Come cambia la partecipazione generazionale e cosa può fare la cultura per intercettarla.
La partecipazione giovanile non è solo questione culturale o sociale: è una sfida eminentemente politica.
Senza un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, ogni pratica generativa rischia di restare episodica.
Non spettatori: giovani in cerca di futuro
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
| 12:32 | Davide Vairani | Politiche per la cultura
Una generazione che vuole contare
In un contesto globale segnato da mobilitazioni universitarie, attivismo transnazionale e nuove forme di cittadinanza digitale, la presenza giovanile negli spazi pubblici non può essere letta come semplice reazione emotiva. È una domanda di riconoscimento: essere considerati soggetti politici, generativi, presenti.
Alessandro Rosina ha scritto:«Ai giovani viene chiesto di costruire il proprio futuro in uno scenario con coordinate incerte e condizioni deboli»[1].
Allo stesso modo, Alessandro Baricco ha osservato:«Oggi che centinaia di migliaia di persone, in tutto il mondo, scendono in piazza con quella bandiera addosso, bisogna ammettere che quei ragazzi erano un quarto d’ora davanti a tutti: ed è molto importante capire in cosa hanno anticipato gli altri, e qual è il salto concettuale che hanno fatto con una velocità di cui nessun altro è stato capace»[2].
IlRapporto Giovani2025lo conferma: il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni desidera contribuire al cambiamento sociale, ma solo uno su tre sente di avere strumenti adeguati. Il 60% considera importante la partecipazione civica e politica, ma percepisce i canali tradizionali come distanti. Solo il 37,8% ritiene che la politica offra uno spazio reale di azione[3].
La fiducia nelle istituzioni è bassa, ma cresce l’interesse per forme di attivazione locale, digitale, collaborativa. I giovani chiedono una scuola che valorizzi le specificità, un lavoro che li realizzi, e ambienti dove contribuire al bene comune.
Questi dati non raccontano soltanto un disagio generazionale: mettono in luce una frattura di rappresentanza. Non è la disponibilità dei giovani a mancare, ma la capacità della politica di riconoscerli come interlocutori.
Se le istituzioni non aprono spazi reali di co-decisione, la distanza rischia di trasformarsi in perdita di legittimità democratica.
Meno giovani, meno futuro?
La domanda di futuro espressa dalle nuove generazioni si scontra con un dato strutturale: i giovani sono sempre meno.
SecondoISTAT, entro il 2050 il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3, e la popolazione in età lavorativa scenderà dal 63,8% al 53,3%[4].
Nel Mezzogiorno, il tasso di dispersione scolastica supera il 15% in regioni come Campania (16,4%), Calabria (15,8%) e Puglia (15,1%): nelle Isole si registrano i livelli più alti: Sardegna (17,3%) e Sicilia (17,1%)[5].
Secondo l’Osservatorio Con i Bambini, oltre2,2 milioni di minori vivono in povertà relativa, con forti limitazioni nell’accesso a opportunità educative, culturali e relazionali[6]: solo il 59% degli studenti raggiunge i traguardi in italiano, il 56% in matematica, il 20% abbandona precocemente la scuola, e il 12% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora, non si forma (NEET).
La povertà educativa non è solo scolastica: è un ostacolo alla cittadinanza futura. Non si tratta soltanto di indicatori sociali, ma di scelte di priorità.
Se la questione generazionale non viene assunta come asse strategico delle politiche pubbliche, il Paese rischia di compromettere la propria sostenibilità democratica ed economica.
Come sottolinea l’Osservatorio della Fondazione Feltrinelli:«Riabilitare il potenziale educativo dei territori significa renderli contesti di cittadinanza attiva, capaci di dare impulso alla qualità della vita e promuovere esperienze di crescita per le fasce giovanili»[7].
La cultura come spazio abilitante
In molte aree del Paese, la disuguaglianza generazionale si traduce in assenza di spazi, opportunità e ambiente di riconoscimento.
La cultura può agire come driver generativo, linguaggio condiviso e ambiente di riconoscimento.
