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Il Lodo Welfare di De Bortoli e lo squilibrio tra pensioni e servizi
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Il Ponte di Kublai·14 luglio 2026

Il Lodo Welfare non basta: i soldi non curano

De Bortoli rilancia sul Corriere un patto bipartisan sulla previdenza e la non autosufficienza.
Losquilibrio tra pensioni e servizi è un problema notoda vent'anni e un Lodo che non lo tocca rischia di restare a metà.
Davide Vairani
14 luglio 2026
7 min di lettura

Costruiamo sistemi di protezione sociale per addomesticare l'incertezza e poi ci ritroviamo a domandarci se reggeranno abbastanza a lungo da proteggere anche noi. Pensioni, conti pubblici, denatalità e non autosufficienza.Siamo dentro processi di transizione nei qualii, prima che si affermi un nuovo equilibrio, tutte le possibilità sono aperte.

IlXXV Rapporto annuale INPSpresentato in questi giorni non nasconde preoccupazione a allarme: laspesa per le pensionisale a 371 miliardi di euro nel 2025 (da 347 nel 2023) e il sistema regge oggi grazie a 27,2 milioni di occupati e 273 miliardi di contributi. Sono appena 1,7 lavoratori attivi per ogni pensionato e con questotrendla tenuta di lungo periodo dipende dalfragile equilibrio tra previdenza e assistenza.

"Serve una sorta di G7 del welfare e della previdenza perché denatalità, invecchiamento della popolazione, intelligenza artificiale e sicurezza sociale sono le sfide che si vincono solo ricercando soluzioni comuni". Insiste in una recente intervista alSole 24 OreGabriele Fava, presidente dell'Inps.1

Gli fa eco Ferruccio de Bortoli che sulCorriere della Serarilancia proponendo unLodo Welfare:"salvare prima di tutto lo stato sociale italiano. E di non essere responsabili della peggiore delle disuguaglianze".2Una sorta di pattobipartisantra tutti i partiti italiani per non dovere"assistere all'ingrossarsi, purtroppo inconsapevole, dell'esercito dei pensionati poveri (e degli attuali giovani quando lo saranno)".

Giornalisticamente, la notizia è questa: un presidente Inps che chiede un G7 del welfare, un importante editorialista che rilancia un patto trasversale sulla previdenza.

Ma un Lodo Welfare che parli solo di previdenza integrativa è sufficiente?

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Il problema che il Lodo Welfare da solo non risolve

Che il sistema di protezione sociale italiano rischi di non reggere lo certifica la stessa Ragioneria Generale dello Stato.

C'è una regola, introdotta con la riforma Fornero, che ogni due anni alza automaticamente l'età per andare in pensione, seguendo l'aumento della vita media calcolato dall'Istat — senza che serva una nuova legge ogni volta. Ed è proprio questa regola, dice la Ragioneria nel Documento di Finanza Pubblica 2025, a valere da sola oltre 20 punti di Pil di risparmio cumulato al 2060 — circa 450 miliardi ai valori 20253.

Ma è anche la stessa Ragioneria a segnalare che quella regola portante della sostenibilità del sistema è oggi nel mirino trasversale della politica: sia parti della maggioranza che dell'opposizione lavorano per abolirla, proprio mentre si avvicina l'ultima manovra prima delle elezioni.

In questo scenario, gli appelli ad una assunzione rapida di responsabilità pubblica sono necessari per aprire un dibattito pubblico che sembra come rassegnato ad andare incontro ad un destino già scritto.

Le famiglie italiane sono da sempre abituate in Italia a tenere in piedi unwelfare fai da tetroppo spesso nascosto e non riconosiuto. Oltre 7 milioni le persone ogni settimana assistono un familiare anziano, disabile o malato cronico, secondo le stimeIstat discusse nel Tavolo tecnico sui caregiver familiari. Non parlo di badanti, parlo di figli, coniugi, nipoti — per lo più donne, tra i 45 e i 64 anni, che si prendono cura senza contratto, senza turni, senza sostituzione. A livello europeo la proporzione è quasi identica: secondoEurocarers, l'80% dell'assistenza a lungo termine nell'Unione è garantita da caregiver non retribuiti.

