C'è qualcosa di irritante nell'operazione che Elio ha appena presentato alla stampa.
'La rivalutazione della tristezza'non è un concerto, ma un esperimento scientifico travestito da spettacolo. Il pubblico assiste a un crescendo di canzoni sempre più tristi, misurato da un fantomatico"tristometro"nel tentativo dichiarato di battere un record mondiale ditristezza collettiva. Poi, negli ultimi minuti, l'orchestra inverte la rotta e riporta la sala a uno stato neutro attraverso canzoni allegre.
Siamo piacevolmente abituati alle provocazioni di Elio e personalmente adoro tutto quello che crea e produce.
Ma abbiamo bisogno di rivalutare la tristezza, con tutto quello che ci circonda?
«È esattamente perché oggi c'è una grande richiesta di allegria. Dopo il lockdown del Covid è stato esagerato, molto oltre quello che ci si aspettava, proprio perché il lockdown aveva generato questa richiesta altissima di allegria. La stessa cosa sta accadendo oggi, con tutto quello che ci accade intorno. Il pubblico vuole solo allegria e io ho pensato che fosse una grandissima ingiustizia. Per questo ho deciso di fare esattamente l'opposto».
La tristezza che non passa: l'etimologia
Tristezza viene dal grecoλύπη(lýpē) e più indietro nel tempo dalla radice indoeuropea*leup- / *leubh-, la stessa che sta alla base del verbo grecoλυπέω(lypeō, "addolorare, affliggere, dare pena"), verbo che nella forma passiva (lypoumai) significa "essere addolorato, soffrire". La radice ha un nucleo semantico legato all'idea di"spezzare,danneggiare,ledere. Non a caso alcuni glottologi la accostano al latinorumpere(rompere) attraverso una radice comune*leup-con il senso dirottura,lacerazione. Il dolore, in questa immagine etimologica arcaica, non è uno stato ma unevento, qualcosa si rompe o si lede, e la lypē è l'esperienza di quella lesione.
Nell'etimologia più antica, il dolore non è uno stato che si attraversa, ma un evento che ha già rotto qualcosa. Non passa, perché quello che ha spezzato resta spezzato. Evagrio Pontico, monaco del deserto egiziano vissuto nel IV secolo, uno dei primi a costruire una mappa sistematica delle passioni umane, sembra pensarla allo stesso modo:"la tristezza è un verme del cuore e divora la madre che l'ha generata"1Evagrio PonticoDe octo spiritibus malitiaeapri fonte ↗.
La tristezza non è un'emozione di passaggio, ma un processo strutturale. Qualcosa che se non riconosciuto non scompare: resta a lavorare, silenziosamente, dentro chi lo porta.
Se questo è vero, allora rivalutare la tristezza non può significare semplicemente "farle spazio" per un'ora di concerto e poi richiuderla in un cassetto. Significa riconoscere che, non attraversata, resta comunque lì a lavorare. E forse è proprio da qui che si spiega perché, invece di attraversarla, oggi reagiamo nella direzione opposta: con un bisogno quasi ossessivo di allegria.
Dietro quella provocazione ci sono almeno quattro meccanismi psicologici reali.
Prescrivere il sintomo: la lezione della scuola di Palo Alto
Il primo meccanismo è probabilmente il più contro intuitivo. Esagerare volutamente un'emozione negativa invece di combatterla o contenerla è una tecnica che la scuola di Palo Alto ha teorizzato a partire dagli anni Sessanta e Settanta comeprescrizione del sintomo2WatzlawickLa prescrizione del sintomo nella terapia paradossaleapri fonte ↗.
L'idea di fondo è che molti disagi psicologici si mantengono in vita non per la loro intensità, ma per il modo in cui la persona ci si rapporta: combattendo il sintomo, cerca continuamente di sopprimerlo e in questo tentativo di soppressione si finisce paradossalmente per alimentarlo.
Invece di intervenire con azioni finalizzate a smettere di essere triste, si prescrive esattamente il comportamento che si vorrebbe eliminare. Il paradosso funziona perché sposta la persona da una posizione passiva in cui subisce l'emozione a una posizione attiva in cui la produce volontariamente.
Non è un caso che Elio stesso racconti di essere arrivato, durante la costruzione dello spettacolo, a un punto di saturazione emotiva così alto da dire "basta, devo fare l'opposto".
Il paradosso del piacere triste
Il secondo meccanismo riguarda un enigma che la psicologia della musica discute da decenni: perché troviamo piacevole ascoltare brani che ci rendono tristi? Una ricerca diJonna VuoskoskieTuomas Eerolaha affrontato il problema sperimentalmente facendo ascoltare a centinaia di partecipanti brani musicali tristi e misurando sia il gradimento sia le emozioni provate. Il risultato è stato che la relazione positiva tra tristezza percepita e gradimento del brano non è diretta ma interamente mediata dal sentirsi commossi3Vuoskoski & Eerola, 2017Frontiers in Psychologyapri fonte ↗.