Perché questa funzione si realizzi, serve un ripensamento collettivo: pubblico, privato sociale, imprese, istituzioni culturali e attori economici devono riconoscere la partecipazione giovanile come leva generativa.
Come scrivono Venturi e Zandonai,«le infrastrutture civiche non sono semplici spazi, ma sistemi di relazioni, scambi e significati capaci di generare valore sociale, economico e culturale. Sono habitat che ricompongono il valore di legame con il valore d’uso, trasformando luoghi in piattaforme generative»[8].
In questo quadro, il privato sociale può agire come spazio di attivazione, se supera il coinvolgimento episodico e costruisce percorsi di responsabilità condivisa.
«La cultura– sostiene Sacco –non è più solo produzione di contenuti, ma ambiente abilitante per l’innovazione sociale, la coesione, la partecipazione»[9].
Sul piano pubblico, manca in Italia una politica organica per le nuove generazioni.
Come evidenzia ilRapporto Giovani 2024,«i giovani sono spesso destinatari di interventi episodici, non inseriti in una visione strategica di lungo periodo»[10].
Il risultato è che molti scelgono di partire: oltre 300.000 under 35 hanno lasciato l’Italia negli ultimi cinque anni, spesso con titoli di studio elevati. La “fuga dei cervelli” non è solo un problema economico: è un fallimento di riconoscimento.
Il privato sociale può agire come spazio generativo: significa ripensare i modelli organizzativi, valorizzare le competenze giovanili, aprire spazi di governance, investire in dispositivi di crescita e impatto.
La partecipazione non si attiva con lo storytelling, ma con ambienti negoziabili dove si esercita potere, non solo adesione. Come scrive Crescenzi:«Se il Terzo Settore vuole continuare a rimanere incisivo e competitivo, deve mettersi profondamente in discussione e applicare strategie adeguate di talent intelligence, acquisition e management. È necessario dare vita a un ecosistema generativo del talento e di nuovi leader, da cui attingere le nostre persone e da sviluppare con cura»[11].
Le Imprese Culturali e Creative (ICC) possono diventare presidi civici capaci di integrare cultura, welfare e partecipazione – una prospettiva che ho sviluppato nel mio contributo per AgenziaCULT[12].
Non solo luoghi di produzione artistica, ma ambienti di attivazione generazionale. Laboratori, residenze civiche, call pubbliche, archivi narrativi: formati che non si limitano a coinvolgere, ma abilitano.
Se la cultura può agire come infrastruttura civica, la politica deve assumere la responsabilità di renderla tale. Non basta riconoscere le pratiche giovanili: occorre trasformarle in politiche pubbliche, in diritti esigibili, in spazi di potere condiviso.
La sfida non è culturale soltanto, ma eminentemente politica.
Interrogarci, non interpretare
La partecipazione giovanile non si attiva per invito, ma per condizioni abilitanti.
Come scrive Mario Calderini:«La partecipazione non è una predisposizione individuale, ma il risultato di condizioni abilitanti. È il prodotto di ambienti che riconoscono, valorizzano e mettono in circolo le capacità generative delle persone»[13].
Se la cultura vuole agire come infrastruttura civica, deve offrire spazi negoziabili, dove si costruisce senso, si esercita cittadinanza, si genera impatto. Non si tratta di interpretare bisogni, ma di rendere praticabile la presenza giovanile.
Alcune traiettorie mostrano come la cultura possa diventare ambiente abilitante. Non modelli da replicare, ma formati generativi che riconoscono, formalizzano e rilanciano la partecipazione.
Riconoscere la partecipazione informale
Pratiche artistiche, attivismo digitale, relazioni di cura: non sempre istituzionalizzati ma capaci di generare legami, senso e impatto.
A Bologna,MACboha trasformato uno spazio comunale in un laboratorio urbano, dove adolescenti e giovani co-progettano attività culturali e civiche[14]. A Torino,Spazi di Quartiereha integrato arte urbana e micro-eventi, valorizzando l’attivismo non codificato[15].
Costruire ambienti abilitanti
Case di quartiere, community hub, festival civici: la cultura come spazio di esercizio civico.
