
Il welfare invisibile. Lavoro domestico e generazione sandwich
Nel 2026 una badante su tre ha un contratto che dura meno di un anno. Il 7,6% dei contratti nel settore domestico si chiude entro trenta giorni. Eppure senza questo lavoro — instabile, sottopagato, per lo più irregolare — il sistema sanitario e socioassistenziale italiano non reggerebbe.
Due ricerche pubblicate a distanza di poche settimane — il paperFamily (Net) Workcurato dal Censis per Assindatcolf e la ricercaLavoro di cura domestico – Generazione Sandwichdi Nuova Collaborazione realizzata da Ipsos Doxa — restituiscono insieme un'immagine che vale la pena leggere non in sequenza ma in sovrapposizione.1
Perché i dati, presi singolarmente, descrivono fenomeni. Sovrapposti, descrivono una struttura. Ed è la struttura il problema.
Il paradosso non è cognitivo
Il paper Censis misura lasocial reputationdel lavoro domestico su un campione rappresentativo degli italiani. Per l'80,1% degli intervistati il lavoro domestico è importante. Solo per il 13% è anche rispettato. Il 67,1% lo considera poco valorizzato nonostante la sua importanza dichiarata.
E' il«paradosso del lavoro domestico». Ma il termine paradosso è fuorviante, perché implica un'incoerenza cognitiva da correggere con più sensibilizzazione. Non è così.
Quella che i dati mostrano è una percezione socialmente accurata: il lavoro domestico è davvero poco valorizzato, nel senso tecnico del termine. È svolto prevalentemente da persone prive di alternative (lo pensa il 52,3% degli intervistati), è scarsamente tutelato dallo Stato (57,3%) e si svolge per lo più nell'irregolarità — il 78,8% ritiene che l'irregolarità pesi molto o abbastanza sulla reputazione del settore.
Gli italiani non si sbagliano nel giudicare questo lavoro come poco qualificato: rispecchiano la posizione che il sistema gli assegna. Il problema non è la percezione, ma la struttura che quella percezione riflette. Questo è il primo punto in cui l'analisi deve andare oltre i dati stessi.
Non è welfare familiare: è delega sistematica
Il 15% degli italiani si trova oggi a gestire contemporaneamente lacuradi figli minori e di genitori anziani o familiari non autosufficienti, nel pieno della propria vita lavorativa. Età media: 45 anni.
Il 61% lavora già a tempo pieno. Sono persone inserite nel mercato del lavoro che reggono, con risorse private e reti informali, una quota crescente di bisogno di cura che il sistema pubblico non garantisce.2
I numeri convergono: il 77% degli italiani indica la famiglia come principale soggetto che si occupa concretamente della cura. Solo il 7% riceve supporto da servizi domiciliari pubblici. Il 56% dellagenerazione sandwichha ridotto o sospeso il lavoro per gestire i carichi di cura; l'80% rinuncia a impegni personali; il 67% segnala stress elevato.
Questi dati non descrivono un'emergenza contingente, ma in realtà un vero e proprio modello che ha un costo redistributivo misurabile, sistematicamente ignorato dal dibattito pubblico.
Il rapportoLe Equilibristedi Save the Children documentava le conseguenze strutturali sul versante femminile: per ogni 100 donne senza figli occupate ci sono solo 73 madri occupate; una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo la maternità; le pensioni medie delle donne sono inferiori del 30,1% rispetto a quelle degli uomini.3
Lamotherhood penaltynon è un effetto collaterale, ma uno degli esiti strutturali di un Paese che esternalizza la cura alle famiglie senza compensarle né economicamente né in termini di servizi.
Il welfare familiare italiano non è un complemento al sistema pubblico.Ne è la sostituzione.E questa sostituzione ha un costo che ricade in modo diseguale su chi ha meno risorse per sostenerla — donne, lavoratori a basso reddito, famiglie monoparentali, chi abita territori con servizi carenti.