E quando la famiglia non basta più, si compra il pezzo mancante sul mercato privato.L'Osservatorio Dominastima che le famiglie italiane spendano oggi tra i 13 e i 14,3 miliardi di euro l'anno per colf e badanti — quasi la metà dei quali, circa 5,4 miliardi, fuori da ogni contratto e da ogni tutela.

Allargando lo sguardo, ilDodicesimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenzialedi Itinerari Previdenziali quantifica in oltre 108 miliardi di euro la spesa privata delle famiglie per integrare sanità, pensioni e assistenza — di cui 34,3 miliardi destinati alla non autosufficienza.

Come si può chiedere loro di decidere sempre di più in futuro, decidere in proprio del loro futuro con la costruzione di una pensione integrativa?

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Il Welfare pubblico italiano

Il welfare pubblico italiano è sbilanciato sui trasferimenti monetari: più pensione, più assegno, più indennità, e troppo poco sul resto. Dovrebbe tenere insieme due pilastri: i soldi, certo, ma anche i servizi che quei soldi dovrebbero comprare.

Non è una tesi ideologica. È quello che sostiene il Governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, non più tardi di cinque mesi fa, presentando ilRapporto sulla sussidiarietà 2023/2024: in Italia la spesa pensionistica pesa circa il 16% del Pil, tra le più alte nell'area euro, mentre sanità e istruzione — rispettivamente 7% e 4% — restano sotto la media europea.

"Questo squilibrio tra il peso delle pensioni e quello delle altre prestazioni, così come l'insufficiente offerta di servizi in natura rispetto ai trasferimenti monetari, rappresenta un problema noto"4: lo scrive citando due decenni di letteratura. Boeri e Perotti già nel 2002 lo chiamavano"meno pensioni, più welfare". Ferrera, Fargion e Jessoula nel 2012 parlavano di"un modello sociale squilibrato".

Non è una scoperta recente,ma la diagnosi che l'Italia conosce e rinvia da almeno vent'anni.

Panetta aggiunge quello che i tanti caregiver italiani conoscono bene: per le famiglie fragili, c'è"una diffusa esigenza di integrare l'aiuto economico con il sostegno da parte di operatori specializzati, in grado di accompagnare le persone nellaquotidianità".

Senza operatori che accompagnino le famiglie — assistenti sociali, ADI, presa in carico — l'aiuto economico da solo non basta a chi è più fragile, anche quando l'aiuto economico c'è.

LO SQUILIBRIO CHE BANKITALIA CHIAMA "UN PROBLEMA NOTO"VOCE DI SPESA% SUL PIL (ITALIA VS MEDIA UE)Pensioni16%media Ue ~11-12%Sanità7%sotto media UeIstruzione4%sotto media Ue"UN PROBLEMA NOTO" — FABIO PANETTA, 20 FEBBRAIO 2025Troppe pensioni, troppo pochi servizi in natura rispetto ai trasferimenti monetari.
Lo squilibrio tra il peso delle pensioni e quello degli altri capitoli di spesa sociale non è una scoperta recente: la letteratura economica lo segnala da oltre vent'anni, come ricorda lo stesso Governatore della Banca d'Italia.

La spesa socio-assistenziale pro capite dei Comuni del Centro-Nord è quasi il doppio di quella del Sud (170 contro 90 euro): un divario che si traduce in posti negli asili nido che coprono il 19% dei bambini sotto i tre anni al Centro-Nord contro il 7% al Sud, e in assistenza domiciliare agli anziani che raggiunge 19 over 65 ogni 1.000 nel resto del Paese contro appena 8 nel Mezzogiorno

Il (vero) problema non è solo"quanti soldi", ma"quanti servizi. Edove.

