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Cultura ed economia sociale: cosa possiamo imparare da Québec, Regno Unito e Turchia — Il Cantiere del Welfare
Cultura e società· 21 settembre 2026

Cultura ed economia sociale: cosa possiamo imparare da Québec, Regno Unito e Turchia

Il Piano nazionale per l'economia sociale costruisce il suo perimetro sulle forme giuridiche invece che sulla funzione svolta. Tre esperienze straniere mostrano perché la cultura rischia di restarne fuori, e quattro leve per evitarlo.

Davide Vairani·6 min di lettura
SuLetture Lenteavevo sollevato la questione del posto della cultura nel Piano nazionale per l'economia sociale approvato il 2 luglio 2026. Massimo Coen Cagli l'ha ripresa suVita.it: 56.889 istituzioni non profit italiane hanno attività prevalente culturale, il 15,4% del non profit censito dall'Istat, e non sappiamo quante rientrino nel perimetro del Piano.

Nel Piano per l'economia sociale italiano, la cultura rischia di non trovare uno spazio adeguato al valore che è in grado di generare. Il testo costruisce infatti il suo perimetro quasi interamente sulle qualifiche giuridiche esistenti invece che sulla funzione svolta. Un registro è più facile da gestire, perché permette di individuare destinatari e costruire incentivi senza doversi interrogare caso per caso. Ma rischia di lasciare fuori o in una zona grigia chi svolge una funzione sociale identica senza avere la forma giusta.

La cultura non ha mai avuto in Italia una forma giuridica che la definisca. Chi produce cultura può essere una fondazione, un'associazione RUNTS o non RUNTS, una cooperativa, un museo civico, un'impresa individuale: conservare un patrimonio, animare una comunità, produrre uno spettacolo sono attività che attraversano indifferentemente tutte queste forme. Un teatro che lavora con una comunità o una biblioteca che diventa presidio civico non producono più o meno valore sociale a seconda della casella in cui li mettiamo.

Un modello che ragiona all'opposto esiste già in Italia. La recente legge sul Made in Italy (206/2023) riconosce l'impresa culturale e creativa a qualunque ente"indipendentemente dalla forma giuridica"svolga in via prevalente attività di ideazione, produzione, conservazione o valorizzazione di beni culturali. È la logica per funzione, applicata però solo a quel riconoscimento e non al perimetro dell'economia sociale.

Per paradosso, lo stesso soggetto può diventare impresa culturale e creativa sulla base di ciò che fa e restare invisibile all'economia sociale sulla base di ciò che è.

Tre Paesi e tre modi di (non) trattare la cultura

Un saggio di Giuseppe Guerini, presidente di CECOP-CICOPA Europe, su IS Rivista1G. GueriniL'economia sociale oltre i confini dell'Unione europea, IS Rivista, n. 3/2026apri fonte ↗ricostruisce il movimento cooperativo in tre contesti extraeuropei, Regno Unito, Turchia, Québec. La cultura non ne è l'oggetto diretto, ma il confronto aiuta qualche riflessione utile al sistema italiano.

IlQuébecarriva da una tradizione diversa dalle sole cooperative. Nel 1996 nasce ilChantier de l'économie sociale, l'organismo di concertazione tra imprese, movimenti sociali e sviluppo locale. La cultura è uno dei settori riconosciuti alla pari di ambiente, abitazione, servizi alla persona. Nel 2013 questa impostazione diventa legge2Loi sur l'économie socialeRLRQ c. E-1.1.1, art. 3apri fonte ↗: laLoi sur l'économie socialequalifica come impresa di economia sociale anche la semplice"associazione dotata di personalità giuridica", la forma più comune per un ente culturale non profit, senza obbligo d'iscrizione a un registro come il nostro RUNTS. Il sistema quebecchese non si è mai organizzato per forma giuridica, ma per ambito di intervento collettivo e la cultura vi è entrata come settore fin dall'inizio.