A Catania,Officine Culturaliha riattivato l’ex Monastero dei Benedettini come centro partecipato, coinvolgendo i giovani nella gestione del patrimonio[16]. A Milano, laCasa della Culturaospita forum e laboratori civici con governance condivisa. In entrambi i casi, la cultura non è offerta da consumare, maambiente dove si esercita potere e si costruisce legame[17].
Integrare cultura e politiche giovanili
Co-progettazione tra enti culturali, imprese sociali e giovani per generare agency.
In Trentino, ilPiano Giovaniintegra cultura, formazione e cittadinanza attiva, con centinaia di progetti sostenuti ogni anno[18].
Rendere visibile il contributo generazionale
Documentare, narrare, archiviare la partecipazione: non per celebrarla, ma per riconoscerla come memoria civica.
LaFondazione Fitzcarraldovalorizza il ruolo dei giovani nei processi di rigenerazione[19].
Il formatGenerazione Bellezzadi RAI Cultura narra storie di giovani che rigenerano territori attraverso arte, impegno e visione civica[20].
Attivare alleanze generative
La partecipazione giovanile non si costruisce in compartimenti separati: serve una alleanza educativa tra cultura, scuola, welfare e territorio. Quando questi mondi si parlano, si attivano ambienti capaci di generare cittadinanza.
A Reggio Emilia, il progettoFare Scuola Fuoriha coinvolto scuole, enti culturali e imprese sociali per ripensare gli spazi educativi come luoghi di relazione e attivazione civica[21]. A Bergamo,Moltiplicaha messo in rete musei, cooperative e gruppi giovanili per progettare percorsi di cittadinanza attraverso arte, lavoro e territorio[22]. In entrambi i casi, la cultura non è decorazione educativa, ma dispositivo generativo.
La partecipazione giovanile non è una categoria da analizzare, ma una pratica da rendere strutturale. Ogni spazio che rende visibile il contributo generazionale è già cittadinanza. Ogni dispositivo che attiva futuro è già cultura. Ma senza un’assunzione di responsabilità politica, tutto questo rischia di restare frammento.
Come ricorda Alessandro Rosina,«le nuove generazioni chiedono spazi e opportunità reali per contribuire al miglioramento del presente tenendo viva la speranza di un futuro più sostenibile e giusto»[23].
Il compito della politica è istituzionalizzarli, trasformandoli in politiche pubbliche stabili e garantendo equità territoriale.
Note e riferimenti bibliografici
[1]Rosina A., Il mondo riparte sempre dalle nuove generazioni.Link
[2]Alessandro Baricco, L’addio al Novecento dei ragazzi nelle piazze.Link
[3]Istituto G. Toniolo, Rapporto Giovani 2025.Link
[4]ISTAT, Report Previsioni Demografiche.Link
[5]Spaggiari, La dispersione scolastica in Italia.Link
[6]Osservatorio Con i Bambini, Previsioni giovani 2030.Link
[7]Fondazione Feltrinelli, Povertà Educative.Link
[8]Venturi, P., Zandonai, F. (2019), Dove, Egea.
[9]Sacco, P.L. (2011), Culture 3.0, EENC.
[10]Consiglio Nazionale Giovani, Bilancio di una generazione.Link
[11]Crescenzi M. (2023), Giovani e Terzo settore.Link
[12]Vairani D. (2025), Ecosistemi ibridi, AgenziaCULT.Link
[13]Calderini, M., Imprenditoria ad impatto, Rivista Impresa Sociale.Link
[14]Arci Bologna, Ricerca Fammi Spazio.Link
[15]Culotta V. (2024), La partecipazione dei giovani, Labsus.Link
[16]Officine Culturali, Catania.Link
[17]Casa della Cultura, Milano.Link
[18]Piani Giovani, Trentino.Link
[19]Fondazione Fitzcarraldo, Festival Civici.Link
[20]RAI Cultura, Generazione Bellezza.Link
[21]Fare Scuola – Enel Cuore / Fondazione Reggio Children.Link
[22]GAMeC Bergamo, La nuova GAMeC.Link
[23]A. Rosina, Rapporto Giovani 2025, Il Mulino.