L'irregolarità
Su quasi 250.000 contratti analizzati nel databaseFamily (Net) Work, il 37% è cessato entro l'anno. Il 7,6% ha avuto una durata inferiore ai trenta giorni, quello che il rapporto definisce"stress contrattuale". Le badanti registrano i tassi diturn overpiù alti, la maggiore instabilità, la minore durata media.
L'89% degli italiani — dato della ricerca Nuova Collaborazione — ritiene che il lavoro irregolare nel settore domestico sia un fenomeno diffuso e strutturale. La causa principale indicata non è culturale ma economica: il 60% cita il costo troppo elevato del contratto regolare come ostacolo principale.
L'irregolarità nel lavoro domestico non è un vizio morale delle famiglie italiane, ma la risposta razionale a una struttura di incentivi distorta. Il lavoro di cura è necessario e non differibile. Il costo di regolarizzarlo è elevato e non detraibile in misura adeguata. Le tutele istituzionali sono deboli. La reputazione del settore è bassa. In queste condizioni, l'irregolarità minimizza i costi per entrambe le parti e scarica le esternalità negative su chi è più debole nella relazione: il lavoratore.
Tutta la letteratura parla del lavoratore. Pochissimo si dice del fatto che la famiglia che assume una badante è un soggetto normativo anomalo: ha obblighi da datore di lavoro senza averne le competenze, le strutture amministrative né il riconoscimento istituzionale. Gestire un contratto di lavoro domestico richiede conoscenze previdenziali, contrattuali e fiscali che nessuno trasmette e nessun servizio pubblico supporta sistematicamente.Anche questo spiega, strutturalmente, perché l'irregolarità è la norma: non è evasione fiscale deliberata, è incapacità istituzionale di governare un rapporto di lavoro che non assomiglia a nessun altro.
Si tratta di una dinamica circolare: l'irregolarità alimenta la percezione di un'occupazione "minore" e questa percezione rende più accettabile il ricorso all'irregolarità. Non è casuale: è il risultato della scelta di non-intervento pubblico che lascia che un mercato profondamente asimmetrico si regoli da solo.
Una tassa regressiva sulla cura
C'è una lettura che nessuno dei due rapporti esplicita, ma che la sovrapposizione dei dati rende evidente: il sistema attuale non è semplicemente inefficiente. Èredistributivamente regressivo.
Funziona come una tassa nascosta sulla cura — e come tutte le tasse regressive, pesa di più su chi ha meno.
Le famiglie con più risorse economiche possono permettersi di regolarizzare il rapporto di lavoro, di pagare servizi professionali, di ridurre il carico informale acquistando sul mercato ciò che il sistema pubblico non fornisce. Le famiglie con meno risorse assorbono per intero il costo della cura informale: rinunciano al reddito da lavoro, accumulano meno contributi pensionistici, cedono tempo che non recuperano.
IlRendiconto di Genere INPS 2025lo documenta: nel 2023 le giornate di congedo parentale utilizzate sono state 14,4 milioni per le donne contro 2,1 milioni degli uomini; il 57% delle nuove assunzioni part-time riguarda lavoratrici, con un picco nella fascia 30-50 anni — gli anni centrali della carriera.4
Meno ore lavorate, meno contributi versati. In un sistema pensionistico contributivo, le carriere discontinue si traducono in pensioni più basse. Il costo della cura informale non si esaurisce nel presente: si dilaziona nel tempo, si accumula silenziosamente, e arriva a scadenza quando la stessa persona che ha curato avrà bisogno di essere curata.
Lagenerazione sandwichdi oggi è la generazione di anziani poveri di domani. Perchè si trovano in una sorta di circuito chiuso: cura informale, lavoro ridotto, contributi persi, pensione bassa, bisogno di cura non coperto, che ricade di nuovo sulle famiglie. E' il meccanismo che i dati descrivono. Non è un'anomalia da correggere ai margini. È la logica di fondo di un sistema che ha scelto, per decenni, di non scegliere.