IlRegno Unitodescritto da Guerini è un movimento cooperativo maturo con 9.500 imprese, quasi 69 milioni di soci, 35 miliardi di sterline di valore aggiunto, oggi impegnato nell'obiettivo, di Starmer prima e Burnham poi, di raddoppiare il settore in un decennio. Ma l'azione di governo si concentra su edilizia, energia, credito, agricoltura, settori storici della tradizione cooperativa britannica. La cultura non compare perché, come nota unthink piecedi Co-operatives UK del 20193Co-operatives UK, 2019Think piece: co-operatives and the creative industriesapri fonte ↗, le cooperative culturali non sono mai entrate nel dibattito politico sull'economia sociale, a differenza per esempio delle squadre sportive di proprietà comunitaria.

LaTurchia, con il Piano d'Azione Cooperativo 2025-2029, inserisce solo ora il cooperativismo sociale in agenda, guardando esplicitamente al modello italiano per rispondere ai bisogni di anziani, disabili e ai circa tre milioni di rifugiati siriani presenti nel Paese. Anche qui la cultura non compare, probabilmente perché la lista dei bisogni urgenti si è fermata prima.

La differenza che conta

Non è la maturità del movimento cooperativo a decidere se la cultura entra nell'economia sociale e nemmeno la volontà politica del momento. È se il sistema si sia mai organizzato per settori di intervento collettivo, come il Québec fin dal 1996, oppure per forme giuridiche legate ad altri bisogni, come il Regno Unito (energia, casa, credito) e la Turchia (cura, disabilità, rifugiati). Il Piano italiano, che parte dal RUNTS e dai registri esistenti, appartiene strutturalmente a questo secondo gruppo. La cultura, in Italia come nel Regno Unito, ne paga il prezzo per lo stesso motivo: nessuno ha mai avuto ragione di trattarla come settore a sé.

Il Piano è entrato nella sua fase attuativa. La richiesta dell'Intergruppo parlamentare di misure già nella prossima Legge di Bilancio, la "prova dei territori" di cui parla Franca Maino4F. Maino, Secondo Welfare, 2026Economia sociale, dal Piano alla prova dei territoriapri fonte ↗, il nuovo Osservatorio regionale in Toscana. È il momento in cui le scelte di metodo si cristallizzano o restano ancora aperte per poco.

Il confronto con questi tre Paesi suggerisce quattro interventi innestabili sui margini che il Piano lascia già aperti:

  • riscrivere il criterio di ammissione.Il punto 57 del Piano, sulla qualifica "ICC dell'economia sociale" ancora da definire, è la sede naturale per applicare la logica dell'articolo 3 della legge quebecchese, cioè qualificare come economia sociale culturale qualunque ente non profit dotato di personalità giuridica che svolga attività culturale prevalente, indipendentemente dall'iscrizione al RUNTS;
  • costruire il conto satellite come mappa per settore, non solo per forma,riproducendo il modello delChantier: la cultura come voce a sé, non confinata nel 4,3% degli addetti dell'aggregato Istat"arte, sport, intrattenimento";
  • usare la leva regionale come laboratorio.LeEntentes de développement culturelquebecchesi, accordi negoziati tra Ministero della Cultura e territori, sono un modello replicabile a costo quasi nullo nelle strategie regionali già in corso, come quella dell'Emilia-Romagna.

Nei territori, nota Coen Cagli, i confini tra cultura, welfare, rigenerazione urbana e sviluppo locale si fanno sempre più sfumati5M. Coen Cagli, Vita.it, 15 settembre 2026Se l'economia sociale dimentica la culturaapri fonte ↗. Un Piano che continua a misurare per registri giuridici rischia di non vedere qualcosa che, fuori da quei registri, sta già prendendo forma.

Note e fonti

  1. G. GueriniL'economia sociale oltre i confini dell'Unione europea, IS Rivista, n. 3/2026 —rivistaimpresasociale.it
  2. Loi sur l'économie socialeRLRQ c. E-1.1.1, art. 3 —canlii.org
  3. Co-operatives UK, 2019Think piece: co-operatives and the creative industries —catalogus.boekman.nl
  4. F. Maino, Secondo Welfare, 2026Economia sociale, dal Piano alla prova dei territori —secondowelfare.it
  5. M. Coen Cagli, Vita.it, 15 settembre 2026Se l'economia sociale dimentica la cultura —vita.it

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