
Crescita, cura, generazioni: una roadmap
Il 10 giugno ilGuardianha pubblicato un articolo che, per chi segue il dibattito economico internazionale, è difficile non notare: a firmarlo sonoJoseph Stiglitz,Thomas Pikettye un gruppo di economisti di primo piano, e la tesi è netta fin dal titolo —we’ve done the maths, abbiamo fatto i conti1.
La tesi è che viviamo in un’epoca di scarsità artificiale: un mondo più ricco che mai, in cui un decimo della popolazione vive ancora in povertà estrema, non per mancanza di risorse ma per come quelle risorse sono distribuite e per come le regole dell’economia sono state scritte1.
Dietro l’articolo c’è un documento molto più ampio e, per certi versi, più interessante dell’articolo stesso: laRoadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth2, il risultato di un percorso che parte da unacall for inputpromossa nel 2025 dal Relatore Speciale ONU sulla povertà estrema,Olivier De Schutter3, e che ha coinvolto, in diciotto mesi di lavoro, oltre 400 persone — agenzie ONU, governi nazionali, accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti di base, dal nord e dal sud del mondo4.
Il documento finale è stato poi firmato da oltre 350 economisti, esperti di sviluppo e accademici4.
Non è unposition paperdi pochi giorni, né un manifesto scritto in una stanza. De Schutter stesso, presentando il documento, ha raccontato che quando ha iniziato il suo mandato, sei anni fa,l’agenda “beyond growth”era ai margini del dibattito. Oggi, sta sempre più definendo il dibattito stesso5.
È un tentativo, esplicito e dichiarato, di rispondere a una domanda semplice ma radicale:come si può porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza trattare la crescita del PIL come condizione preliminare di qualsiasi progresso sociale?4
Cosa ci dice la roadmap
Vale la pena fermarsi un momento su cosa propone realmente questo documento, perché il modo in cui viene discusso tende a comprimerlo in una formula(“la roadmap del degrowth”o“il piano ONU per la decrescita") che ne perde gran parte della sostanza, e che lo rende, paradossalmente, sia più facile da liquidare sia più facile da idealizzare.
Il punto di partenza non è“meno crescita”. È una critica a quello che la roadmap chiama l’approccio“grow-tax-transfer”: cresci, tassa, redistribuisci6. È il modello implicito dietro gran parte delle politiche economiche degli ultimi decenni: l’idea che il modo migliore per occuparsi di povertà e disuguaglianza sia far crescere la torta complessiva e poi, attraverso tassazione e trasferimenti, ridistribuirne le fette a chi ne ha meno.
La roadmap non dice che questo modello sia inutile o da abbandonare. Dice che è strutturalmente in ritardo e che da solo non basta: la redistribuzione arriva sempredopoche il mercato ha già prodotto l’esclusione, e nel frattempo — uno dei dati più ripresi del documento — sebbene il PIL globale sia più che raddoppiato tra il 2000 e il 2022, la deprivazione umana rimane diffusa, e il ritmo dei progressi dovrebbe accelerare di cinque volte per soddisfare i bisogni di base di tutti entro il 20307.
Il problema, insomma, non è che la torta non cresca. È che il modo in cui la torta viene prodotta genera, a monte, le condizioni della disuguaglianza che poi si cerca di correggere a valle.
Sul piano strutturale, il documento finale è organizzato attorno acinque pilastrioperativi, sostenuti da un asse trasversale dedicato a governance e democrazia partecipativa8: la trasformazione dei sistemi economici; le politiche del lavoro e l’economia della cura; la protezione sociale universale e i servizi essenziali; la gestione ambientale e la giustizia climatica; la trasformazione dell’ordine economico internazionale (commercio, finanza, debito).
Per chi lavora nel welfare, sono soprattutto il secondo e il terzo pilastro a parlare direttamente — e vale la pena entrare un po’ più nel merito di entrambi, perché è lì che il documento è più concreto, e anche più rivelatore delle sue premesse.
Sullavoro e la cura, la roadmap propone un insieme di misure che vanno dalla garanzia pubblica di occupazione — lo Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, non come erogatore di sussidi ma come fornitore di lavoro dignitoso quando il mercato non lo offre — alla riduzione dell’orario di lavoro come politica pubblica, non come benefit aziendale concesso a discrezione9.
Ma il punto più qualificante riguarda illavoro di cura non retribuito. Il documento è esplicito: gli Stati devono rafforzare un’organizzazione equa della cura riconoscendo, riducendo e ridistribuendo il lavoro di cura non pagato, remunerando chi lo svolge — nella grande maggioranza donne — e garantendo loro un’adeguata rappresentanza10.
