura e l'assistenza agli anziani.12Nello stesso anno è stata riformata laPflegeversicherung, l'assicurazione obbligatoria per la non autosufficienza attiva dal 1994, con un aumento delle prestazioni per la domiciliarità e nuovi incentivi per i caregiver familiari.13Due mosse che si tengono insieme: più lavoratori della cura dall'esterno, più sostegno per chi cura dentro la famiglia.

Il 2024 Ageing Report della Commissione Europea contiene un dato che a prima vista sembra rassicurante per l'Italia: la spesa age-related italiana è proiettata in lieve calo — meno 0,2 punti percentuali di PIL — al 2070. Per la Spagna, invece, è previsto un aumento di oltre 6,5 punti.14La differenza non deriva da un welfare italiano più efficiente. Deriva dalle riforme pensionistiche già fatte, che hanno scaricato sui lavoratori futuri il costo dell'aggiustamento. Quella proiezione "rassicurante" regge solo se l'occupazione cresce, se i salari crescono, se i contribuenti ci sono. Tutte condizioni che dipendono — di nuovo — dalla stessa variabile demografica che il modello incorpora come assunzione silenziosa.

Il punto non è quale paese stia facendo meglio. È che alcuni paesi, di fronte agli stessi scenari, hanno risposto con scelte istituzionali esplicite. Hanno trasformato un"se"del modello in un"allora"della politica. L'Italia, per ora, ha lasciato quel "se" dove stava: dentro il modello, silenzioso, fuori dal dibattito pubblico.

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La domanda che resta aperta

Il problema che questo articolo ha cercato di mettere a fuoco non è tecnico. O meglio: ha una dimensione tecnica — i modelli demografici, gli scenari nascosti, le variabili incorporate come assunzioni silenziose — ma la radice è culturale e istituzionale.

Il sistema del welfare territoriale italiano è stato costruito in un'epoca in cui la demografia era stabile e prevedibile. Le sue istituzioni — i piani di zona, i fondi nazionali, i sistemi di accreditamento — sono progettate per un mondo in cui la popolazione cresce lentamente, la composizione per età è relativamente stabile, e le proiezioni a cinque anni sono abbastanza affidabili da giustificare piani quinquennali rigidi.

Quel mondo non esiste più. La demografia italiana — e europea — è in movimento accelerato, e le proiezioni che usiamo come base della programmazione potrebbero essere sbagliate non di poco, ma di molto.

E il punto più scomodo è che la variabile decisiva non è quanto scenderà il TFR. È quante persone arriveranno a lavorare, contribuire, pagare tasse e servizi in questo paese nei prossimi vent'anni.Una variabile che non dipende dalla demografia. Dipende dalla politica.

La domanda che resta aperta non è se lo scenario basso si avvererà. È perché altri paesi, con i nostri stessi numeri, stiano già costruendo le condizioni perché non si avveri — e noi no.

Nota

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