170 vs 90€spesa socio-assistenziale pro capite, Centro-Nord contro Sud
19% vs 7%posti asili nido under 3, Centro-Nord contro Sud
19 vs 8over 65 in assistenza domiciliare ogni 1.000, resto Italia contro Sud

Quanto pesano le tre gambe

Il numero che Panetta cita — 16% del Pil in pensioni — va scomposto per capire dove sta davvero lo squilibrio.

Nel 2025 la spesa pensionistica erogata dall'INPS ha raggiunto 325 miliardi di euro5; la spesa sanitaria pubblica corrente si ferma a 142,9 miliardi6; le politiche sociali propriamente dette — cioè tutto ciò che non è pensione né sanità, al netto quindi dei trasferimenti previdenziali — valgono invece appena 110 miliardi7.

325 mld €spesa pensionistica INPS, 2025
142,9 mld €spesa sanitaria pubblica corrente, 2025
110 mld €politiche sociali al netto delle pensioni, 2023

Il confronto con l'Europa conferma la diagnosi di Panetta. Nel 2023 l'Italia ha erogato il 76,4% delle prestazioni di protezione sociale in denaro, contro una media Ue del 64,7%8: la quota più alta in Europa insieme a Grecia e Polonia. Paesi come la Svezia restano sotto il 52%.

DENARO CONTRO SERVIZI: LA QUOTA DI SPESA SOCIALE EROGATA IN TRASFERIMENTI MONETARIItalia76,4%in denaroMedia Ue64,7%in denaroSvezia51,6%in denaro
Quota delle prestazioni di protezione sociale erogata in trasferimenti monetari (pensioni, assegni, indennità) anziché in servizi diretti. Fonte: Eurostat, Conti della protezione sociale, 2023.

Concretamente, ad esempio, tutto questo si traduca in una spesa pro capite per persone con disabilità di 476 euro annui contro i 669 della media Ue e in quella per famiglie e minori di 339 euro contro 7539.

Non è un problema di risorse assolute: l'Italia spende il 28,34% del Pil in protezione sociale, sopra la media Ue del 27,3%10. In Italia abbiamo un problema di allocazione: continuiamo a scaricare sul trasferimento individuale ciò che altrove diventa servizio strutturato.

Il punto

Non spendiamo meno dell'Europa. Spendiamo, a parità di risorse, in modo sistematicamente più sbilanciato verso il denaro e meno verso i servizi alla persona — esattamente l'area dove si gioca la presa in carico della non autosufficienza e la co-progettazione territoriale.

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Cosa direbbe un Lodo Welfareet et

Il punto che De Bortoli sottolinea nell'articolo del Lodo Welfare è che la costruzione della pensione starà sempre di più nelle mani del singolo: spostare il Tfr dall'azienda a un fondo integrativo, sottoscrivere una polizza, e così via. Ma è una soluzione che presuppone ciò che manca a chi ne avrebbe più bisogno: continuità lavorativa e un reddito stabile da cui prelevare.

Il Tfr stesso — la prima leva che De Bortoli indica — si costruisce sull'anzianità di servizio: con carriere sempre più discontinue, part-time involontario e cambi di lavoro frequenti, l'importo accumulato si assottiglia proprio per chi avrebbe più bisogno di un cuscinetto.

Una polizza o un fondo integrativo si scelgono con un reddito che permette di risparmiare oggi pensando a domani: la previdenza integrativa, in altre parole, funziona bene per chi già un po' di sicurezza ce l'ha, e funziona poco o nulla per chi non ce l'ha.

È qui che il tempo"del disorientamento, dell'incertezza, del timore"11che stiamo attraversando rischia di tradursi in una tentazione precisa: rifuggire il presente affidandosi a strumenti individuali più adatti a chi già naviga meglio, lasciando che sia ciascuno a fronteggiare da sé responsabilità che un tempo erano collettiva.

Non è nostalgia o rimpianto se ricordo a me stesso che il welfare in Italia nasce come idea di cittadinanza, un'appartenenza a una comunità politica associata a diritti sociali garantiti dallo Stato.