La conoscenza non basta
Il paper Censis conclude suggerendo che ciò che manca agli italiani è«una concreta conoscenza degli aspetti contrattuali che regolano il lavoro domestico». L'ipotesi è che una maggiore consapevolezza potrebbe contribuire a rompere la logica della convenienza che sostiene l'irregolarità.
L'ipotesi è parziale. Il 60% degli italiani già sa che il contratto regolare costa troppo. Il problema non è che non sanno, ma il costo reale. La conoscenza abbassa i costi percepiti, non i costi effettivi. Gli interventi informativi hanno senso ai margini — dove la realtà è percepita come più onerosa di quanto sia effettivamente. Non hanno senso come risposta principale a un problema di struttura.
La ricercaNuova Collaborazioneindica una direzione più produttiva: quasi due italiani su tre sarebbero disposti a pagare di più per lavoratori qualificati e certificati. Esiste, cioè, un mercato della cura professionale con domanda latente.
Ma ilgaptra intenzione dichiarata e comportamento reale non si chiude con la sensibilizzazione: si chiude quando cambia il vincolo di costo.
Senza defiscalizzazione strutturale, voucher, detrazioni significative, la disponibilità espressa nei sondaggi resta inerte. Questo è un principio di base dell'economia comportamentale che si applica puntualmente al mercato della cura: le intenzioni non producono comportamenti quando il prezzo del comportamento virtuoso rimane invariato.
Quello che i dati non dicono da soli
Il 92% degli italiani ritiene che la gestione della cura generi stress mentale per le famiglie. Il 77% ritiene probabile aver bisogno di assistenza nel corso della propria vita. Chi oggi regge il peso della cura sa già cosa lo aspetta e sa che probabilmente lo affronterà in condizioni simili o peggiori.
Cambiare la reputazione sociale del lavoro di cura richiede, prima di tutto, cambiare la struttura che quella reputazione produce. Defiscalizzare il lavoro domestico, investire in servizi territoriali per la non autosufficienza, riconoscere economicamente il lavoro dei caregiver familiari, costruire percorsi di qualificazione professionale certificati. Non sono misure radicali: sono le misure che altri Paesi europei hanno già adottato, con esiti misurabili su fecondità, occupazione femminile, qualità della vita.
Nessuno dei partiti italiani ha mai detto ad alta voce che il welfare familiare è una tassa. Che scaricarlo sulle famiglie ha un costo preciso, misurabile, diseguale. Che quel costo lo pagano soprattutto le donne, soprattutto chi ha meno reddito, soprattutto chi vive in territori dove i servizi pubblici non arrivano.Forse perché dirlo significherebbe anche dire a chi tocca cambiare le cose — e decidere, finalmente, chi deve pagare il conto.
Note
¹Censis/Assindatcolf,Family (Net) Work – 1° Paper Rapporto 2026, marzo 2026. PDF integrale:censis.it ↗; scheda Assindatcolf:assindatcolf.it ↗. Nuova Collaborazione/Ipsos Doxa,Lavoro di cura domestico – Generazione Sandwich, giugno 2026. Comunicato stampa:adnkronos.com ↗.
²I dati sulla generazione sandwich sono tratti dalla ricerca Nuova Collaborazione/Ipsos Doxa citata in nota 1. Approfondimento suIl Sole 24 Ore:ilsole24ore.com ↗.
³Save the Children Italia,Le Equilibriste – La maternità in Italia nel 2024. Scheda e download:savethechildren.it ↗.
⁴INPS – Consiglio di Indirizzo e Vigilanza,Rendiconto di Genere 2025, febbraio 2026. PDF integrale:inps.it ↗; comunicato stampa:comunicato stampa ↗.
⁵Per un quadro comparato dei sistemi europei di welfare per la cura, si veda la banca dati MISSOC della Commissione europea:missoc.org ↗.