Non è un dettaglio marginale. Diverse organizzazioni che hanno contribuito al processo di consultazione, comeMake Mothers Matter, hanno insistito perché il lavoro di cura non pagato venisse riconosciuto come lavoro produttivo a tutti gli effetti, visibile nelle statistiche, supportato da politiche, non trattato come un’esternalità gratuita su cui l’intero sistema si appoggia11. È un punto su cui, come vedremo, l’Italia ha numeri che parlano da soli.
Sul terzo pilastro, quello deiservizi essenziali, la roadmap fa una distinzione che nel dibattito pubblico italiano viene fatta raramente con questa chiarezza, e che merita di essere isolata perché è forse l’idea più “esportabile” del documento: la differenza tra dare soldi alle persone perché si comprino i servizi sul mercato, e dare i servizi stessi, direttamente, indipendentemente dalla capacità di spesa12.
Sanità, istruzione, casa, energia, acqua, trasporti, connettività digitale: tutti pensati non come prestazioni acquistabili e poi eventualmente sussidiate per chi non puo permettersele, ma come infrastrutture pubbliche al pari di una strada o di un acquedotto.
L’argomento è che nei mercati dei servizi essenziali non puoi “non comprare” le cure mediche se sei malato, né “aspettare i saldi” per un alloggio, perchè la competizione non abbassa i prezzi e tende semplicemente a escludere chi ne ha più bisogno.
È un argomento che mette in discussione, alla radice, l’idea — molto diffusa nel dibattito italiano degli ultimi vent’anni, spesso sotto l’etichetta di “secondo welfare” o di “welfare integrativo” — che il problema dell’accesso ai servizi sia principalmente un problema di potere d’acquisto, risolvibile aggiungendo risorse private a un sistema pubblico che resta com’è.
Il dibattito e quello che il dibattito non vede
Una roadmap di questa portata, con queste firme, e con un titolo di lancio così aggressivo (“abbiamo fatto i conti”), non poteva non generare reazioni. E le due critiche più visibili — molto diverse tra loro per tono, registro e posizionamento politico — meritano di essere guardate non solo per quello che dicono, ma percomelo dicono, perché è lì che emerge qualcosa che entrambe, a modo loro, non vedono.
Noah Smith, economista ed ex giornalista, oggi tra i blogger più seguiti nel dibattito economico americano, ha pubblicato una critica durissima con un titolo che la dice già lunga:degrowth would make Europeans into “Europoors”13.
L’argomento di Smith non è solo che la roadmap sia sbagliata nel merito — è che, nei fatti, è un movimento esclusivamente europeo: nessun altro — non gli americani, non i canadesi, non i paesi asiatici, non i paesi del sud globale che la roadmap dice di rappresentare — sta abbracciando questa agenda. Solo europei la propongono, solo europei la firmano, solo le istituzioni europee la considerano seriamente13. A questo Smith aggiunge un’accusa di sciatteria intellettuale che colpisce proprio il titolo dell’articolo del Guardian: “abbiamo fatto i conti”, ma né l’articolo né la roadmap — secondo Smith — contengono vera matematica. Cita a supporto una meta-analisi di 561 studi sul degrowth secondo cui quasi il 90% sarebbero opinioni o posizioni normative, non analisi quantitative o modelli formali13.
Il suo punto empirico più forte, quello su cui costruisce l’intera argomentazione, è che l’affermazione secondo cui “la crescita si è disaccoppiata dalla prosperità condivisa” sarebbe semplicemente falsa: nessun paese, nella storia recente, è uscito dalla povertà senza crescita economica sostenuta, e nessun paese con crescita sostanziale ha oggi livelli significativi di povertà13. C’è poi un argomento più storico e quasi ironico: il comunismo, nella sua versione novecentesca, promettevapiùabbondanza del capitalismo. La sinistra europea oggi, osserva Smith, propone l’opposto — meno abbondanza, giustificata con il peso del colonialismo passato, l’urgenza climatica, il rifiuto del consumismo — e la chiama, con una formula che resta impressa, “snake oil”, olio di serpente.
IlNational Review, da una posizione politica opposta, arriva a una conclusione per molti versi simile — la roadmap non va presa sul serio — attraverso una strada completamente diversa14. Non discute (quasi) i dati. Discute la legittimità. L’articolo del Guardian viene definito un “ricatto morale mascherato da argomento” — non un tentativo di persuadere chi non è già convinto, ma un pitch pensato per raccogliere consenso tra chi lo è già14.
L’autore,Noah Rothman, punta il dito sul fatto che la roadmap sia stata promossa attraverso un mandato del Consiglio ONU per i Diritti Umani — un organo che include, tra i suoi membri, paesi che difficilmente possono presentarsi come autorità morali in materia di diritti economici e civili. E legge proposte come il “controllo pubblico degli asset strategici” non come opzione di policy tra le altre, ma come segnale politico preciso — un programma esplicitamente statalista, presentato con il linguaggio neutro e tecnico della scienza economica, da figure (cita esplicitamente Stiglitz) che hanno anche posizioni politiche dichiarate e di parte14.