Non nasce solo come protezione dai rischi, ma come il passaggio dallacaritàallostato sociale12, da un atto di beneficenza discrezionale a un diritto esigibile.

Tre le finalità che l'azione di welfare persegue da allora: proteggere dai rischi sociali, combattere la povertà, promuovere le pari opportunità attraverso l'accesso a servizi fondamentali — sanità, istruzione, servizi sociali — garantiti a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito o dai contributi versati. È l'universalismo, non la discrezionalità del singolo intervento, il principio che tiene insieme l'intero edificio.

Prima di rinunciare all'universalismo del nostro welfare ci penserei seriamente. Non parlo della capacità di gestirlo bene: parlo proprio dell'impianto.

Nel mondo, più della metà della popolazione — circa 4,6 miliardi di persone — non ha ancora accesso ai servizi sanitari essenziali13. E anche guardando alla sola Europa l'universalismo resta l'eccezione, non la regola: la maggior parte del continente ha scelto il modello occupazionale bismarckiano, dove le prestazioni restano legate ai contributi versati. Solo un numero ristretto di paesi — Regno Unito, i sistemi scandinavi, l'Italia dal 1978 con il Servizio Sanitario Nazionale — ha costruito un impianto realmente universalistico, finanziato dalla fiscalità generale14.

Abbiamo allora bisogno di un Lodo Welfare che pretenda previdenza integrativa e assicurazione per la non autosufficienza e al contempo un impegno vincolante a correggere lo squilibrio previdenza/servizi che Bankitalia certifica da vent'anni.

IlReport FragilItaliadiLegacoopeIpsos- ad esempio - registra che il 61% degli italiani ritiene necessaria una riforma radicale del welfare, ma solo il 15% è disposto a tagli generalizzati e il 40% immagina il welfare del futuro gestito in collaborazione tra Stato ed enti non profit, non semplicemente finanziato con più trasferimenti15.

Et etnonaut aut: più strumenti privatistici e più servizi pubblici insieme, non l'uno al posto dell'altro.

Il Lodo Welfare che De Bortoli invoca avrebbe più forza — e più chance di funzionare davvero — se lo dicesse esplicitamente: un patto sulla previdenza che non tocca lo squilibrio nominato dal Governatore della Banca d'Italia rischia di limitarsi a spostare più soldi dentro un sistema che, i soldi, in realtà, già li sa spostare. Il problema, lo dice Bankitalia da vent'anni, è altrove.

Stiamo attenti a non finire dritti verso un piano inclinato:un welfare selettivo, disponibile per chi può permetterselo e assente per chi non può.

Lo stesso De Bortoli, aprendo a ottobre 2025 l'incontro del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, ci ha ricordato che prendersi cura degli anziani oggi significa evitare di condannare le nuove generazioni alcaregiving forzato: quella rete di solidarietà familiare che, in assenza di servizi pubblici adeguati, finisce per reggere da sola un pezzo di sistema che lo Stato non copre16.

Se il Lodo vorrebbe aggiungere risorse — pubbliche o private — senza toccare lo squilibrio che Panetta certifica. Una china pericolosa che produrrebbe tra i suoi effetti uno squilibrio ulteriore tra chi ha reddito e famiglia e può permettersi di comporre un pacchetto di cura. Chi non li ha resta, ancora, con il solo caregiving forzato a fare da ammortizzatore.

Non è unaut auttra pubblico e privato che si risolve da solo, magari aggiungendo un fondo. È una scelta politica esplicita che, finora, nessuno ha ancora fatto fino in fondo.

Torniamo allora da dove siamo partiti. Fava chiede un G7 del welfare, De Bortoli un Lodo bipartisan: due proposte giuste, forse persino urgenti. Ma prima di firmarle andrebbe chiesto, a chi le propone e a chi le voterà: di che welfare parliamo, quando diciamo previdenza?

Se il tavolo si aprisse solo sulla sostenibilità delle pensioni, il Lodo rischierebbe paradossalmente di blindare lo squilibrio che lo ha reso necessario.

Nota

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