Il 2025 si è chiuso segnando un punto di svolta per il sistema di welfare italiano: il primo anno di sperimentazione delDecreto Legislativo 62/2024.
Al cuore di questa riforma c’è ilProgetto di Vita, un paradigma che promette di scardinare la logica delle prestazioni standardizzate per mettere al centro i desideri, le aspettative e i diritti della persona con disabilità.

Tuttavia, come emerge dalle voci degli esperti e dei protagonisti sul campo, una rivoluzione di questa portata non si realizza per decreto. Richiede tempo, capillarità e, soprattutto, un profondo cambiamento culturale.
Il Progetto di Vita non si realizza per decreto: il bilancio sul campo del primo anno di sperimentazione
Si chiude il primo anno di sperimentazione del decreto legislativo 62/2024, cuore della riforma della disabilità: una rivoluzione che chiede gradualità e prevede già un decreto correttivo, che faccia tesoro degli apprendimenti emersi sul campo. Nove le province partite, venti quelle attualmente coinvolte, un altro anno davanti prima del 2027. Che cosa è accaduto sui territori, alla prova dei fatti? Sette voci per tracciare un primo bilancio
Un’Italia a più velocità: lo stato dell’arte
Partita il 1° gennaio 2025 con nove province pilota (tra cui Brescia, Sassari, Perugia e Salerno), la sperimentazione ha visto l’ingresso di altri 11 territori a settembre scorso. Il percorso è tracciato: altre 40 province si uniranno a marzo 2026, in vista del debutto nazionale previsto per il 1° gennaio 2027.
I primi dati ci consegnano un’immagine in chiaroscuro:
- Le Luci: Laddove l’integrazione sociosanitaria era già una realtà e il Terzo Settore è stato coinvolto attivamente, il Progetto di Vita sta già cambiando le biografie delle persone, uscendo dai “binari” dei servizi pre-confezionati.
- Le Ombre: Emergono forti resistenze al cambiamento, frammentazione normativa tra le Regioni e una burocrazia che fatica a superare la gestione “a silos” delle risorse.
I 4 nodi cruciali emersi dalla sperimentazione
Dall’analisi dei primi dodici mesi, si possono isolare quattro aree critiche su cui il previsto decreto correttivo dovrà intervenire:
1. La rete dei professionisti e il ruolo dell'INPS
Non basta cambiare le regole; servono le persone. È emersa l’urgenza che l’INPS rafforzi la propria rete territoriale con professionisti qualificati (psicologi, assistenti sociali, educatori) capaci di collaborare in modo integrato. Il rischio, altrimenti, è che il Progetto di Vita resti un documento formale senza gambe su cui camminare.
2. Armonizzazione regionale e co-progettazione
La riforma si scontra con sistemi regionali molto diversi tra loro. Il successo del progetto dipende dalla capacità di far dialogare sanità, sociale, scuola e lavoro. In questo contesto, laco-progettazionetra enti pubblici e Terzo Settore non è più un optional, ma il metodo di lavoro necessario per evitare di “adattare la persona al servizio” anziché il contrario.
3. Il Budget di Progetto e il "Fondo Unico"
Uno dei punti più delicati riguarda le risorse. Molti esperti chiedono il superamento della frammentazione dei finanziamenti a favore di un“Fondo unico per i progetti di vita”. Senza una certezza economica e una flessibilità nell’uso delle risorse, il budget di progetto rischia di rimanere un elenco di buoni propositi.
4. Vincere la resistenza allo "Status Quo"
Paradossalmente, la resistenza al cambiamento non arriva solo dalle istituzioni, ma talvolta dalle stesse famiglie, intimorite dal passaggio da un sistema assistenziale certo (anche se limitato) a uno basato sulla libertà di scelta e sull’autodeterminazione.