Sono due attacchi che sembrano opposti — uno empirico e tecnocratico, l’altro politico e quasi polemico — ma che condividono una struttura sorprendentemente simile.Entrambi accusano la roadmap di essere un prodotto calato dall’alto da un’élitelontana dalle persone reali. E l’accusa di elitismo viene formulata, in entrambi i casi, da una posizione che è essa stessa di autorità — un economista con centinaia di migliaia di lettori, una rivista che orienta l’agenda della classe dirigente di Washington. La critica alla legittimità del processo diventa, nei fatti, un altro esercizio dello stesso tipo di autorità che dice di voler smascherare.
Questo non rende la roadmap immune dalle critiche — il punto di Smith sulla letteratura degrowth resta un punto reale, non liquidabile con un’alzata di spalle, e merita di essere preso sul serio da chi sostiene la roadmap con entusiasmo acritico. Ma sposta la domanda da “chi ha ragione sui dati” a una domanda diversa, più scomoda, e — credo — più produttiva:chi ha titolo a parlare di povertà, e in nome di chi?
È esattamente la domanda che la roadmap rivendica di essersi posta, scrivendo il documento con 400 persone in 18 mesi invece che con pochi esperti in una stanza4.
Dove l’argomento smette di funzionare
Tornando alla domanda con cui ho aperto: se la roadmap arrivasse in Italia — non come notizia di un giorno, ma come cornice per ripensare politiche territoriali — dove smetterebbe di funzionare il suo argomento?
Non credo che smetta di funzionare sullaforma. L’idea che i servizi essenziali debbano essere garantiti come diritto e non mediati interamente dal mercato è, se possibile, ancora più urgente in un sistema come quello italiano: frammentato territorialmente, dove l’accesso effettivo a un servizio dipende spesso più dal comune di residenza, dalla presenza o assenza di una determinata cooperativa sul territorio, dalla capacità organizzativa di un singolo Ambito, che da qualsiasi principio nazionale astratto. Su questo, la roadmap dice qualcosa che in Italia avremmo, se possibile, ancora più motivo di prendere sul serio.
Smette di funzionare, mi pare, su due piani che la roadmap non affronta — non per superficialità, ma perché scritta a una scala in cui questi piani non si pongono con la stessa urgenza che hanno qui. Il primo è quello dellacomunità come soggetto, non solo come voce — il punto di Zamagni: se “universale” significa che lo Stato eroga centralmente e la comunità viene consultata nel processo di programmazione, si rischia di riprodurre, in forma più sofisticata e con intenzioni migliori, lo stesso schema “prima si decide, poi si distribuisce” che la roadmap critica nel modello grow-tax-transfer — solo che ora la fase “prima” non è la crescita del PIL, ma il processo partecipativo, e la fase “poi” non è la tassazione e il trasferimento, ma l’erogazione amministrativa del servizio.
Il secondo è quellotemporale— il punto di Rosina: una roadmap che pensa la redistribuzione come fotografia del presente, in un paese la cui struttura demografica cambierà in modo drammatico nei prossimi trent’anni, rischia di proporre soluzioni che sono giuste oggi, sostenibili oggi, e che però — non per cattiva volontà di nessuno, ma per pura aritmetica demografica — potrebbero richiedere una riconfigurazione profonda già nell’arco di una generazione.
Non so se questi due piani siano davvero estranei alla roadmap nel suo complesso, o se semplicemente non emergano nella sintesi che ne è arrivata fin qui attraverso un articolo di giornale.
Quello che mi sembra utile e interessante sarebbe mettere in tensione questa road map con quello che in Italia, su questi due assi, esiste già da tempo, in tradizioni di pensiero diverse, con autori diversi, in sedi diverse — e che raramente, se non mai, viene messo a confronto nello stesso spazio.
La domanda che resta aperta, per me, è se questi due assi — la comunità come soggetto economico (Zamagni, l’economia civile, AICCON) e il tempo come variabile distributiva (Rosina, la demografia, il patto generazionale) — possano essere pensati insieme, in un’unica cornice che li tenga in tensione produttiva, oppure se siano destinati a correre paralleli, ciascuno con i suoi autori, le sue sedi, i suoi lettori, senza mai davvero incontrarsi — lasciando che sia un documento scritto a Ginevra, alla fine, a dover fare da specchio a un dibattito che l’Italia avrebbe potuto, e forse dovuto, fare da sola, e prima.