Questo spiega perché la scaletta costruita da Elio insieme al maestro Alberto Tafuri non sia soltanto una trovata di scrittura scenica. È l'applicazione pratica di un principio di psicologia musicale che consiste nel costruire un'escalation che non punta a deprimere il pubblico, ma a commuoverlo.
L'allegria come imperativo sociale
Il terzo meccanismo è quello più interessante dal punto di vista sociale. Elio racconta di essersi accorto a un certo punto della sua carriera che il pubblico cerca soprattutto l'allegria e definisce una grandissima ingiustizia il fatto che oggi ci sia una richiesta quasi esclusiva di leggerezza, mentre la tristezza viene "maltrattata".
Questa osservazione coincide con un filone di ricerca psicologica che negli ultimi anni ha preso il nome ditoxic positivity, cioè la pressione culturale a mostrarsi sempre positivi, a minimizzare o invalidare le emozioni negative proprie e altrui. Diverse rassegne recenti della letteratura mostrano che questa pressione, quando si traduce in soppressione sistematica delle emozioni negative, è associata a un maggiore disagio psicologico4Rassegna toxic positivityInternational Journal of Indian Psychologyapri fonte ↗.
Uno studio sperimentale aveva già mostrato che chiedere alle persone di sopprimere le proprie reazioni emotive davanti a un contenuto intenso produce un recupero peggiore dopo l'evento rispetto a chi viene lasciato libero di accettare ciò che prova5Campbell-Sills et al., 2006Behaviour Research and Therapyapri fonte ↗.
Il rimbalzo compensativo del dopo-pandemia
Il quarto tassello lo introduce Elio stesso. Dopo il lockdown, dice, la richiesta di allegria è stata sproporzionata rispetto al bisogno reale e la stessa cosa starebbe accadendo di nuovo oggi.
È un'intuizione che trova riscontro in un filone di ricerca sui comportamenti di consumo post-pandemici, quello dellarevenge consumption. Uno studio su consumatori sudcoreani che avevano acquistato beni di lusso durante la pandemia utilizza laCompensatory Control Theoryper spiegare perché dopo un periodo prolungato di privazione le persone tendano a reagire con comportamenti di recupero psicologico spesso sproporzionati rispetto al bisogno reale6Kim & Chang, 2023Journal of Retailing and Consumer Servicesapri fonte ↗.
Se ilrevenge shoppingè la versione economica di questo rimbalzo, l'ossessione collettiva per la leggerezza nell'intrattenimento potrebbe esserne la versione emotiva e culturale.
Perché riguarda anche chi lavora nelle relazioni
Chi lavora nei servizi alla persona o comunque si occupa di relazioni principalmente conosce bene quanto sia difficile creare spazi in cui le persone possano esprimere il disagio senza sentirsi come fuori posto rispetto a un contesto che si aspetta reazioni ottimiste. La tentazione di premiare solo i segnali di miglioramento e mettere in ombra le ricadute è in fondo simile alla dinamica che Elio vuole suscitare nel suo pubblico durante il concerto.
Cosa significa rivalutare la tristezza
Se la ricerca sullatoxic positivityinsegna qualcosa di utile, è che la negazione sistematica del disagio non lo fa sparire, ma lo sposta semplicemente altrove, in forme meno visibili e più costose. Isolamento, vergogna, rinuncia a chiedere aiuto.
Ma forse il punto è un altro, più radicale, e più vicino a quello che dice l'etimologia dilýpē. La nostra richiesta compulsiva di allegria non è l'opposto della tristezza. È una reazione alla sua persistenza, non alla sua assenza. Se la tristezza fosse davvero uno stato che passa da sé, non avremmo bisogno di produrre così tanta allegria a comando,ce ne accorgeremmo, aspetteremmo, passerebbe.
Il fatto che invece sentiamo il bisogno di inondare ogni spazio con leggerezza è indiziario di qualcos'altro: stiamo cercando di coprire un rumore che non si ferma da solo.
Lo spettacolo di Elio dice qualcosa di vero che va oltre l'aneddoto culturale. Negare pubblicamente la tristezza non la fa sparire. La sposta solo altrove, e la rende più difficile da riconoscere quando conta davvero.
Forse la domanda che resta, per chi come me lavora ogni giorno in spazi dove il disagio delle persone chiede di essere accolto e non normalizzato in fretta, è questa: quante volte scegliamo l'allegria, nostra o di chi accompagniamo,non perché la tristezza sia passata, ma proprio per evitare di scoprire che non lo ha ancora fatto?



